giovedì 27 giugno 2019

giugno 27, 2019

Gli oggetti a tema letterario: un ottimo esempio con i Minimal Incipit

Una mia grande passione sin da quando ero piccola è stata collezionare oggetti che facessero riferimento ad una mia passione del momento: libri, sport - in maniera esigua, sempre - film, serie TV. Razionalizzando questa mia predilezione nell'accumulare "oggetti di culto" posso facilmente ritrovare un motivo che mi ha sempre spinto a farlo, ovvero l'idea di portare con me o di avere sempre a portata di mano o occhi qualcosa che mi ricordasse, anche in modo un po' teneramente nostalgico, una parte di un periodo della mia vita. Guardare ora la bacchetta di Hermione Granger che comprai a King's Cross ormai nel 2014, o rigirarmi tra le mani la Giratempo regalatami ad un compleanno di sei anni fa - non è tanto, lo so, ma per me è un'eternità - mi fa sorridere e sono felice. Felice perché penso che quegli oggetti rappresentino una parte di me del passato che mi rimane ancora oggi accanto.

Ecco perché, quando ho ricominciato a leggere sistematicamente al liceo e approfonditamente all'università, la passione per scovare gli oggetti a tema libresco o letterario è aumentata vertiginosamente. Tazze - oh, quante ne accumulo! -, borse di tela, magliette o altri oggetti che riportino una parte di un libro o che facciano riferimento ad esso in maniera simpatica e originale rendono la mia vita un po' più piena e anche colorata.

Trovare questo tipo di oggetti non è sempre stato facile e nemmeno economico. Spesso gli oggetti a tema libresco o letterario più originali e particolari provengono da oltreoceano e per quanto finanziare i piccoli artigiani e artigiane che si impegnano per creare dei prodotti di qualità possa essere una nobile idea, non sempre è realizzabile. Il problema sono anche le spese di spedizione che spesso superano quelle dell'oggetto che abbiamo addocchiato. Questo tipo di realtà, in Italia, è ancora poco diffusa o, per lo meno, viene forse vista con riguardo dai più che leggono: parliamo di oggetti che alimentano la nostra passione per i libri e che ne fanno da "corredo" oppure si tratta di semplice oggettistica di consumo di cui possiamo fare a meno? La risposta, nel dubbio, è nel mezzo, perché bisogna sempre saper cercare e scegliere in modo consapevole l'oggetto che stiamo comprando. Non tutti gli oggetti a tema letterario o libresco sono da buttare via e ho subito l'esempio perfetto per te.

L'anno scorso, girovagando per le strade di Vigevano con la mia amica Sara, siamo andate a rifarci gli occhi nella libreria Le Notti Bianche, nella quale ho scoperto l'esistenza dei Minimal Incipit. Sistemati con molta cura tra gli scaffali, appesi alle pareti, appoggiati a terra in vista o in una cassa di legno pronti per essere sfogliati, questi poster di bellissima fattura e grafica mi hanno chiamata a loro. In parte, si è realizzato un piccolo sogno che avevo: possedere un oggetto che rappresentasse precisamente un libro che avevo letto e amato, che non fosse generico nel riferimento - capita soprattutto quando da un libro viene tratto un film e la maggior parte dei riferimenti sono a quest'ultimo, come nel caso di Harry Potter - ma che puntasse proprio alle pagine di carta di quel libro.

I Minimal Incipit sono dei poster di cartoncino pressato che riportano l'incipit, quindi le prime righe di un romanzo, accompagnato da una rappresentazione grafica minimale che ne racchiude l'essenza. Giancarlo, la mente geniale dietro a questi poster, è riuscito a creare un prodotto perfetto per noi lettori: un oggetto che vivacizzi l'idea di letteratura - e non solo, ma di questo te ne parlo tra poco - e rinforzi quel valore affettivo che si crea tra noi e i libri che leggiamo e che possiamo ammirare quando vogliamo. I Minimal Incipit danno voce ai nostri libri e contribuiscono anche a sottolineare la bellezza, anche quella estetica, della cultura letteraria che sì, diciamolo a gran voce, può anche essere esposta e ammirata.

Tuttavia, la produzione Minimal Inc. non si è fermata alla letteratura ma ha iniziato ad esplorare altri ambiti della cultura internazionale, finendo per lambire le coste del cinema, delle serie TV, della musica e coinvolgendo anche degli studenti di alcuni licei per realizzarne di nuovi. In questo modo, sono nati i Minimal Cult, i Minimal Songs e il progetto "A scuola con i Minimal Incipit".

Tanto per rimanere in tema Harry Potter, ho incontrato Giancarlo al Salone del Libro di Torino e ci siamo fatti una piacevolissima chiacchierata, alla fine della quale quest'uomo tanto geniale quanto gentile mi ha fatto un dono meraviglioso: il Minimal Inc. de La pietra filosofale. Ho deciso di incorniciarlo ed esporlo in bella vista in camera, accanto alla mia luminosa libreria.

Piccoli momenti di felicità a parte, la chiacchierata con Giancarlo si è conclusa anche sulle note di una promessa, che qui ti riporto fedelmente. Chi meglio del creatore può raccontare la creatura? Ecco l'intervista a Giancarlo Pasquali.

1- Il formato dei tuoi poster è minimale e, quindi, essenziale nella sua genialità e carica espressiva. Qual è stato il processo creativo dietro al “poster numero zero” e come lo hai sviluppato in seguito?
Innanzitutto grazie mille, visto che mi hai conosciuto sai bene quanto mi faccia piacere parlare dei Minimal Incipit e di quello che li circonda. Il poster numero zero è stato l’incipit di Moby Dick ed è nato, insieme ad altri 35, per arredare una serata di incontro con gli autori in un’associazione culturale. Ho fatto una ricerca riguardo gli incipit più amati dai lettori invece per l’illustrazione ho messo in campo la mia professionalità di grafico per i disegni in vettoriale (2D).
2- La prima edizione degli Incipit l’hai dedicata alla letteratura e questo legame è continuato anche nelle edizioni successive. Qual è il motivo di questo legame tra la grafica minimal e la letteratura?
La parola che lega tutto quello che faccio nelle produzioni Minimal è passione: passione per il mio lavoro e per la letteratura. La passione mi ha permesso di sviluppare il lato creativo che si era nascosto per parecchio tempo.
3- Che tipo di impronta personale hai deciso di dare a questo tipo di grafica minimale quando è arrivata l’idea degli Incipit e perché hai scelto proprio questo mezzo artistico di espressione?
Da sempre amo lo stile minimale nato da creativi visionari a metà degli anni ‘50 (Saul Bass su tutti). Ho scelto questo mezzo perché mi risulta il più semplice visto che utilizzo i software grafici da 30 anni e l’impronta personale credo sia quella patina di usato che applico (sempre digitalmente) sopra i miei disegni.
4- La mente di un creativo è sempre all’opera. Al Salone del Libro mi hai anticipato che ci sono dei progetti in corso e quindi, immagino, avrai in cantiere altri tipi di Minimal Inc non solamente legati alla letteratura ma anche al mondo del cinema e delle serie TV in generale. Bisogna aspettarsi novità in arrivo?
Da qualche anno ho lanciato delle finte locandine di film e serie tv, parallelamente ho creato dei poster dedicati ad alcuni aforismi sportivi. La novità di questo 2019, che ho anche presentato al Salone, riguarda i Minimal Songs: la riproduzione di disegni minimal che rappresentano alcune canzoni su un supporto di formato quadrato (30x30 cm) che ricorda il vinile.

