martedì 24 dicembre 2019

dicembre 24, 2019

Letture sotto l'albero - i libri da regalare

Buongiorno lettrice e lettore e buone feste!

Devo ammettere che mi fa un po' strano rimettermi a scrivere un articolo per le letture sotto le feste, ma sono comunque contenta. Quest'anno, le letture non saranno propriamente a tema natalizio perché il primo semestre all'università mi ha dato una mazzata sulle spalle non indifferente e gli impegni sono triplicati.

Tanto perché ci piace cambiare - come alle scale di Hogwarts - ho deciso che per mantenere comunque la tradizione di Letture sotto l'albero non ti consiglierò libri che parlano solo del Natale ma romanzi e saggi che credo siano perfetti da dare in dono a chi amiamo di più. Ci sono libri che ho letto e che mi hanno riempito il cuore, altri la mente e altri ancora l'anima - addirittura, sì! - e credo che non ci sia regalo più bello del condividere le gioie della lettura con chi abbiamo vicino.

Un libro per riempire il cuore

Il primo che ho il piacere di consigliarti è un classico che, forse, viene letto troppo poco da adulti. Parlo di Matilda di Roald Dahl, romanzo meraviglioso e sincero sulle avventure di una bambina di cinque anni e mezzo alle prese con un mondo di adulti che non solo non la capisce, ma si fa anche beffa di lei. 

La storia, forse, è conosciuta ai più grazie all'adattamento cinematografico del 1996, film con il quale ho scoperto la storia quando ero una bambina. Matilda è una bambina sola nella sua famiglia, nei confronti della quale il narratore non risparmia taglienti critiche o commenti espliciti sull'ignoranza diffusa in casa Wormwood. Matilda, però, scopre piccolissima i libri che le daranno quella compagnia e quell'amore che sempre aveva sentito mancarle intorno. Il libro è abbastanza diverso dal film, perché sebbene l'elemento magico sia presente in entrambi, nel romanzo fa la sua apparizione dopo la metà. Sembra quasi che Dahl abbia voluto concentrarsi non tanto sulla "facile soluzione" che la magia avrebbe potuto offrire a Matilda per vendicarsi, in qualche modo, di questo mondo di adulti incapace di ascoltare e comprendere la saggezza dei bambini e dei libri, bensì sull'importanza di affrontare questo stesso mondo per potersene distaccare definitivamente. 

Matilda non è un libro sdolcinato o intriso di una leziosità nauseabonda, tutto il contrario: si tratta di una storia sincera, profonda e reale, cosparsa di una tenerezza che solo i bambini e gli adulti più capaci ad ascoltare sapranno apprezzare. Lacrima assicurata a fine lettura.

Un libro da leggere con calma

Se c'è un libro che si trova sul mio comodino da più di due anni è Scrivere la vita: più di mille pagine di lettere scritte da Vincent van Gogh principalmente al fratello Theo. Questo non è un libro con il quale mettersi paletti se non quello di gustarselo piano piano quando se ne sente il bisogno. Chi conosce il genio tormentato di van Gogh sa quanto intense siano le sue rappresentazioni della realtà; le lettere riportano quella stessa intensa passione che il pittore metteva nel dipingere paesaggi reali e immaginari, tormentati come la sua anima. Vincent, infatti, era anche un attento lettore e, da ottimo osservatore della realtà, sapeva cogliere l'essenza di ciò che gli accadeva e leggeva al punto da sentirsene sopraffatto emotivamente. Non c'è raccolta di lettere altrettanto bella, ricca e profonda come questa di Vincent van Gogh.

I libri di Virginia per ricordarci l'importanza di esistere

Sarà forse un po' scontato e la categoria non gli farà assolutamente giustizia, ma questo mi è sembrato l'unico modo per descrivere l'importanza dei saggi scritti negli anni da Virginia Woolf. Autrice del cuore per me e molte altre amiche, un'autrice che può far breccia anche negli animi maschili perché non c'è nessuno che parla di libri, letteratura, società come lei. Ironica, pungente ma sempre profondissima, Virginia Woolf è stata prolifica nella scrittura di articoli e saggi che affrontavano questioni spinose della sua - ma anche nostra - società. 

Primo tra tutti, l'importanza della propria esistenza, della propria voce. Il primo saggio che ti consiglio, infatti, è il più famoso: Una stanza tutta per sé, da gustarsi senza pregiudizi e con una matita nella mano libera. 

Altrettanta attenzione deve essere dedicata alla raccolta curata da Liliana Rampello, Voltando pagina. Non si può sbagliare con questo libro se si vuole avere una conoscenza approfondita - ma comunque da poter scandire in vari momenti e a proprio piacere - dell'amore sconfinato di Virginia Woolf per gli aspetti più dinamici della vita: i libri e la letteratura.

Libri da leggere tutti d'un fiato

Perché sì, tutti hanno accanto lettori non proprio forti che hanno bisogno di un libro che non li spaventi. Ne ho due, uno in italiano e uno in inglese per chi vuole tentare la sorte.

L'ignoto ignoto di Mark Forsyth è un libricino che non sapevi di voler leggere. In pochissime pagine l'autore riesce a spiegare, anche con una certa intensità, un concetto al quale non si fa mai caso quando si entra in una libreria: il piacere di non trovare ciò che cercavi, ma ciò che ti serviva. E' quel libro nascosto nell'angolo dello scaffale, o quello schiacciato in mezzo a due mattoni giganti, ma anche quello in cassa insieme agli altri a cui non presti mai attenzione. Insomma, il piacere di trovare un libro che non sapevi ancora di volere.

Art Matters di Neil Gaiman - brillantemente illustrato da Chris Riddell - è un libro illustrato e quando Neil Gaiman parla, tutti tacciamo. Sebbene la prima parte di questo libro avrebbe potuto essere sviluppata meglio, la seconda è ciò su cui punterei tutto: l'importanza del fallimento come spinta per trovare la "propria arte", ovvero il proprio modo di raccontare la realtà, la tua storia e la tua mente.

Credo che anche per quest'anno sia tutto. Avrei voluto fare un lavoro diverso per questa rubrica, ma prendo spunto dall'ultimo libro che ti ho consigliato per farti capire - e far capire a me stessa - quanto sia fondamentale avere la forza di mollare per poter trovare alternative spesso migliori dei primi tentativi. Questi sono i consigli di Neil Gaiman per chi vuole intraprendere una carriera artistica, da freelance o qualsiasi attività che coinvolga la creatività:
  • se hai un’idea di cosa vuoi fare o di cosa ti è stato chiesto di fare, vai e falla. Ed è più difficile di quanto suoni e, qualche volta alla fine, tanto più facile di quanto tu possa immaginare.
  • quando inizi, devi affrontare i problemi del fallimento. Devi avere la pelle dura, imparare che non tutti i progetti sopravviveranno.
  • mentre stai facendo una buona arte, fanne una tua, fai le cose che solo tu puoi fare. L’unica cosa che hai e che nessun altro ha sei tu. La tua voce, la tua mente, la tua storia, la tua visione delle cose. Perciò, scrivi e disegna e costruisci e suona e danza e vivi come solo tu sai fare.
E' su questa nota, spero positiva, che ti auguro tutto il bene, la serenità e la felicità del mondo per queste feste 2019. A presto!