sabato 8 giugno 2019

giugno 08, 2019

"Le cose che accadono": leggere un'altra Virginia Woolf. Con un'intervista a Iolanda Plescia


Si è concluso ormai da un po' di settimane il progetto Le cose che accadono, la lettura e commento del secondo volume dell'epistolario di Virginia Woolf, nato dalla mente pazza e appassionata di Carmen. E' stato un percorso decisamente divertente, non leggero ma di estremo interesse per noi tutti Virginia Lovers. Condividere più di due mesi di confronti virtuali con Carmen, Federica, Federico, Lisa, Oriana e Serena è stata un'esperienza del tutto nuova per me che mi ha dato la possibilità di conoscere non solo una Virginia diversa, ma anche di approfondire quella che conoscevo già. L'anno scorso mi ero detta spesso che sarebbe stato l'anno di Virginia, perché era capitato che a Natale avessi ricevuto una serie di libri su e di Virginia che ho guardato avidamente per tanto tempo. Poi il Natale è passato e la mia vita ha preso una strada che non avevo preventivato; l'università ha preso prepotentemente il sopravvento e non mi ha lasciata fino ad aprile di quest'anno; ho fatto una serie di incontri più o meno fortunati e ho, spero, trovato una serenità tale che alla fine credo di essermi un po' meritata.

Anche Virginia, alla fine, è arrivata e lo ha fatto come fa lei: delicata, leggiadra ma decisa, chiara e senza troppi peli sulla lingua. In una giornata di inizio giugno del 2018 la mia copia Einaudi di Mrs Dalloway mi ha richiamata a sé esigendo di essere letta. Era giunto il momento. Tra gli ultimi esami da fare prima della laurea, la lettura dei libri per la tesi - Faulkner vi dice qualcosa? - e la ricerca bibliografica per la tesi stessa, Clarissa Dalloway è stata presa e abbandonata sul comodino più e più volte, finché a dicembre non ho deciso di immergermici definitivamente e finire il romanzo. Ti racconterò in un altro momento la mia esperienza con uno dei libri più famosi di Virginia, perché questo preambolo molto poetico sul mio primo incontro con Woolf serve come base per il progetto nel quale mi sono immersa un paio di mesi dopo.

Mrs Dalloway Ã¨ stata una lettura intensa e profonda, che mi ha fatto capire ed entrare in una fase molto importante per la produzione letteraria di Virginia. Mrs Dalloway Ã¨ un romanzo che, tra le tante cose che fa, inquadra varie scene di vita: quella di Clarissa, che decide di andare a comprare i fiori lei stessa, quella tormentata di Septimus, quella preoccupata della moglie di Septimus, la vita di rimorsi e di avventure di Peter Walsh e per finire una vita pericolosamente troppo normale di una Londra del dopo guerra. La visione che Virginia dà di questi attimi di vita è, nella sua poesia, il culmine di un tipo di vista sul mondo che ha usato prima nei suoi racconti. Il progetto sul volume dell'epistolario Le cose che accadono mi ha dato la possibilità di scoprire anche questi nella loro genesi, produzione e pubblicazione.

Nella diretta del 16 aprile io e Carmen abbiamo affrontato un'infinità di argomenti che avevamo ordinatamente raggruppato per temi, ma nonostante un'organizzazione impeccabile, l'ora e mezza di diretta non è stata sufficiente per affrontarli tutti. Riporto qui le parti più salienti e non affrontate di quella sera, le parti anche un po' più tenere che ci fanno scoprire una Virginia insicura, premurosa e curiosa.

Woolf e Joyce: un rapporto complicato.

Le lettere che io e Carmen abbiamo letto risalgono all'anno 1918-1919, un periodo colmo di avvenimenti interessanti, tra cui l'incontro con James Joyce e il suo Ulysses, un romanzo che Virginia e Leonard rifiutano di pubblicare con la Hogarth Press, la casa editrice da loro creata nei mesi precedenti. La motivazione sembra essere di natura puramente economica perché il romanzo di Joyce aveva fin troppe pagine - un manoscritto di 300 pagine che all'epoca sarebbe costato troppo stampare per una piccola casa editrice. La verità, invece, è tutt'altra: Virginia legge l'Ulysses e lo detesta con tutta sé stessa, ne parla come un romanzo volgare del quale non capisce il senso. Cambierà comunque idea nei mesi successivi, anche grazie all'opinione di T. S. Eliot sul romanzo. La realtà di questa situazione si collega molto bene anche ad un profondo sentimento che Virginia prova in questi anni, ossia quello di non sentirsi riconosciuto il suo talento letterario; sa di averlo ma ne è estremamente insicura. Leggere un romanzo come quello di Joyce certo non aiuta la sicurezza in se stessa...
23 aprile 1918. A Lytton Strachey. [...] Ci è stato chiesto di stampare il nuovo romanzo del signor Joyce, dopo che tutti i tipografi di Londra e la maggior parte di quelli di provincia avevano rifiutato. Per cominciare c'è un cane che piscia - poi c'è un uomo che si masturba, e si può essere monotoni anche su quest'argomento. Inoltre, credo che il suo metodo, che è molto elaborato, voglia poi dire soltanto tagliar via le spiegazioni e mettere i pensieri tra virgolette. Perciò non penso lo stamperemo.
17 maggio 1918. A Harriet Weaver. [...] Abbiamo letto i capitoli del romanzo del signor Joyce con molto interesse, e vorremmo poter offrirci di pubblicarlo. Ma la lunghezza è un ostacolo insuperabile per noi al momento. 
Una piccola curiosità: se si confrontano le date delle lettere, Virginia Woolf sembra iniziare l'Ulisse intorno all'aprile del 1918, come riporta la lettera citata sopra. Porta avanti la lettura nonostante detesti il romanzo con tutta se stessa e stia anche leggendo in contemporanea anche Alla ricerca del tempo perduto di Proust, che, al contrario di Joyce adora e ammira profondamente. Virginia termina l'Ulisse solamente intorno al settembre del 1922, quasi ben due anni dopo averlo cominciato. Chi dice che i grandi scrittori non siano anche degli esseri umani come noi a cui può non piacere un libro come quello di Joyce e, per di più, metterci un bel po' di tempo per terminarlo?
3 ottobre 1922. A Vanessa Bell. [...] Mi incateno a quel libro [Ulisse di Joyce] come un martire al palo del supplizio, ed ora, grazie a Dio, l'ho finito. Il mio supplizio è terminato. 
L'ammirazione verso T. S. Eliot.
T. S. Eliot a Monk's House.

Al contrario di quanto accade con James Joyce, un'altra personalità letteraria del periodo fa breccia nel cuore di Virginia: si tratta di T. S. Eliot, che pubblicherà i suoi Poems per la prima volta proprio con la Hogarth Press. Virginia è affascinata da questo giovane talentuoso, lo invita a cena a casa Woolf e conversa con lui, anche se riconosce la sua lentezza nell'esprimere anche un semplice concetto.
18 novembre 1918. A Roger Fry. [...] Abbiamo avuto a cena quello strano giovane, Eliot. Ci mette tanto di quel tempo a dipanare le sue frasi che non siano arrivati molto lontano; ma abbiamo raggiunto Ezra Pound e Wyndham Lewis, e che grandi geni erano, e anche il signor Joyce lo è - su questo sono più propensa a trovarmi d'accordo; ma perché Eliot si è impantanato in questa melma? La sua cultura non può tirarlo fuori, o è la cultura che ti fa finire lì? Non che io abbia letto più di 10 parole di Ezra Pound, ma la mia convinzione della sua impostura è incrollabile.

Gli scritti e la guerra.

Una parte di queste lettere che ho trovato molto interessante - tra i vari intrighi di domestiche, torchi per stampare le illustrazioni e conflitti familiari - riguarda proprio il rapporto di Virginia con i propri scritti. Si chiede spesso se ciò che ha prodotto possa piacere al pubblico, scrive ai suoi amici del Bloomsbury se il racconto che ha appena finito sia di loro gradimento, per poi crollare e ammettere che "[o]ra mi sembra che il mio racconto sia bruttissimo…". Da questo quadro esce fuori una Virginia più umana ma soprattutto a contatto con la propria realtà, a dispetto di coloro che continuano a ritrarre la scrittrice come una suicida alienata ed estraniata dal mondo nel quale vive.

Questa caratteristica vitale di Virginia è fondamentale per capire la sua vita, la sua produzione letteraria e, se si vuole, anche il suo gesto finale. Nelle lettere lette, ad esempio, Woolf si preoccupa di molti aspetti della sua vita e nel momento in cui quella vitalità di cui lei stessa si nutre quotidianamente - odia restare chiusa in casa a causa della pioggia o del mal di testa - viene a mancare, lei si sente persa.

A conferma di ciò, Virginia partecipa attivamente all'osservazione di Londra e i dintorni nel periodo bellico e post-bellico. Assolutamente distante dalle questioni politiche, delle quali si occupa forse più Leonard di lei, Woolf è una persona che vive la guerra come chiunque altro, preoccupandosi del quotidiano ma anche del proprio futuro.
7 giugno 1918. A Molly MacCarthy. [...] Ti scrivo, posso ben dirlo, con enorme difficoltà, perché sto sostenendo con Leonard un'animata conversazione sulla vita in generale. E' felice? Abbiamo successo? Piacciamo alla gente? Cosa faremo quando sarà finita la guerra?
12 settembre 1918. A Vanessa Bell. Carissima, Leonard vuol provare a venire nonostante il tempo. [...] Vuoi che la signora Hammond porti tutte le sue tessere per il razionamento? Penso di sì.
Virginia Woolf intorno al 1920.
Londra, infatti, introdusse i cosiddetti food rationing, ossia il razionamento del cibo, nei primi mesi del 1918 per ridurre al minimo i consumi e la produzione di cibo. Nel momento in cui la guerra cessa per l'Inghilterra, Virginia non si smentisce e descrive con estremo divertimento di noi lettori una Londra bizzarra e folle dalla felicità che quasi disturba la sua concentrazione.
11 novembre 1918. A Vanessa Bell. Carissima, è mezzora che rimbombano i cannoni e suonano le sirene; perciò penso che siamo in pace, e non posso fare a meno di essere contenta del fatto che il tuo prezioso folletto [Angelica] nascerà in un mondo moderatamente ragionevole. Vedo che non ci sarà concesso di stare tranquilli tutto il giorno, perché sembra che la gente fischi ed inciti i cani ad abbaiare, anche se tutto è fatto in modo così intermittente da non avere alcun effetto, salvo disturbare. [...] Oh povera me, ora dei soldati ubriachi cominciano a lanciare grida di giubilo. Come faccio a scrivere il mio ultimo capitolo [di Night and Day] con tutto questo chiasso, e Nelly e Lottie [le domestiche] che irrompono a fare domande - ecco Nelly con 4 bandiere differenti che sta mettendo in tutte le stanze sul davanti. [...] Che chiasso fanno - e io, sebbene nel complesso sia piuttosto commossa, i sento anche enormemente malinconica. [...] C'è sicuramente anche un'atmosfera da letto di morte.

L'amore di una zia.

Se questa vitalità di Virginia viene presa come il fondamento della sua esistenza, si comprende anche un altro particolare evidente contenuto nelle lettere lette. Virginia non è mai diventata madre nonostante desiderasse dei figli; il medico, non si capisce con quale scusa, aveva consigliato a lei e a Leonard di non provare ad averne per la condizione psicofisica di Virginia. Il desiderio di maternità della scrittrice si dirige, comunque, verso un altro obiettivo, ovvero gli adorati nipoti, i figli della sorella Vanessa.