Francesca, Le ore dentro ai libri.

venerdì 20 settembre 2019

settembre 20, 2019

Sull'utilità della letteratura e del leggere libri

È un dibattito aperto da anni e ormai le risposte che ci vengono date sono innumerevoli, ma è giusto continuare a parlarne: perché leggere? La letteratura è utile? I libri hanno qualche utilità nella nostra vita?

La domanda non potrebbe essere posta in tanti modi diversi e per alcuni lettori o lettrici la risposta è che l'utilità non esiste, la letteratura è inutile e leggere lo è altrettanto. Allora io, dalla mia umilissima sedia girevole - anche molto comoda - della camera da letto ti dico la mia e ti racconto perché, secondo me, la letteratura sia ancora utile e leggere libri sia importante nella vita.

Andiamo per gradi, perché è necessario fare delle premesse e definire soprattutto alcune questioni.

È chiaro, ma è sempre meglio specificare, che quando ci chiediamo se la letteratura sia utile non si può intendere la parola "utilità" in termini di ricavo materiale dall'uso dell'oggetto libro bensì bisogna estendere la definizione ad altri contesti che rendono la questione molto più interessante e complessa.

Esistono all'incirca tre risposte standard e più comuni alla domanda posta sopra che, in qualche modo, chiariscono la definizione di utilità in questo contesto. La prima risposta è sì, la letteratura è utile perché arricchisce la propria vita, il proprio bagaglio culturale, il lessico e soprattutto l'immaginazione. In questo caso non posso che concordare con una risposta del genere, anche se a mio parere rimane un po' troppo superficiale e poco esaustiva per i "non addetti ai lavori", ovvero i non lettori.

L'arricchimento personale e l'aumento del proprio bagaglio di conoscenze - grammaticali, culturali, lessicali e via dicendo - è un passaggio al quale si giunge gradualmente e del quale si ha una piena percezione solo dopo un bel po' di pratica. Passatemi il termine, ma per me è così: leggere è una pratica - o esercizio - che ha bisogno di essere coltivata e che, come le piante più belle del nostro giardino, metterà i fiori molto lentamente. In una società come quella in cui viviamo oggi ci stiamo sempre più abituando alla velocità e all'immediatezza di informazioni da captare che riceviamo e scartiamo con estrema facilità: la presenza sempre più massiccia delle serie TV, di film e di social network ci ha abituato a prediligere l'immediatezza e, in molti casi, la mancanza di una riflessione lenta sull'informazione che abbiamo recepito. Far leggere libri, soffermarsi sulle pagine e dare la stessa importanza delle serie TV o dei film alla letteratura sembra ormai a molti un'utopia.

Andare contro a questo nuovo sistema sarebbe una follia ed è per questo che secondo me è fondamentale e necessario dare delle risposte più esaustive possibili alla domanda posta sopra, non solo per rispetto nei nostri confronti ma anche e soprattutto di chi ci pone la domanda. Altro motivo per cui una risposta emotiva come questa prima proposta può essere migliorata.

Arriviamo alla seconda risposta più comune: la letteratura e i libri sono utili perché aiutano a risolvere i problemi della vita. E' capitato a tutti di leggere qualche pagina o finire un libro e sentirsi meglio, più leggeri o propositivi verso la vita. Penso alla famosa frase tratta da uno dei film preferiti di sempre, Matilda sei mitica (a sua volta tratto da Matilda di Roald Dahl):

" Da questi libri veniva a Matilda un messaggio di speranza e di conforto: tu non sei sola. "

E' chiaro a tutti noi lettori che i libri siano anche strumenti potentissimi di aiuto in momenti poco felici o che possano funzionare come integratori o aiuto per l'umore in periodi particolarmente positivi. Mi viene in mente anche il famoso libro Curarsi con i libri di Ella Berthoud e Susan Elderkin, le quali scrivono nella prefazione che "questo libro è un manuale di medicina con qualche differenza.". Al di là della provocazione - spero sia così - l'obiettivo di questo libro è consigliare una serie di romanzi o racconti che, a seconda dell'umore del lettore, dovrebbero "lavorare sulla psiche" per migliorare la sua situazione. Ho seguito solo una volta un consiglio delle due autrici: era il caso di Nuova grammatica finlandese di Diego Marani - recensito qui sul blog - che, a loro detta, era un romanzo ideale a chi avesse "problemi di identità". Sapevo che non mi avrebbe dato le risposte alle domande che avevo e così è stato, ma il libro mi è piaciuto comunque.

Tuttavia, un ragionamento simile deve essere fatto con cognizione di causa: come è successo nel caso precedente, anche ora una riflessione su questa utilità dei libri e della letteratura rimane un po' semplicistica e oserei dire anche ingenua come il buon proposito di Curarsi con i libri. Non ci si può aspettare ingenuamente che la lettura di un libro possa magicamente risolvere al posto nostro i problemi della nostra vita. Ciò che ci si può aspettare da un libro è che ci indirizzi verso una strada che saremo noi, in seguito, a dover scrutare e decidere se è quella giusta per noi. Ma a questo punto ci arriviamo a breve.

La terza e ultima risposta alla domanda "E' utile leggere i libri e la letteratura?" è "sì, per il puro piacere di farlo". Affermazione più che legittima ma che può essere approfondita: il piacere di leggere proviene essenzialmente dalla percezione del libro o come "mezzo di intrattenimento" o "mezzo di divulgazione". Tuttavia, quest'ultimo è un aspetto che non sempre deve essere per forza associato alla letteratura, perché non è detto che essa debba avere uno scopo e quindi essere "utile" (al di là del fatto che la letteratura è letteratura e non divulgazione).

Vi ho sconvolto? Era quello che volevo. L'utilità della letteratura in senso divulgativo abbraccia degli ambiti che sono sempre stati il punto di forza per chi ha voluto far passare la lettura come esercizio necessario e obbligatorio a priori: la lettura e la letteratura sono utili per scopi morali, etici, divulgativi ed educativi. Ma non è sempre così e un ragionamento del genere non può essere così semplice e autoconclusivo.

Ce lo diceva anche Oscar Wilde con una delle frasi più famose della storia: "L'arte è inutile". Come possiamo prendere una citazione del genere da un artista? Contestualizzandola e analizzandola. Wilde mette in atto una vera e propria provocazione all'interno dell'unico grande principio della tendenza decadente dell'Estetismo, ovvero "l'arte per l'arte": altro non è che una dichiarazione di indipendenza dell'arte dagli scopi preconfezionati, ovvero quelli morali, etici, educativi e divulgativi che le erano sempre stati imposti. Se è pur vero che per Wilde e gli Estetici l'arte deve essere fruita e osservata per quello che è e per la sua bellezza, è altrettanto vero che questa fruizione "estetica" deve avvenire anche e soprattutto in termini di giudizio di gusto, di rapporto tra oggetto e soggetto (un romanzo e un lettore) ma anche trovare un significato o un'interpretazione all'opera stessa.

Ora riuniamo i punti. E' proprio nell'interpretazione e nella capacità di dare significato ad un libro che si trova il centro della riflessione sull'utilità della letteratura e di leggere libri.

Nel momento in cui si legge un libro e si dà ad esso un'interpretazione personale si attiva quell'utilità della letteratura e del leggere i libri. Per questo, essi sono utili nel momento in cui ci permettono di analizzare e interpretare un libro. Per quale motivo ciò avviene? Perché i libri pongono domande e propongono riflessioni che a loro volta ne produrranno altre analoghe o contrarie a quella proposta. Credo che l'errore più grande che si possa fare quando si legge un libro e si affronta la letteratura sia aspettarsi delle risposte. I libri non danno risposte, al massimo ne suggeriscono alcune che il lettore o lettrice saranno in grado di cogliere e rielaborare personalmente solo se la loro mente sarà aperta e disponibile a riceverle.