Virginia è una zia meravigliosa: si prende cura dei nipoti quando questi le vengono a far visita, li porta in giro, conversa con loro come fossero adulti e ne riconosce le abilità oratorie, soprattutto quelle di Quentin.
31 dicembre 1918. A Vanessa Bell. [...] Comunque, come dico, i bambini stanno benissimo, e non danno alcun fastidio. [...] Sono estremamente interessanti, oltre che simpatici. Julian, naturalmente, sa molte più cose sulla scienza, la storia e la geografia di me. Lui e Leonard ieri hanno avuto una discussione a proposito di cosa succederebbe se si mettesse un barometro sott'acqua in profondità. Leonard è rimasto molto colpito dalla sua intelligenza, e mi accorgo che si sta affezionando molto a loro. La mente di Quentin è, credo, assai simile alla mia. [...] Come fanno ad acquisire una tale ricchezza di linguaggio non lo so; mi pare una cosa straordinaria - a dire il vero, le loro menti nel complesso mi sembrano più svelte e intelligenti delle nostre.
Nel momento in cui Vanessa resta nuovamente incinta, Virginia, premurosa e accudiente com'è, si fa carico di una serie di compiti per allegerire lo stress della sorella, tra cui il prendersi cura dei nipoti nel periodo di Natale. Virginia è entusiasta, non solo di loro, bensì anche - e forse soprattutto - della nuova arrivata: Angelica Bell - poi conosciuta come Garnett, ma questa è un'altra storia... - nasce il 25 dicembre 1918 e la felicità di zia Virginia è incontenibile.
25 dicembre 1918. A Vanessa Bell. [...] Non ti puoi immaginare come ero eccitata, quando ho sentito di mia nipote. A dire la verità anche tu ti saresti commossa se avessi saputo come la gioia che provo qui s'era dileguata completamente, finché non mi hanno detto che era tutto finito. Come vedi sto diventando una vecchia zia ipersentimentale (sto già adottando il linguaggio di zia Mary) nei suoi confronti. Dev'essere la creaturina più adorabile dell'universo.
8 maggio 1919. A Violet Dickinson. [...] L'altro giorno ho visto mia nipote, Angelica; è deliziosa, con gli occhioni blu e le dita lunghe.
La bellezza e la profondità di Virginia Woolf fuoriesce prepotentemente dalle lettere che abbiamo letto e io non potrei essere più felice di aver avuto la possibilità di leggerle insieme ai miei compagni di avventura. Virginia parla per sé in queste lettere, mostra i suoi lati peggiori e quelli migliori senza alcun filtro ed è questo il motivo per cui è fondamentale e importante leggerle se la si vuole capire fino in fondo. Il resto sono chiacchiere che non hanno motivo di esistere.

L'intervista.

Ti lascio con una piccola postilla di chi Virginia Woolf l'ha studiata per una vita. Grazie al progetto, ho avuto la possibilità di conoscere e chiacchierare di questa scrittrice con Iolanda Plescia, professoressa di lingua inglese alla Sapienza, l'università dove studio. Il suo intervento è perfetto per concludere questa panoramica su una delle scrittrici più importanti del secolo scorso.

Virginia Woolf tesse una rete molto intensa di relazioni a vari livelli - intellettuali, amorose, amicali - con molti scrittori e scrittrici a lei contemporanei, come i membri del “Bloomsbury Group”, James Joyce, Katherine Mansfield o Vita Sackville-West. Che tipo di rapporto intrattiene Virginia con questa cerchia di scrittrici e scrittori, i quali spesso ottengono più riconoscimenti a livello letterario di lei?
Virginia Woolf ha vissuto quel che potremmo definire una vita di relazione, e pensa spesso a se stessa in relazione alle persone a lei più vicine.
Sin dalla decisione giovanile di lasciare Hyde Park Gate per andare a vivere con la sorella Vanessa e i fratelli Thoby e Adrian in un quartiere molto meno aristocratico di Londra, a Gordon Square appunto nel distretto di Bloomsbury, Virginia pensa a se stessa come al membro di una comunità, prima ancora che di una famiglia, e questa è un’impronta che ha dato alla sua vita e che vedremo continuare fino alla sua morte, come testimoniano le sue numerosissime lettere, scritte agli amici e alle persone che ha più amato lungo l’arco di una vita intera.
Particolarmente interessanti sono proprio le lettere e le testimonianze che ritroviamo nel suo diario, rivolte o dedicate ad altri intellettuali, non sempre necessariamente al centro del suo gruppo, che scrivono e si muovono nella sfera pubblica in quella loro epoca di grande trasformazione.
In realtà gli appartenenti al ‘gruppo’ non si definiscono come tali in senso formale, e si sentono più uniti da interessi condivisi e una comune passione per l’Arte: è difficile dunque delimitare il ‘gruppo’ con molta nettezza.
Oltre ai coniugi Woolf possiamo ricordare Keynes, grande economista che elaborò il concetto di pace economica, Strachey, che si occupò soprattutto di scrittura biografica trasformando profondamente il genere, lo scrittore Forster, il critico d’arte Clive Bell, Vanessa, la sorella di Virginia a lui sposata, Duncan Grant…
Questi intellettuali intrecciano le loro vite in modo così profondo che è difficile parlare di influenza dell’uno sugli altri separando i rapporti, ed è probabilmente per questo che sono stati percepiti come un movimento, un gruppo compatto.
Certo è che condividono l’antipatia per le convenzioni sociali, per l’ipocrisia, e una volontà di mettere in gioco la loro arte o il loro sapere per scandagliare a fondo l’esperienza umana. Ma anche con altri intellettuali, che potremmo definire non al centro ma on the fringe, cioè che ruotano intorno al nucleo del gruppo (ma anche qui si tratta spesso di percezioni a posteriori dei critici), Woolf intrattiene relazioni molto profonde.
Il rapporto con Vita Sackville West è per lei fondamentale, come sappiamo, e più che ripercorrerlo qui consiglierei un libro appena uscito che riprende la loro corrispondenza offrendone una selezione tradotta in italiano, in cui i sentimenti delle due donne emergono in modo molto vivido: Scrivi sempre a mezzanotte, con traduzioni di Nadia Fusini e Sara De Simone, a cura di Elena Munafò (Donzelli editore).
Famosa è anche l’amicizia con Katherine Mansfield, un rapporto ambivalente, ma molto importante: si conoscono solo dal 1917 al 1923, anno della morte di Mansfield, ma intrecciano un’amicizia fortissima ma anche molto sincera, non priva di momenti di disagio, dissapore, anche crudeltà in un certo senso.
Virginia paragonerà Katherine, che viene dalle colonie, dalla Nuova Zelanda, a una gattaccia randagia; Mansfield scriverà una recensione sfavorevole a un lavoro della sua amica; ma entrambe sanno che sono donne impegnate in una ricerca molto affine, e la Hogarth Press dei coniugi Woolf pubblicherà il Preludio di Mansfield nel 1918.
Quando Mansfield muore di tubercolosi all’età di 34 anni, Woolf scrive nel suo diario: Ero invidiosa della sua scrittura – la sola scrittura di cui sia mai stata invidiosa.
È forte in Woolf appunto la sensazione che le menti più geniali intorno a lei siano impegnate in una ricerca simile alla sua, ognuna con il suo linguaggio, con il suo tono. T.S. Eliot, che a noi appare tanto austero, è per Virginia semplicemente ‘Tom’: saranno amici per vent’anni, condivideranno letture e opinioni, si leggono l’un l’altra, offrendo critiche e consigli, pur percorrendo strade diversissime dal punto di vista dell’espressione estetica; anche ‘Tom’ sarà pubblicato nel 1919 dalla Hogarth Press.
Più distante il rapporto con l’‘altro’ grande modernista, James Joyce: qui davvero si può parlare di mondi diversi, anche se di nuovo la ricerca è in fondo la stessa.
Ma il lavoro rivoluzionario sulla lingua portato avanti da Joyce non è particolarmente affine alla ricerca stilistica di Woolf, e lei lascia nei diari e nelle lettere impressioni molto dure sull’Ulisse – impressioni che qualcuno ha voluto leggere come frutto d’invidia per la fama raggiunta dallo scrittore irlandese, ma dovute in realtà al fatto che Woolf non apprezza ciò che considera degli ‘stunts’, dei mezzucci, dei trucchetti spettacolari con il linguaggio che trova pretenziosi: A first-rate writer respects writing too much to be tricky; startling; doing stunts.
D’altra parte, ricordano i maligni, i coniugi Woolf avevano ricevuto la proposta di pubblicare l’Ulisse e avevano rifiutato, e dunque… Celebre è rimasta l’immagine con la quale Woolf liquida Joyce come un giovane ‘brufoloso’, che per rinnovare il romanzo si comporta come un ragazzino disperato: per far entrare aria in una stanza non si limita ad aprire una finestra, ma si mette a spaccare tutti i vetri.
Eppure, in un altro passo del diario, Woolf esprime la consapevolezza che in fondo stanno entrambi cercando di raccontare l’esperienza della vita dal punto di vista interno, innovando la forma del romanzo.
Da tutti questi rapporti, così complessi, così vitali, improntati a volte alla sincerità più brutale, Woolf impara, trae spunti; osserva e si sente osservata; dialoga; le interessa l’opinione delle persone che ha attorno: la scrittura è anche condivisione. Sapere di essere letta, apprezzata, dagli amici ma anche da un pubblico più vasto, è per lei importante, e Virginia ci lascia varie testimonianze nel diario ad esempio sulle copie che ha venduto, sui progetti di pubblicazione in America…
Non si tratta di sterile ambizione, ma di una volontà di sentirsi ‘connessa’, diremmo oggi, è lo spirito di un’epoca di grande ricerca.
È anche per questo che nella Woolf Society italiana facciamo un lavoro che sottolinea molto la parola ‘comunità’, ed è per questo che nella prossima giornata “Tutta per lei”, che dedicheremo a Woolf presso la Casa Internazionale delle Donne il prossimo 9 giugno, abbiamo immaginato una sezione apposita che chiameremo ‘amicizie stellari’, in cui studiosi e appassionati ci racconteranno, in pillole, di alcune amicizie per lei fondamentali, non limitandosi a quelle da lei coltivate realmente, ma allargando anche alle affinità elettive che la legano a personaggi che non ha mai incontrato.
Iolanda Plescia

Consigli di lettura su Virginia:
- Virginia Woolf, Vita Sackville-West, Scrivi sempre a mezzanotte, a cura di Nadia Fusini, Sara de Simone ed Elena Munafò.
- Leonard Woolf, La mia vita con Virginia, a cura di Leonard Woolf.
- Virginia Woolf, Lunedì o martedì. Tutti i racconti, raccolta dei racconti scritti da Virginia negli anni delle lettere e citati spesso in queste ultime.
- Virginia Woolf, Granito e arcobaleno, estratti dalla raccolta pubblicata postuma da Leonard di saggi, articoli e riflessioni perduti di Virginia.

Per recuperare le newsletter del progetto:
Qualche pettegolezzo è gradito
Scrivere una lettera è come una lunga sosta al gabinetto
Virginia&Vanessa, Vanessa&Virginia (con un mio piccolo intervento sui racconti di Woolf...)
Non diventerò mai una scrittrice, disse Virginia Woolf 

sabato 1 giugno 2019

giugno 01, 2019

#LeOreconTolkien: un'avventura con "Il Signore degli Anelli"

"Three Rings for the Elven-kings under the sky,
Seven for the Dwarf-lords in their halls of stone,
Nine for Mortal Men doomed to die,
One for the Dark Lord on his dark throne
In the Land of Mordor where the Shadows lie.
One Ring to rule them all, One Ring to find them,
One Ring to bring them all and in the darkness bind them
In the Land of Mordor where the Shadows lie."

martedì 28 maggio 2019

maggio 28, 2019

Londra letteraria...e non solo

E' raro trovare qualcuno a cui non piaccia Londra. La capitale inglese ha sempre suscitato fascino in chiunque, è una città multiculturale e interculturale che risponde agli interessi di tutti: appassionati di sport, di storia, d'arte, di aeronautica, di passeggiate nei parchi e naturalmente anche a chi, come noi, vive con la testa tra i libri. Nonostante i prezzi proibitivi degli ultimi anni, Londra rimane una meta perfetta anche per un fine settimana diverso dal solito.

mercoledì 24 aprile 2019

aprile 24, 2019

"In un buco nella terra viveva uno hobbit". Il mio viaggio con Bilbo Baggins


Autore: John Ronald Reuel Tolkien
Titolo originale: The Annotated Hobbit
Anno di pubblicazione: 1937
Edizione: Bompiani, 2012
Traduzione: Caterina Ciuferri, Paolo Paron
In un buco nella terra viveva uno hobbit.

Il mio viaggio con Lo Hobbit Ã¨ iniziato ufficialmente il 23 febbraio del 2019 e si è concluso due mesi dopo, il 23 aprile 2019. E' stato strano avvicinarsi ad un romanzo che sapevo avrei dovuto leggere molto tempo prima ma nei confronti del quale ho sempre mantenuto le giuste distanze senza un motivo ben preciso. I motivi possono essere diversi: sarà che i fantasy non rientrano nella categoria dei libri che amo leggere; sarà che quel momento dell'infanzia in cui si dovrebbe leggere un libro del genere per me era passato da un bel po' - o forse non è mai arrivato, non avendo mai letto nulla del genere -; sarà anche che negli ultimi tre anni sono stata, in qualche modo, costretta a limitare le mie letture in un confine ben preciso che solo una volta si è avvicinato marginalmente al genere del fantasy.

Insomma, ammetto che da parte mia non ci sia mai stato un interesse abbastanza forte per avvicinarmi a Lo Hobbit in passato, ma finalmente negli ultimi mesi il desiderio di aprire e iniziare finalmente a leggere quel volume che avevo riposto ordinatamente nella libreria è aumentato vertiginosamente.

Perché e come: la lettura de Lo Hobbit.

Ho sempre osservato, analizzato e anche un po' studiato la parte più accademica, se così vogliamo definirla, di J. R. R. Tolkien e, come al mio solito, mi sono avvicinata all'autore dall'esterno, dalle opere meno conosciute. La mia parte da "studiosa di letteratura" ha sempre la meglio per quanto mi riguarda e questo porta a due semplici conclusioni: una è stata già anticipata e riguarda l'idea, molto forte in me, che per conoscere uno scrittore sia necessario leggere soprattutto le opere minori che spesso e volentieri costituiscono il corollario e la base per le opere maggiori.