In breve, i libri sono potenzialmente strumenti utilissimi solo se ne si conosce l'uso e questo processo conoscitivo può avvenire solo con il tempo, leggendo pagine e pagine, fino a sviluppare quella coscienza da lettrice o lettore di cui parlavo prima.

Concludo aggiungendo che una riflessione del genere può tornare utile anche per capire come far avvicinare i non-lettori ai libri. Credere di poterli convincere con poche parole perentorie che leggere sia utile a loro, al loro animo, alla loro educazione e al loro vivere consapevolmente nel mondo è un errore di molti che spesso porta il non-lettore o la non-lettrice ad allontanarsi dalle pagine e non fare mai più ritorno.

Non ci si può aspettare che l'utilità della lettura e della letteratura venga capita in questo modo, perché bisogna concedere loro il fatto che non conoscano il mezzo o strumento-libro. Bisogna conceder loro di passare questo percorso profondamente intimo verso il piacere della lettura in modo graduale e, qualche volta, anche l'idea che possa diventare per loro un'attività secondaria e non di prima scelta.

Consigli di lettura per l'argomento:

  • Perché leggere i classici, Italo Calvino (Mondadori). Nell'introduzione, Calvino ci ricorda quanto sia importante non solo leggere i classici ma farlo secondo i nostri tempi. Seguono a questa dei saggi su vari scrittori del passato, sia lontano che recente.
  • Di che cosa parliamo quando parliamo di libri, Tim Parks (UTET). Saggio provocatorio sulla letteratura e i suoi libri, ben costruito nella struttura e anche nei contenuti.
  • Lezioni di letteratura, Vladimir Nabokov (Adelphi). Nell'introduzione, Nabokov esprime con una certa schiettezza la sua personale idea di letteratura e di come dovrebbero essere letti i libri per costruire una buona identità di "lettore".
  • Granito e arcobaleno, Virginia Woolf (Nuova Editrice Berti). Raccolta di scritti in cui l'autrice parla non solo della sua idea di letteratura ma anche della sua personale esperienza con la lettura. Sono consigliati tutti i saggi di Virginia Woolf in cui si parla di tali argomenti, come Voltando pagina (a cura di Liliana Rampello, Il Saggiatore).
  • Oltre abita il silenzio, Enrico Terrinoni. Saggio sulla traduzione della letteratura in cui si percepisce l'amore e la necessità di avere la letteratura nelle nostre vite.

sabato 14 settembre 2019

settembre 14, 2019

#LeOreconTolkien: creare un intero universo con "Le due torri"

Giunge un po' in ritardo il secondo appuntamento con #LeOreconTolkien, in cui ti aggiorno più che posso sulla lettura dei tre volumi de Il Signore degli Anelli (ti reindirizzo a questo primissimo articolo in cui ti spiego il progetto).

Se l'effetto di essermi avvicinata a questo grande romanzo dopo Lo Hobbit era stato disorientante e impegnativo, con la lettura del secondo volume (The Two Towers) sono andata verso un netto miglioramento della situazione.

Non ti nascondo che intraprendere la lettura di questo grande romanzo in inglese non è cosa facile, perché per quanto possa conoscere e maneggiare la lingua mi risulta sempre più complesso tenere alta la concentrazione durante la lettura, soprattutto se si tratta di Tolkien. Non è impossibile, ma è comunque impegnativo come leggere qualsiasi libro in qualsiasi altra lingua che non sia la nostra.

Il problema non è stato comunque la lingua, se non per il fatto che mi sono presa più tempo per leggere tutto con attenzione, perché questo secondo volume, al contrario del primo, è decisamente più complesso sotto vari punti di vista.


La struttura narrativa del secondo volume

Il volume si apre con il Libro III con il quale ci accorgiamo di un elemento che ritroveremo da ora per tutto il romanzo, ovvero la divisione tra la narrazione del percorso di ciò che rimane della Compagnia dell'Anello - Aragorn, Legolas e Gimli, ai quali poi si uniranno Pipino, Merry e Gandalf - e la narrazione del percorso di Frodo e Sam. Quindi, non ci troviamo di fronte ad una narrazione sullo stile di Manzoni, in cui le avventure separate dei personaggi si intrecciano nella narrazione di uno stesso capitolo, bensì proprio il contrario.

Un tipo di narrazione come quella che Tolkien ha deciso di usare ne Il Signore degli Anelli è di sicuro più impegnativa, soprattutto nel Libro III. Se nel volume de La compagnia dell'Anello il lettore si era trovato di fronte ad un continuo movimento dell'azione alternato a profonde riflessioni da parte dei personaggi - vedi ne Il consiglio di Elrond -, nel Libro III de Le due torri troviamo inizialmente poca azione e molte, moltissime riflessioni. Il personaggio più tormentato in questo momento è sicuramente Aragorn, il quale sente pesare su di sé non solo la responsabilità della buona riuscita della missione da parte di Frodo ma anche il salvataggio dei due hobbit, Merry e Pipino, caduti nelle mani degli orrendi Uruk-hai, gli orchi di Saruman.

Verso la fine di questo Libro III l'azione torna al suo apice in due dei momenti più belli del secondo volume: la battaglia del Fosso di Helm - la prima, epica descrizione di una battaglia dell'intero romanzo - e l'incontro con Saruman sconfitto nella sua Isengard ormai distrutta dagli Ent. Riporto qui sotto due passi tratti dal capitolo "Helm's Deep", "Il fosso di Helm", nel quale viene narrata la famosa battaglia.

"The sky was now quickly clearing and the sinking moon was shining brightly. But the light brought little hope to the Riders of the Mark [la battaglia è combattuta in piena notte, elemento che arricchisce la narrazione di epicità e tumulto dello sconosciuto]. [...] Orcs and hillmen swarmed about its feet from end to end. Ropes with grappling hooks were hurled over the parapet faster than men could cut them or fling them back."

"Il cielo schiariva rapidamente e la luna che si accingeva a coricarsi brillava intensamente. Ma la luce portò poca speranza ai Cavalieri del Mark. [...] Orchi e Uomini delle montagne brulicavano da un'estremità all'altra della cinta. Corde con ramponi venivano lanciate al di qua del parapetto con tale destrezza e rapidità che i combattenti non facevano in tempo a tagliarle né a respingerle."

Per citare il titolo di un famoso film di qualche anno fa...e alla fine arriva Gandalf:

"There suddenly upon a ridge appeared a rider, clad in white, shining in the rising sun. Over the low hills the horns were sounding. Behind him, hastening down the long slopes, were a thousand men on foot; their swords were in their hands. Amid them strode a man tall and strong. His shield was red. As he came to the valley's brink, he set to his lips a great black horn and blew a ringing blast."

"Ivi improvvisamente su una cresta apparve un cavaliere biancovestito, e splendente nel sole appena nato. Sui colli più bassi squillavano corni. Sui lunghi declivi alle sue spalle arrivavano a piedi mille Uomini brandendo la spada. Fra loro incedeva un Uomo alto e possente. Il suo scudo era rosso. Giunto all'orlo della vallata, si portò alle labbra un grande corno nero e ne trasse uno squillo vibrante."

Nel Libro IV l'azione è diluita in maniera più movimentata nella narrazione ed è qui che i lettori iniziano a rendersi conto del fardello che Frodo deve portare fino al Monte Fato. E' come se la narrazione di questo peso che inizia a farsi sentire sia riflessa nelle lande desolate che Frodo, Sam e Gollum - che si è unito a loro all'inizio del libro - attraversano.

Un'attenzione particolare ai personaggi


Per quel che riguarda il Libro IV, ma più in generale tutto il secondo volume, uno dei temi ricorrenti nella narrazione è sicuramente quello della crescita dei personaggi. Molti di loro prendono sempre più coscienza di loro stessi, delle loro capacità e responsabilità via via che il viaggio si fa sempre più complesso.

Aragorn, ad esempio, ha un ruolo secondario rispetto a Gandalf in termini di guida fino alla caduta del mago alle Grotte di Moria. Ne Le due torri, invece, Aragorn è costretto a fare i conti con le sue responsabilità come guida di un gruppo, il che lo porterà ad una consapevolezza tale da poter assumere le sembianze proprie di un Re nell'ultimo volume.

Anche un altro personaggio di minor "statura" intraprende lo stesso cammino. Parlo di Samvise Gamgee, il cui apice di maturazione verrà però raggiunto nel terzo volume, nel quale il personaggio dovrà confrontarsi con pericoli e responsabilità molto importanti. La scena più toccante in cui Sam è indiscusso protagonista è quella in cui Sam si accascia in lacrime sul corpo apparentemente senza vita di Frodo - trafitto da Shelob - e inizia a chiedersi cosa avrebbe dovuto fare e se proseguire il cammino senza il suo padrone. Il susseguirsi di domande e riflessioni che Sam costruisce nelle pagine successive è a tratti anche comico ma rende alla perfezione la maturazione - esplicita - di questo ingenuo ma fondamentale personaggio.

Tra i personaggi più interessanti di questo secondo volume c'è sicuramente Faramir, che Frodo e Sam incontrano nel Libro IV. L'incontro segna un punto molto importante nella narrazione delle vicende dell'anello: Faramir è il fratello di Boromir, morto subito dopo essere caduto in tentazione e aver desiderato l'anello mettendo a rischio anche la vita di Frodo. In modo molto scaltro Faramir capisce che Frodo nasconde un segreto e, attraverso delle domande mirate, scopre dell'anello. Al contrario di Boromir, però, Faramir per quanto attratto non cede alla tentazione di possederlo e prende, inconsapevolmente, le distanze dal fratello. Pur essendo molto simili fisicamente - al punto che a Pipino per un momento sembra di vedere proprio Boromir - i due fratelli presentano sostanziali differenze caratteriali: Boromir cede alla tentazione dell'anello perché forse troppo ambizioso, al contrario di Faramir che non solo non desidera quella gloria decantata dal fratello ma rivela una nobiltà d'animo che Tolkien descrive in questo modo:
"[...] whatever be his descent from father to son, by some chance the blood of Westernesse runs nearly true in him [Gandalf parla di Denethor, padre di Boromir e Faramir]; as it does in his other son, Faramir, and yet did not in Boromir whom he loved best."
"[...] quali che siano i suoi avi e i suoi padri, per uno strano caso il sangue dell'Ovesturia scorre quasi puro nelle sue vene e in quelle dell'altro suo figlio, Faramir; non così invece in quelle di Boromir, che pur era il suo preferito."
La citazione vuole sottolineare non tanto una discendenza di sangue effettivamente esistente, quanto l'integrità e il valore degli uomini di Númenor (Westernesse) che scorre anche nel sangue di Faramir.
La nobiltà d'animo del personaggio viene dimostrata nel momento in cui rifiuta l'anello:

"But fear no more! I would not take this thing, if it lay by the highway. Not were Minas Tirith falling in ruin and I alone could save her, so, using the weapon of the Dark Lord for her good and my glory. No, I do not wish for such triumph, Frodo son of Drogo."

"Ma non avere più timore! Io non m'impadronirei di codesto oggetto, neppure se lo trovassi lungo la strada, neppure se Minas Tirith stesse cadendo in rovina e io solo potessi salvarla, usando così l'arma dell'Oscuro Signore per il bene della mia città e per la mia gloria. No, non desidero tali trionfi, Frodo figlio di Drogo."

Le lingue della Terra di Mezzo

Le due torri segna un passaggio importante anche per quel che riguarda la creazione di un'intero universo da parte di Tolkien. A mano a mano che si va avanti con la lettura si iniziano a notare differenze sostanziali nelle descrizioni che vengono fatte della Terra di Mezzo: come in universo verosimile, le terre e i popoli che la abitano si caratterizzano per linguaggio, usi e costumi. Il primo aspetto è quello che ho trovato più interessante e che avevo notato già durante la lettura del primo volume, nel quale si possono vedere le differenze linguistiche tra i popoli che abitano la Terra di Mezzo da un punto di vista scritto - vedi l'incisione nell'Anello che Gandalf spiega essere scritta nella lingua di Mordor, il Linguaggio Nero (Black Speech).

Ne Le due torri i diversi linguaggi e le differenze tra essi vengono alla luce nel loro uso abituale, ovvero ne facciamo esperienza attraverso gli stessi personaggi. Si iniziano a notare non solo veri e propri linguaggi finzionali creati ad-hoc da Tolkien, ma a livello narrativo l'autore riesce a trasformarli nei vari aspetti linguistici dell'inglese moderno o quello più antico. Mi spiego meglio:

Da un punto di vista della struttura della storia, nelle Appendici Tolkien si pone come autore "finzionale", colui che ha tradotto il famoso Libro Rosso scritto prima da Bilbo, poi completato da Frodo, curato da Sam e tramandato dai discendenti di Pipino e Merry fino ai giorni nostri. Il Tolkien "autore finzionale" spiega nell'Appendice F.II A proposito della traduzione che nel riportare a noi lettori la storia ha dovuto lavorare sul testo originale e tradurlo nell'inglese moderno, rispettando le varie sfumature linguistiche.

Ecco che gli Hobbit parlano il Common Speech (Lingua Corrente), una lingua traslitterata nell'inglese moderno. Nell'Appendice F.II A proposito della traduzione Tolkien ci dice che:

"In questo processo la differenza fra i diversi tipi di Ovestron (Westron) si è inevitabilmente affievolita, malgrado i tentativi di rappresentare tali differenze con variazioni nella nostra lingua; ma la divergenza fra pronuncia e idioma della Contea e Ovestron parlato dagli Elfi o dagli alti Uomini di Gondor era assai maggiore di quanto non risulti da questo libro. Gli Hobbit infatti parlavano per lo più un dialetto rustico, mentre a Gondor e a Rohan era in uso un linguaggio più antico, più puro e formale."
L'inglese dei nani, ovvero il Common Speech che essi parlano in presenza di altre razze, presenta un enunciato "gutturale" e molto aspro; il linguaggio di Rohan assomiglia ad un inglese antico e formale perché come ci dice Tolkien "era abbastanza vicino alla Lingua Corrente e strettamente collegato all'antica lingua degli Hobbit settentrionali, e simile in qualche modo all'arcaico Ovestron."

Il Tolkien autore "vero" (quello esterno al testo, non più finzionale) ha invece creato un vero e proprio impianto linguistico sul quale si appoggia un universo intero. Le lingue che l'autore ha creato sono così ben costruite e articolate anche a livello grammaticale o morfologico da essere del tutto verosimili.