Con Tolkien è più o meno così, almeno per ciò che ho letto io prima de Lo Hobbit, il che significa Il Medioevo e il fantastico, una raccolta di saggi filologici, letterari e linguistici scritti da Tolkien su argomenti che finiscono per costituire le fondamenta dell'universo da lui creato, e Lettere da Babbo Natale - recensito qui nell'articolo sulle letture di Natale -, una raccolta delle lettere indirizzate ai figli in cui Tolkien si firma Babbo Natale e nell'arco di ventanni crea un intero universo fantastico prendendo spunto dalle varie mitologie e leggende sul padre del Natale, pagano e cristiano.

La seconda conclusione è decisamente più semplice e riguarda l'acquisto dell'edizione perfetta de Lo Hobbit, che è quella annotata da Douglas A. Anderson edita Bompiani. L'edizione è arricchita da molti elementi che la rendono la migliore per gli "appassionati" o per gli avidi di conoscenza letteraria - come la sottoscritta -.

Sono presenti numerosissime note sparse ai margini del testo che riguardano non solo parti del testo, ma anche il romanzo in generale, le avventure che Tolkien ha vissuto da giovane e che hanno ispirato il romanzo. Al riguardo, è stato decisamente interessante scoprire che lo scrittore fu ispirato nel descrivere il percorso dei nani e di Bilbo da Gran Burrone al di là delle Montagne Nebbiose dalle avventure vissute da lui stesso in Svizzera nel 1911. Inoltre, Anderson informa il lettore che nel 1952 Tolkien registrò la sua voce leggere sia Il Signore degli Anelli che una parte de Lo Hobbit che comprende l'incontro di Bilbo con Gollum: questo nastro è stato messo in circolazione con il titolo J. R. R. Tolkien Reads and Sings His "The Hobbit" and "The Fellowship of the Ring" (parti di questa registrazione si possono trovare su BrainPickings ma anche su YouTube ).

C'è anche un corposo apparato di appendici scritte da Tolkien - come La cerca di Erebor, ossia il racconto di come Gandalf abbia organizzato il viaggio di Bilbo e i nani verso Erebor, la Montagna Solitaria, o l'appendice sulle rune o l'approfondimento sulle varie traduzioni de Lo Hobbit - nel corso delle varie edizioni del romanzo pubblicate negli anni e, quindi, anche da una serie di approfondimenti sulla storia editoriale de Lo Hobbit.

Qui, nel profondo, presso l'acqua scura, viveva il vecchio Gollum, un essere piccolo e viscido. Non so da dove venisse, né chi o cosa fosse. Era Gollum, scuro come l'oscurità stessa, eccezion fatta per due grandi occhi rotondi e pallidi nel viso scarno.

L'unica pecca che ho riscontrato è che leggere l'avventura di Bilbo Baggins per la prima volta facendosi accompagnare dalle note a margine rende la lettura un po' troppo accademica. Mi spiego meglio: ho provato a leggere una buona parte del libro fermandomi per leggere ogni nota e mi sono resa conto che mi stavo perdendo gran parte del coinvolgimento che Tolkien riesce a creare nel raccontare la storia. Lasciando da parte le note, almeno inizialmente, nella lettura del resto del libro sono riuscita a godermi molto di più la storia.

Lo Hobbit annotato Ã¨ stato pubblicato per la prima volta nel 1988 e la seconda edizione è apparsa quattordici anni dopo, nel 2002. Secondo Anderson, questa nuova edizione fornisce "informazioni più approfondite sulla vita di Tolkien, sui suoi amici e colleghi, sui suoi interessi letterari e sulle altre opere, in modo da ottenere un ritratto complessivo più efficace." ed è decisamente riuscito nell'intento.

Perché leggere Lo Hobbit prima de Il Signore degli Anelli.

Per quanto io voglia immergermi nella lettura dei romanzi di Tolkien come avrei fatto se fossi stata più piccola, è indubbio che la mia parte da "piccola studiosa" farà sempre la sua parte e questo è il motivo per cui ho scelto, ma soprattutto sentito, di dover leggere Lo Hobbit ancor prima de Il Signore degli Anelli.

Come nelle migliori tradizioni delle saghe antiche, la storia del viaggio di "andata e ritorno, una vacanza da hobbit" fu prima inventato e raccontato oralmente da Tolkien ai suoi figli intorno al 1930, dopo un decennio di diversi racconti che lo scrittore inventava appositamente per i figli, alcuni dei quali furono messi per iscritto. Uno di questi sembra essere proprio Lo Hobbit, messo nero su bianco e pubblicato dalla Allen&Unwin nel 1937. Nel corso degli anni precedenti, Tolkien aveva sviluppato a pieno un interesse per le lingue e le letterature antiche, studiandole poi all'università e specializzandosi in antico inglese, antico norvegese e middle english. A soli sedici anni, in compagnia dei cugini, Tolkien aveva già inventato una lingua, l'Animalic. Nel 1910 aveva iniziato a scrivere poesie, i cui temi facevano spesso riferimento alle antiche leggende e servirono da base per lo sviluppo della mitologia tolkeniana.

Tutto questo confluisce in modo abbastanza ordinato ne Lo Hobbit, che è la sintesi di un percorso umano, accademico, letterario che pone le basi per la stesura dei romanzi e racconti successivi ambientati nella Terra di Mezzo. Credo che ora il motivo per cui abbia sentito di dover leggere Lo Hobbit per primo sia molto più chiaro, no?

Leggere Lo Hobbit per la prima volta.

Mio malgrado, credo di non riuscire a esprimere a pieno ciò che questo libro mi ha lasciato. E' chiaro anche a me stessa che mi è piaciuto, che me lo sono goduto dalla prima all'ultima pagina e che, in fin dei conti, sia una storia meravigliosa. Allo stesso tempo però, rimane un libro molto semplice e nella sua semplicità funziona alla perfezione. La storia di Bilbo è spesso portata avanti con le tecniche narrative proprie della tradizione nordica delle saghe, quindi attraverso formule e una struttura che pur ripetendosi rende la storia molto dinamica.

Raggomitolato sulla dura roccia, dormì meglio di quanto avesse mai fatto nel suo letto di piume. Ma per tutta la notte sognò casa sua, e nel sonno girò per tutte le stanze cercando qualcosa che non riusciva né a trovare né a rammentare che aspetto avesse.