Le traduzioni dei passaggi citati o quelli direttamente riportati in italiano fanno riferimento a J.R.R. Tolkien, Il Signore degli Anelli, Bompiani, 2011. L'edizione è curata da Quirino Principe, l'introduzione è di Elémire Zolla e la traduzione di Vicky Alliata di Villafranca (con la quale non concordo su alcune scelte traduttive, ma questo è tutto un altro discorso...)

venerdì 30 agosto 2019

agosto 30, 2019

Perché è importante porsi domande: la rivista letteraria "Passaporto Nansen"

Ho finalmente trovato qualcosa fatto quasi su misura per me. Quello spiraglio minuscolo di dubbio che mi lascio è dovuto solo al pensiero che la perfezione non esiste, ma è questo il bello del gioco. Ma partiamo dal principio.


Qualche mese fa, quando ancora il freddo ci entrava nelle ossa e sentivamo i jingles in negozi, librerie e bar, avevo deciso che con l'arrivo dell'anno nuovo avrei provato a leggere più riviste a tema culturale e letterario. C'era stato un tentativo zero l'anno precedente con La Lettura, inserto culturale settimanale de Il Corriere della Sera, ma non era andata benissimo: gli articoli erano interessanti e qualche volta avevo trovato argomenti che stimolavano la mia curiosità, ma spesso lo avevo trovato leggermente dispersivo.

A gennaio puntai sul The Newyorker, una rivista culturale che offre articoli e spunti di lettura su molti aspetti della società anglofona e, in particolare, americana. Un nuovo buco nell'acqua. Il problema che si era presentato con questa rivista era lo stesso di quella che l'aveva preceduta: la dispersione di argomenti negli articoli, in cui su un totale di dieci solamente tre trattavano di letteratura, editoria, libri in generale o cinema, ovvero gli argomenti che più interessano la sottoscritta. Non è un problema assoluto, poiché riconosco di essere non solo estremamente difficile e pretenziosa ma anche il fatto che ci sono persone a cui questa dispersione che io percepisco piace molto.

Poi, l'illuminazione. Durante il progetto di Carmen sull'epistolario di Virginia Woolf, ci è arrivato un articolo in cui si annunciava che il secondo numero di una rivista letteraria avrebbe avuto in copertina il volto della nostra Virginia e che proprio da una sua citazione si sarebbe partiti per lo sviluppo degli articoli all'interno. Non ti dico la sorpresa e l'interesse che una scoperta del genere mi ha suscitato!

La rivista in questione è Passaporto Nansen e qui, si ritorna all'inizio di questo articolo: ho finalmente trovato qualcosa per me e, aggiungo, non sapevo bene cosa fosse prima di scoprirlo. La confusione che gli inserti o le riviste culturali che avevo letto prima mi avevano creato, erano sparite nel momento in cui iniziai a leggere il mio primo articolo di Passaporto Nansen.

Ma perché questa rivista ha conquistato il mio cuore?

Passaporto Nansen è una rivista letteraria semestrale e vorrei soffermarmi proprio sul fatto che sia un "semestrale dedicato alla letteratura" (da pagina 2 della rivista), il che la rende di partenza una lettura adatta a chi alla letteratura vuole rimanere ancorato anche al di fuori dei libri.

Per ogni numero, la rivista propone un tema che proviene proprio dalla letteratura: una frase, un verso che può suscitare delle riflessioni non solo sul fronte letterario ma anche e soprattutto sulla nostra contemporaneità. Il primo numero era dedicato a Pasolini - Cos'è un vuoto letterario? -, il secondo ruotava intorno a Giacomo Leopardi e al concetto di infinito - "Ma sedendo e mirando" -  e infine il terzo ispirato da una frase della mia cara e amata Virginia Woolf - Non dobbiamo mai smettere di pensare: che 'civiltà' è questa in cui ci troviamo a vivere? -.

L'aspetto che più mi ha colpito di questa rivista, oltre all'aggancio fortissimo con la letteratura, è proprio la "redazione fluida" che la compone: scrittori, ragazzi, collaboratori o studiosi, chiunque può contribuire a creare quella riflessione che, forse, tanto manca nella quotidianità contemporanea.

Attraverso quel forte legame con la letteratura, Passaporto Nansen crea un bellissimo collegamento tra il passato e il presente che si esplicita nelle parole, anche discordanti, degli autori degli articoli. Ritengo che questo punto sia fondamentale anche quando si parla di libri e di letteratura: azzerare i confini di qualsivoglia tipo, anche quelli temporali.

Gli spazi letterari, sociali e culturali che vengono affrontati nella rivista - che sono un po' quello di cui ci parla ancora oggi Leopardi ne L'infinito, spazi interminati - producono un silenzio che è quello proprio della riflessione e del pensiero. Ecco, credo che uno dei motivi per cui mi sia così tanto legata a questa rivista sia proprio il seguente: Passaporto Nansen spinge alla riflessione, punta un confronto di idee che si legge poco e raramente sulle riviste in circolazione. Bisogna parlare di questa rivista affinché si crei e si solidifichi questo confronto con il fine non tanto di avere delle risposte, quanto di porsi delle domande - ed è curioso che si parta da una domanda per poi finire ad averne altre. Ma è proprio questo il fine della letteratura.

Tra le riflessioni che più mi hanno stimolata nel terzo numero dedicato a Woolf ho raccolto le seguenti - con non poca difficoltà di scrematura, perché gli spunti sono stati veramente tanti -:

  • coltivare il pensiero critico per avere la libertà di muoversi nella direzione che più aggrada; 
  • accettare le prove che la vita ci impone per poter vivere e nascere ogni giorno; 
  • trovare un senso alla complicata rete culturale nella quale ci troviamo; 
  • la pericolosità della riproduzione della morale maschile per le donne; 
  • l'importanza del dubbio nella riflessione e analisi della società; 
  • l'uso della paura come soluzione per la semplificazione delle risposte alle nostre domande complesse. 

A questo punto ti lascio con l'intervista che ho avuto la fortuna di fare virtualmente a Dario Pontuale, uno dei due fondatori della rivista insieme a Paolo Di Paolo.

Passaporto Nansen è una rivista letteraria che punta innegabilmente al confronto di idee e lo fa nella maniera ordinata che la forma scritta predilige. La rivista pone una domanda che scaturisce da una riflessione fatta a sua volta da qualcuno che in passato si è posto delle domande per poi provare a dare delle risposte. Per questo motivo, come rivista Passaporto Nansen mi sembra si ponga l’obiettivo, da un lato, di solidificare il confronto di idee e quindi offrire riflessioni che ne facciano porre altre al lettore; dell’altro, in qualche modo, azzera i confini, soprattutto quelli temporali per cui uno scrittore – come Pasolini – o una scrittrice – come Virginia Woolf – si posero anni fa domande che ancora ci poniamo oggi. Passaporto Nansen, in questo senso, sembra avere proprio lo stesso obiettivo che da sempre ha la letteratura, dico bene?
In un’epoca che offre solo “grandi” verità e dove tutti rivendicano soluzioni fin troppo semplici, Passaporto Nansen cerca di offrire prospettive plurime, non sentenze. Ogni autore, ognuno che si unisce alla “redazione fluida Nansen”, indipendentemente dalla sua professione, risponde alla domanda posta assecondando il proprio ragionamento e la personale natura. Offre, dunque, un punto di vista, non una verità universale. Un punto di vista, più o meno condivisibile, che poi si somma con altri articoli di altri collaboratori formando un insieme di prospettive sul tema, una sommatoria di opinioni; questo l’importante. Oneste opinioni, non verità dogmatiche. L’opinione altrui stimola la riflessione personale, la ferma verità altrui, invece, impone un pensiero e questo non è mai sano.
La rivista è pubblicata con il supporto dell’associazione culturale Donne di Carta, che si impegna a promuovere i diritti dei lettori e a diffondere l’idea di lettura come rete di relazioni in una società che dà alla cultura spesso poco spazio. Qual è il collegamento tra Passaporto Nansen e Donne di Carta? 
Un rapporto di “mera” condivisione della “carta”, cioè un comune intendere la lettura e l’apertura verso il prossimo. Porsi agli occhi dei lettori con l’onestà non di chi profetizza, semmai di chi auspica che la sensibilità, quantomeno una certa educata sensibilità d’animo, proliferi il più possibile.  
Si parla spesso del fatto che il giornalismo culturale e letterario su carta abbiano creato da molti anni a questa parte un vuoto che non si riesce a colmare. La decisione di pubblicare Passaporto Nansen come rivista non digitale è, da una parte una provocazione a chi sostiene il decadimento inesorabile della carta e, dall’altra, una sfida: come si pone la rivista nei confronti di questo vuoto, soprattutto dopo un po’ di tempo passato dal primo numero uscito? 
La sfida, se di sfida si può parlare, è che su Passaporto Nansen non appaiano recensioni, pubblicità, sponsor. Non ci sono poesie o racconti inediti, si cerca di mantenere la ‘compostezza’ della Rivista Letteraria, del puro interesse per l’argomento letterario. Si sceglie un tema con riferimenti al presente, al contemporaneo e lo si sviluppa come si faceva un tempo, senza preoccuparsi di chi è più bravo o di chi è più famoso. Contano le idee, prima di tutto, per riavviare un dibattito culturale che non nasca per edonistiche volontà di guadagnare visibilità, bensì per il sincero interesse di contribuire con la propria onesta opinione allo sviluppo di un pensiero, all’evoluzione di un processo. Può apparire un’ambizione smisurata, invece è soltanto un modo per riportare il confronto dialettico a livelli più umani, meno virtuali e meno sguaiati. Utopia? Forse, ma perché non assecondarla in quest’epoca gonfia di demagogie puerili?

Un ringraziamento di cuore va all'Ufficio Stampa della rivista, Elisa Toma, che mi ha dato la possibilità di scoprire e approfondire questa rivista. Sul sito di Passaporto Nansen (clicca qui) puoi trovare informazioni su dove trovare la rivista, articoli di approfondimento e novità sugli ultimi numeri usciti. 

martedì 16 luglio 2019

luglio 16, 2019

#LeOreconTolkien: impressioni e curiosità su "La compagnia dell'Anello"

Dopo una serie di tentennamenti iniziali, sono riuscita con successo a terminare The Fellowship of the Ring (La compagnia dell'Anello) dopo un mese esatto dal giorno di inizio. Oggi ti racconto le impressioni di questa prima lettura in inglese e approfondisco alcuni degli aspetti che mi sono sembrati interessanti a primo impatto.


Passare dalla lettura di Lo Hobbit a quella de Il Signore degli Anelli è stato abbastanza impegnativo poiché tra i due romanzi c'è uno scarto ben visibile in termini di complessità della narrazione. Il primo romanzo è più semplice non solo per quel che riguarda la storia ma anche per il modo in cui questa viene raccontata. Ne Il signore degli Anelli, invece, la faccenda si complica ma allo stesso tempo si arricchisce di dettagli, personaggi, trama e finisce per arrivare più in profondità per quel che riguarda l'infinità di tematiche affrontate.

Prime impressioni sulla lettura

E' vero, mi sono un po' lamentata all'inizio perché il libro era alquanto lento in partenza. Diciamo che seguire Frodo, Pipino e Sam che vagano curiosamente tra i boschi della Contea non è proprio entusiasmante, soprattutto se è proprio quello il momento in cui inizi a odiare il protagonista. Ebbene sì, a fine lettura del primo volume ammetto con una certa soddisfazione che Frodo è uno di quei protagonisti che vorrei strangolare ma che, alla fine, ti fa desistere dal farlo. Mi sono interrogata su questo mio odio viscerale nei suoi confronti e mi sono informata, perché credevo avesse a che fare proprio con il tipo di personaggio che Frodo incarna, ed effettivamente è così. 

Il personaggio di Frodo è costruito alla perfezione e riprende, come mi è stato confermato da più parti, il tipico protagonista legato al fardello che si porta dietro, in questo caso l'anello. Quest'ultimo condiziona, in qualche modo, il suo comportamento e le sue decisioni e lo rende particolarmente detestabile agli occhi di un lettore che patteggia, invece, per un personaggio più umano come Samwise Gamgee. In effetti, all'inizio del romanzo quando l'Anello era ancora custodito dal vecchio Bilbo, Frodo mi era parso più simpatico proprio perché più simile all'umanità e alla sconfinata bontà d'animo di Sam; una volta messosi il fardello al collo, di Frodo e della sua simpatia nessuno ha più avuto notizia. 

A proposito dell'Anello: sono rimasta estasiata dal labirinto di storie che Tolkien è riuscito a creare attorno alla trama principale del libro e che si sviluppa progressivamente pagina dopo pagina. L'universo Tolkieniano della Terra di Mezzo diventa realtà mano a mano che ne apprendiamo la storia, gli eventi del passato, i grandi popoli che la hanno abitata in passato e che la abitano ora. Nel profondo, ci chiediamo tutti se da qualche parte gli elfi stiano ancora vivendo in boschi inaccessibili o cosa stiano preparando di buono per colazione gli Hobbit della Contea. Insomma, Tolkien ha reso vero - e non verosimile, altrimenti non avrebbe funzionato - un mondo inventato del quale non sapremo mai abbastanza. E un po', per questo, lo odio, perché sarò costretta a leggerne all'infinito.

All'interno di questo universo si muovono dei personaggi che accompagnano Frodo nella sua anti-ricerca per quale egli è colui che deve distruggere un oggetto e non ritrovarlo. Le relazioni che si instaurano tra questi personaggi sono molto forti e profonde e anche molto toccanti in alcuni casi. Il fatto che Tolkien si muova comunque in uno schema abbastanza prestabilito che è quello delle saghe antiche - e Aragorn, in certi casi, è l'emblema di quegli eroi caduti - non rende la narrazione per niente pesante. Ci sono delle descrizioni di alcuni personaggi che mi hanno lasciata a bocca aperta, tra cui quelle di Aragorn e di Galadriel.

Un'ultima postilla per chi pensa che aver letto prima Lo Hobbit mi abbia "rovinato" la lettura de Il Signore degli Anelli: posso affermare con una certa sicurezza che aver letto le avventure di Bilbo prima di quelle di Frodo mi ha reso il cammino un po' più facile, soprattutto per la lettura in inglese. Credo che, senza Lo Hobbit avrei percepito un buco nella storia che non mi sarebbe piaciuto, soprattutto nel momento in cui Gandalf racconta nei particolari a Frodo le avventure di Bilbo con l'Anello. Il mio consiglio, soprattutto per non farsi spaventare dai primi lunghi capitoli de Il Signore degli Anelli, è di leggere prima Lo Hobbit.