Lo stile e l'accessibilità - termine che prendo in prestito dall'introduzione di Anderson - della scrittura di Tolkien offre alla storia un elemento senza il quale Lo Hobbit non sarebbe ciò che è, ossia un libro sia per bambini che per adulti, intriso di una cultura vastissima e spesso misteriosa, resa in modo che sia alla portata di tutti. Tuttavia, si percepisce che, nonostante le aggiunte fatte da Tolkien nel corso degli anni per adattare la storia, i riferimenti geografici e storici a ciò che viene raccontato ne Il Signore degli Anelli, Lo Hobbit sia un racconto di sperimentazione per qualcosa di più grande.

Per quanto non mi piaccia etichettare le mie letture, è necessario catalogare questo libro nel genere fantasy, perché ad esso appartiene da un punto di vista letterario. Non sono mai stata una lettrice di fantasy e, leggendo Lo Hobbit mi sono resa conto che forse non è il mio genere. Lo so, Tolkien è un'eccezione per chiunque, motivo per cui la mia brama di conoscenza di questo scrittore, filologo, linguista, letterato, intellettuale quale è J.R.R. Tolkien non termina qui: ho in cantiere la lettura della trilogia centrale della sua produzione, ovvero Il Signore degli Anelli. Bilbo, Gandalf, acquile e nani ci leggeremo molto presto!

Francesca, Le ore dentro ai libri.

domenica 23 dicembre 2018

dicembre 23, 2018

Letture sotto l'albero - tre libri per quattro lettori

Buongiorno lettore e lettrice e buon inizio feste!

In attesa del terzo articolo sul confronto letterario (clicca qui per il primo e qui per il secondo) sul quale sto lavorando -giuro-, arriva in occasione delle feste natalizie l'atteso appuntamento con le Letture sotto l'albero.


L'anno scorso avevo improntato il nostro percorso su quattro letture che si adattassero al meglio all'atmosfera natalizia che rende un po' tutti più buoni - non tutti, alcuni rimangono i Grinch della situazione -. Quest'anno, invece, il nostro viaggio sarà un po' diverso: parto dalla doverosa premessa che in questi ultimi mesi ho fatto molta fatica a leggere libri che non fossero per l'università e che quindi le letture a tema natalizio hanno trovato poco spazio tra i mille impegni letterario-universitari dell'ultimo periodo. In ogni caso, non sono mancati i libri giusti per prepararsi all'atmosfera natalizia anche se, questa volta, si aggiungono alla lista dei libri che non avevo preso in considerazione. Da suggerimenti sparsi di qualche lettore e lettrice come te, sono giunta alla conclusione che quest'anno, le letture sotto l'albero saranno dei consigli di lettura e per gli acquisti con il fine rendere il Natale un po' più libresco e speciale non solo per te ma anche per chi ti sta vicino. Si tratta di libri che ho letto e amato e libri che ho regalato a chi voglio bene.

Doverose premesse e spiegazioni concluse, perciò passiamo ai libri!

Per il lettore natalizio

Abbiamo tutti un amico, un'amica o un familiare che non riesce a fare a meno di leggere un libro a tema con il periodo, che sia Natale, Halloween, l'estate o la primavera. Nel caso in cui nemmeno tu riesca a fare a meno di questa preparazione libresca in vista di un evento come, in questo caso, il Natale, ho qui pronti per te alcuni titoli che potrebbero aiutare.


Nel 2016, Iperborea ha avuto un'idea perfetta per preparare i suoi lettori al Natale pubblicando uno dei romanzi considerati il A Christmas Carol nordico. Sto parlando de Il pastore d'Islanda di Gunnar Gunnarson, che ho regalato a mio padre proprio due anni fa per Natale per farlo avvicinare piano piano al mio mondo di letture e di studi - visto che studio letterature nordiche -. Come le saghe islandesi, anche Il pastore d'Islanda si struttura come un cammino di uno per diventare, alla fine, il cammino di tutti, una parabola universale che, in questo caso, è avvolta da un clima rigido e nevoso e spesso sconosciuto ai lettori italiani.


Per questo Natale non posso lasciare da parte una casa editrice alla quale sono molto legata e che pubblica sempre storie magiche confezionate con una grafica meravigliosa. Anche quest'anno, Antonella, Lorenzo e Alessandro di ABEditore si sono barcamenati nella pubblicazione di un nuovo blocco di Imbustastorie, questa volta tutto tematico. Le quattro nuove bustine contengono racconti che vi faranno fare un vero viaggio tematico: dalla magia al doppio, passando per l'incubo e il sogno. Incontriamo autori come Charles Dickens, Marcel Schwob, Franz Kafka o Virginia Woolf ma visto che per ogni bustina si trovano ben cinque racconti, gli autori da scoprire sono molti altri. Insomma, una lettura perfetta da fare sotto le feste quando l'occhio è appesantito dagli abbondanti pranzi con parenti e amici e la mente non riesce a concentrarsi per troppo tempo. Un regalo meraviglioso e un'escamotage per chi non sente di poter andare a colpo sicuro con un romanzo specifico. Queste storie sono perfette per tutti i gusti.

Tornando al Natale come tema principale delle storie, la Bottega dei Traduttori - la stessa che ha collaborato con ABEditore per l'Imbustastorie - ha pubblicato una raccolta di racconti da culture e mondi differenti che mostrano il Natale con occhi diversi dai nostri. Gli autori inseriti nella raccolta sono tanti e anche conosciuti e ogni racconto è illustrato da un disegnatore professionista. Una tenera raccolta di letture da leggere la sera per rilassarsi e godersi a pieno l'atmosfera che solo il Natale può sprigionare.

Per il lettore letterario

Si sa, di lettori ce ne sono di tutti i tipi, anche chi, come la sottoscritta, non può fare a meno della Letteratura - quella con la L maiuscola - e di libri che parlano di libri, di scrittura e di lettura.


Il primo consiglio è un libricino che, sfortunatamente, non è stato ancora tradotto in italiano e che perciò devo proporti in inglese. Si tratta di The Travelling Companion di Ian Rankin, scrittore scozzese innamorato dei suoi territori e in particolare di Edimburgo e autore di una serie di romanzi polizieschi di successo. Lo sai, io non sono una lettrice di gialli o polizieschi - zia Agatha è la sola eccezione - ma con Ian Rankin sono riuscita ad iniziare, finire e farmi quasi piacere Resurrection Men. Rankin non è solo uno scrittore di gialli perché le sue storie non sono mai banali né fisse sul tema dell'indagine. The Travelling Companion, infatti, è un racconto di poche pagine in cui Rankin, lettore appassionato di Robert Louis Stevenson, costruisce una storia attorno ad un dottorando ossessionato dallo scrittore di Dr. Jekyll e Mr. Hyde. Dopo la visita di un collezionista che afferma di avere il manoscritto originale del romanzo più famoso di Stevenson e del racconto mai pubblicato dal titolo The Travelling Companion, per Ronald Hastie inizia una ricerca esasperata che lo porterà molto lontano da se stesso e una conclusione decisamente inaspettata, non solo per lui ma anche per il lettore.