Le differenze di traduzione e l'immaginario comune

Leggere Il Signore degli Anelli in inglese è stata una sfida sotto molti punti di vista, non solo da quello linguistico. L'inglese di Tolkien varia a seconda delle situazioni - le scene delle battaglie hanno un tono molto più epico e quindi complesso a livello linguistico, poiché fitto; le descrizioni dei paesaggi e degli scenari lo sono altrettanto, perché a ogni particolare rilevante viene dato il suo spazio e la scelta delle parole mi sembra fosse abbastanza precisa per Tolkien - e dei personaggi. Nei passaggi più alti e formali, l'inglese di Tolkien diventa molto complesso, soprattutto quando a parlare sono personaggi del calibro di Elrond, Celeborn o Galadriel, ovvero coloro che prendono le sembianze di saggi aiutanti e "oracoli" per far proseguire il cammino all'intera compagnia. Non me ne vogliano gli appassionati, ma qualche volta mi è scappata una risata associando quella sintassi elevata a quella "rivoltata" del saggio Yoda di Star Wars

Tuttavia, la parte che più mi ha disorientata è stata dover capire i nomi inglesi di personaggi e luoghi e ricalibrare la bussola. Anche per quel che riguarda i nomi, Tolkien amava giocare con la lingua inglese e le lingue antiche che aveva studiato nei libri e nelle saghe per tutta la vita. Ne Lo Hobbit Annotato alcune note a margine spiegano l'etimologia dei nomi inventati dall'autore e a cosa potrebbero far riferimento nella mitologia antica.

Tra i nomi che in questo primo volume mi hanno disorientata di più, ci sono:
  • Strider. Viene dall'inglese to stride, ovvero camminare a grandi passi o lunghe falcate. Il corrispettivo italiano di questa parola ne Il Signore degli Anelli è Grampasso, il nome che viene dato ad Aragorn a Brea. Sembra che il motivo di questo soprannome sia dovuto al fatto che gli abitanti di Brea erano Hobbit o uomini di certo più piccoli di Aragorn e quindi avevano le gambe corte.
  • Underhill. Letteralmente tradotto in italiano con Sottocolle, è il nome di copertura che Frodo utilizza a Brea.
  • Rivendell. La traduzione letterale di questa parola potrebbe essere "la valle che divide in due/spaccata", motivo per cui la prima traduzione italiana di questa parola fatta da Elsa Jeronimus Conte ne Lo Hobbit fu Forrespaccata e non il Gran Burrone che conosciamo oggi. Quest'ultima traduzione è da attribuire a Vicky Alliata della Franca, che probabilmente si è fatta ispirare più che dal nome Rivendell dal corrispettivo in lingua elfica. Imladris, infatti, è formato da "imlad", una profonda valle dai fianchi scoscesi (im "profondo"+lad "valle") e "ris" che subisce il cambiamento di senso taglio-> fenditura-> crepaccio. Per cui il significato totale sarebbe "profonda valle del crepaccio [1]

Un "segreto" svelato

Continuiamo rivelando uno dei segreti meno segreti e più scioccanti che riguardano questo libro: Il Signore degli Anelli non è una trilogia. Ebbene sì, viene ribadito spesso nelle prefazioni al libro ed è stato più volte sottolineato dallo stesso Tolkien in passato: intorno al 1950, quando lo scrittore stava preparando il testo per la pubblicazione, si pensava al libro in termini di una "duologia", un libro in due parti di cui una composta da Il Silmarillion. Per questioni meramente economiche e commerciali, la casa editrice inglese Allen&Unwin con la quale Tolkien stava lavorando, decise di lasciare da parte questo secondo libro e di pubblicare solo Il Signore degli Anelli in tre volumi distinti. Tolkien, in ogni caso, continuava a pensare al suo romanzo come un lavoro diviso in sei libri - e tutt'ora, nelle edizioni in commercio, possiamo trovare questa divisione interna ai singoli volumi - e corredato di ben cinque appendici. 

Le questioni editoriali

The Fellowship of the Ring (La compagnia dell'anello) viene pubblicato in Inghilterra il 29 luglio del 1954 dalla Allen&Unwin, una prima edizione inglese alla quale segue quella americana nello stesso anno. Nel 1956 il mondo vede Il signore degli Anelli pubblicato nella sua interezza - con gli errori e le modifiche fatte dall'editore senza consultare l'autore inclusi - e non verrà toccato nuovamente dall'editore per circa un decennio. 

Nel 1965 una casa editrice americana pubblica una versione "pirata" de Il signore degli Anelli: senza autorizzazione da parte dell'editore inglese né il pagamento dei diritti, quest'edizione americana vede il testo completamente azzerato da quelle che erano state le modifiche precedenti dell'editore inglese e introduce nuovi errori tipografici. Tolkien, a questo punto, decide di mettersi al lavoro per produrre una prima revisione totale del testo, che uscirà in America sempre nel 1965. Una seconda revisione verrà fatta nel 1966 per poi rimanere inalterata fino al 1987.

Dopo la morte di Tolkien, avvenuta nel 1973, le successive versioni de Il Signore degli Anelli verranno redatte insieme al figlio dell'autore, Christopher Tolkien. Una grossa revisione viene fatta nel 1994 in occasione della pubblicazione del romanzo in Inghilterra da parte della HarperCollins, che verrà presa come base per la nuova edizione americana del 1999. Ulteriori revisioni e correzioni sono inserite nella bellissima edizione illustrata da Alan Lee nel 2002.

Problemi di revisione...

La questione delle numerosissime revisioni, aggiunte e correzioni de Il Signore degli Anelli è dovuta in gran parte al fatto che i manoscritti del romanzo di J. R. R. Tolkien erano scritti prima a matita e poi ripassati con inchiostro sopra, ma soprattutto la scrittura dell'autore era di difficile decifrazione. Il figlio Christopher la descrive con "lettere così approssimative che una parola non poteva essere dedotta o indovinata dal contesto".

...con i nani

Un altro problema era la libertà che Tolkien si prendeva nello scrivere parole che, a livello grammaticale, non erano del tutto corrette. Un esempio lampante è il plurale di dwarf (nano) che in un inglese corretto dovrebbe essere dwarfs e quindi costituire un'eccezione alla regola che vuole le parole che terminano in -f fare il plurale in -v (vedi leaf - leaves). Da filologo e linguista, Tolkien avrebbe dovuto seguire la regola ma così non è stato. Troviamo sia ne Lo Hobbit che ne Il Signore degli Anelli il plurale "scorretto" dwarves, un errore che nella prima edizione fu corretto dall'editore e del quale lo stesso Tolkien si era accorto. Nel 1937, nella prefazione a Lo Hobbit, Tolkien scrive
In inglese, l'unico plurale corretto di 'dwarf' è 'dwarfs' e l'aggettivo è 'dwarfish'. In questa storia 'dwarves' e 'dwarvish' sono usati ma solo quando si parla di antichi popoli ai quali Thorin Scudodiquercia e i suoi compagni appartengono.
 In una lettera del 15 ottobre 1937 all'editore, Tolkien afferma che avrebbe continuato ad utilizzare questa forma scorretta che spiega ulteriormente nell'Appendice F de Il Signore degli Anelli: la forma dwarves per il plurale, secondo Tolkien, darebbe più dignità all'antico popolo dei nani rispetto alla forma corretta che, invece, farebbe ricordare troppo le "sillier tales of these latter days".