Un regalo che ho ricevuto a novembre e che ho letto con molto piacere è The Gifts of Reading di Robert Mcfarlane, anche questo non tradotto in italiano. Ci sarà una congiura contro i libri belli?
Al contrario degli altri libri consigliati, questo piccolo tesoro scritto da Mcfarlane non è un romanzo e nemmeno un racconto, bensì un saggio sulle gioie della lettura e sull'importanza che i libri possono avere nella vita di ognuno. Il punto di vista affrontato è quello personale di Macfarlane - professore di letteratura inglese a Cambridge - che include anche un percorso di crescita e di riscoperta dei piaceri della lettura. La bellezza di questo piccolo pamphlet - se così vogliamo chiamarlo - è la rilevanza che dà al legame tra i libri e i rapporti tra le persone, perché è vero che i leggere ci aiuta ad estraniarci dal mondo, ma è altrettanto vero che i libri siano un preziosissimo punto di incontro tra le persone.


L'ultimo - ma non ultimo - libro della categoria racchiude in realtà più volumi. Sto parlando dei libri che raccolgono la serie di interviste dal nome Writers at Work della The Paris Review, una rivista letteraria statunitense. Raccolte e pubblicate in inglese inizialmente dalla Penguin (ora da Canongate Books se non erro) e in italiano da Fandango Libri, queste interviste sono un elemento imperdibile nella libreria di un appassionato di letteratura, scrittura e storia della letteratura. Non sono rielaborazioni, saggi o simili, ma vere e proprie interviste riportate su carta a scrittori del calibro di William Faulkner, Truman Capote, T. S. Eliot, Ezra Pound, Philip Roth, John Steinbeck, Alberto Moravia e molti altri. Le raccolte partono dalla seconda metà del secolo scorso per arrivare fino ai giorni nostri, un patrimonio culturale che non ci si può far scappare.

Per il lettore bambino


Un libro che sicuramente ti sorprenderà perché forse poco conosciuto ai più è Roverandom di J. R. R. Tolkien, il padre della Terra di Mezzo e uno studioso di letteratura di tutto rispetto. Edito in inglese da Harper&Collins e in italiano dall'ormai fedele e tolkeniana Bompiani, questo breve racconto è stato scritto da Tolkien per suo figlio Michael dopo che questi aveva perso il suo giocattolo a forma di cane preferito. Storia di un cagnolino, Rover, che viene trasformato in un giocattolo da uno stregone, il racconto diventa una vera e propria quest del piccolo Rover attraverso mondi fantastici, come la luna o l'isola dei cani, per recuperare la propria identità e tornare un cane vero. Un'ottima lettura sia per grandi - appassionati di Tolkien e simili, aggiungerei - che per piccini.


Non potevo non consigliare un libro della tradizione svedese: dopo Astrid Lindgren, Ulf Stark vince il titolo dell'autore più importante di letteratura per bambini in Svezia, in particolare grazie ad un libro dal quale è stato tratto un film che viene trasmesso ogni anno sotto le feste natalizie in tutte le case svedesi: Sai fischiare Johanna? è una piccola e tenera storia sul legame tra nonni - anche in affitto - e nipoti che farebbe sciogliere il cuore anche al Grinch più odioso di tutti.

Se invece il nostro lettore è un po' più esigente e non si accontenta dei quattro capitoli di Ulf Stark, possiamo orientarci su un altro classico della letteratura per bambini, Storie proprio così di Rudyard Kipling, contenute però nel piccolo mondo ABEditore sotto il titolo Il libro delle bestie. Perché non scoprire il motivo per cui, secondo Kipling, l'elefante ha una proboscide così lunga o quale sia stato il risultato di un tentativo di mimetizzazione del leopardo? Meravigliosamente illustrate in questa nuova edizione, queste storie di stampo fantastico e spesso umoristiche non possono proprio mancare tra le letture da fare in panciolle davanti ad un camino...o un termosifone bello caldo se il camino, come me, non lo avete!

Per il lettore forte


Capiamoci, il lettore forte non è colui che riesce a sollevare più di otto libri con un braccio solo, o per lo meno non solo quello. Il lettore forte è colui che si sente pronto e capace di affrontare delle letture alquanto complicate e ingegnosamente strutturate da autori il cui fine non era proprio quello di far rilassare il lettore. La bellezza di questi libri, però, è che nonostante le difficoltà che si possono riscontrare, regalano alla fine un'esperienza di lettura che non si scorderà mai più.

Con cinquecento e passa pagine intrise di un'epopea familiare, La casa della moschea di Kader Abdolah è un libro che potrebbe riservare delle sorprese non da poco. Abdolah ritorna, forse con nostalgia, al panorama familiare di quella che una volta si chiamava Persia e che lui, autore iraniano e rifugiato politico in Olanda, conosce molto bene. L'Islam che viene presentato al lettore è intimo, una religione umana praticamente sconosciuta agli occhi di molti e che accompagna le avventure, anche drammatiche, di un'influente famiglia locale.


Non posso non citare, ora, uno dei libri migliori che abbia letto quest'anno: L'urlo e il furore di William Faulkner, un romanzo corale diviso in quattro sezioni che a fine lettura lascerà te - o la persona a cui lo regalerai - con la sensazione di aver ricevuto in dono uno dei capolavori della letteratura contemporanea. Perché sì, per quanto se ne dica, questo romanzo, che ruota attorno alle tragiche vicende della famiglia Compson, si carica di una profondità emotiva e universale a tutti gli uomini poco eguagliate da altri libri. Quattro sezioni, quattro personaggi diversi, quattro voci che ruotano attorno e raccontano, a modo loro, un unico evento legato ad un personaggio al quale Faulkner non dà voce: Caddie Compson.

Aggiungo alla lista un romanzo che mi è stato regalato da poco e che desideravo ardentemente da qualche mese: Stoner di John Williams, un libro che per me è legato all'amicizia con Sara (The Nerd Writer), che lo ha letto e se ne è innamorata. La storia di William Stoner è una storia apparentemente semplice ma nasconde un'intensità che Sara mi ha saputo trasmettere con pochissime parole molto profonde. Questo romanzo ha tutte le carte in regola per entrare nell'albo dei capolavori della letteratura contemporanea e visto che mi è stato più volte ripetuto di leggerlo - anche e soprattutto perché ho amato Uomini e topi di Steinbeck - non posso che fare altrettanto con te.

Non credo che ci sia più nient'altro da dire se non che ti auguro di passare delle feste serene, in compagnia delle persone che ti fanno stare bene e ti rendono felici. Ah, quasi dimenticavo...buone letture e anche buoni acquisti dell'ultimo momento!

A presto,
Francesca, Le ore dentro ai libri.

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