...con gli elfi

Lo stesso discorso si può applicare ad altri "errori" - consapevoli, oserei dire, visto che comunque Tolkien era un esperto filologo - presenti nel testo e corretti in prima battuta dall'editore: la forma elvish corretta con elfish ("elfico"), elven corretta con elfin ("dai tratti elfici"). Nelle successive revisioni Tolkien fu attento a mantenere le forme che egli stesso aveva più o meno volontariamente cambiato e a correggere, invece, quelle che sapeva di aver sbagliato per distrazione. Il problema, per Douglas Anderson si trovava proprio qui: in un romanzo nel quale ci sono lingue inventate e nomi costruiti con maestria con uno scopo ben preciso, come si fa a distinguere e a capire le diverse "storpiature" del linguaggio?

...e con la Terra di Mezzo

Un'altra piccola questione che impedì temporaneamente una comprensione totale dell'opera fu proprio la vastità di quest'ultima in termini di nomenclature, nomi, geografia e storia. Tolkien aveva creato un mondo così vasto sotto tutti i punti di vista che fu difficile decifrare nei primi decenni dalla pubblicazione de Il Signore degli Anelli. Il problema venne in parte risolto con la pubblicazione delle famosi appendici in cui si chiariscono vari punti della storia e della geografia della Terra di Mezzo.

Il personaggio di Tom Bombadil

Non hai la benché minima idea di chi sia Tom Bombadil? Nemmeno io ne avevo una prima di leggere il libro. O meglio, sapevo dell'esistenza di un personaggio del genere perché Tolkien ha scritto un libro di poesie a lui interamente dedicato nel 1962.

Tom Bombadil è un personaggio appartenente alla Terra di Mezzo che compare per la prima volta nell'immaginario tolkeniano nel 1920, quando Tolkien stesso scrive la prima poesia "Le avventure di Tom Bombadil", poi pubblicata nel 1934 sull'Oxford Magazine. Ricomparirà ne Il Signore degli Anelli nel capitolo VI del libro I all'interno de La compagnia dell'Anello

Esistono moltissime congetture su questo personaggio poiché è estremamente particolare, non solo per la sua natura ma anche nei termini della narrazione: Tom Bombadil compare nella Vecchia Foresta, salva gli Hobbit due volte da un destino fatale e indossa l'Anello del Potere senza scomparire. Poi, nulla più. Ecco il motivo per cui questo personaggio non compare in nessun adattamento cinematografico, ma è lo stesso per cui è diventato uno dei personaggi più discussi di tutto l'immaginario tolkieniano.

Nella sua biografia su J. R. R. Tolkien, Humphrey Carpenter scrive che Tom Bombadil prende il nome da una bambola olandese che apparteneva a Michael, il figlio dello scrittore e che inizialmente Tolkien avrebbe voluto scrivere un libro con solo lui protagonista. Il progetto fu abbandonato ma inserito comunque all'interno de Il Signore degli Anelli

Il mistero attorno a questo personaggio potrebbe risolversi in due modi: il primo, è la descrizione che viene data da parte del personaggio stesso e da Gandalf. Da entrambe si intuisce che Tom Bombadil sia una figura molto antica, quasi divina e che sia proprio per questo motivo che, una volta indossato l'anello, non ne subisce il potere. O almeno così sembra in apparenza. Si sa che il potere dell'Anello non è solo quello di far scomparire colui o colei che lo indossa poiché altrimenti Gandalf non avrebbe avuto così tanto timore da prenderlo con sé. Il secondo modo in cui si potrebbe risolvere il mistero Bombadil è la spiegazione che Tolkien dà a proposito del personaggio in alcune lettere. E' egli stesso, infatti, che afferma che Tom Bombadil è e deve rimanere uno dei misteri del romanzo poiché è giusto sia così e che “Rappresenta qualcosa che ritengo importante, anche se non saprei dire esattamente cosa. In ogni caso non lo avrei lasciato se non avesse avuto una qualche funzione.”".

Testi che mi hanno aiutato infinitamente a scrivere questo articolo (e che forse possono interessarti):

Note on the Text, Douglas Anderson, 2004, contenuta nell'edizione HarperCollins de The Lord of the Rings, 2005.
Foreword to the Second Edition, J. R. R. Tolkien contenuta nell'edizione HarperCollins de The Lord of the Rings, 2005.

[1] Spiegazione de Il Fosso di Helm

giovedì 27 giugno 2019

giugno 27, 2019

Gli oggetti a tema letterario: un ottimo esempio con i Minimal Incipit

Una mia grande passione sin da quando ero piccola è stata collezionare oggetti che facessero riferimento ad una mia passione del momento: libri, sport - in maniera esigua, sempre - film, serie TV. Razionalizzando questa mia predilezione nell'accumulare "oggetti di culto" posso facilmente ritrovare un motivo che mi ha sempre spinto a farlo, ovvero l'idea di portare con me o di avere sempre a portata di mano o occhi qualcosa che mi ricordasse, anche in modo un po' teneramente nostalgico, una parte di un periodo della mia vita. Guardare ora la bacchetta di Hermione Granger che comprai a King's Cross ormai nel 2014, o rigirarmi tra le mani la Giratempo regalatami ad un compleanno di sei anni fa - non è tanto, lo so, ma per me è un'eternità - mi fa sorridere e sono felice. Felice perché penso che quegli oggetti rappresentino una parte di me del passato che mi rimane ancora oggi accanto.

Ecco perché, quando ho ricominciato a leggere sistematicamente al liceo e approfonditamente all'università, la passione per scovare gli oggetti a tema libresco o letterario è aumentata vertiginosamente. Tazze - oh, quante ne accumulo! -, borse di tela, magliette o altri oggetti che riportino una parte di un libro o che facciano riferimento ad esso in maniera simpatica e originale rendono la mia vita un po' più piena e anche colorata.

Trovare questo tipo di oggetti non è sempre stato facile e nemmeno economico. Spesso gli oggetti a tema libresco o letterario più originali e particolari provengono da oltreoceano e per quanto finanziare i piccoli artigiani e artigiane che si impegnano per creare dei prodotti di qualità possa essere una nobile idea, non sempre è realizzabile. Il problema sono anche le spese di spedizione che spesso superano quelle dell'oggetto che abbiamo addocchiato. Questo tipo di realtà, in Italia, è ancora poco diffusa o, per lo meno, viene forse vista con riguardo dai più che leggono: parliamo di oggetti che alimentano la nostra passione per i libri e che ne fanno da "corredo" oppure si tratta di semplice oggettistica di consumo di cui possiamo fare a meno? La risposta, nel dubbio, è nel mezzo, perché bisogna sempre saper cercare e scegliere in modo consapevole l'oggetto che stiamo comprando. Non tutti gli oggetti a tema letterario o libresco sono da buttare via e ho subito l'esempio perfetto per te.

L'anno scorso, girovagando per le strade di Vigevano con la mia amica Sara, siamo andate a rifarci gli occhi nella libreria Le Notti Bianche, nella quale ho scoperto l'esistenza dei Minimal Incipit. Sistemati con molta cura tra gli scaffali, appesi alle pareti, appoggiati a terra in vista o in una cassa di legno pronti per essere sfogliati, questi poster di bellissima fattura e grafica mi hanno chiamata a loro. In parte, si è realizzato un piccolo sogno che avevo: possedere un oggetto che rappresentasse precisamente un libro che avevo letto e amato, che non fosse generico nel riferimento - capita soprattutto quando da un libro viene tratto un film e la maggior parte dei riferimenti sono a quest'ultimo, come nel caso di Harry Potter - ma che puntasse proprio alle pagine di carta di quel libro.

I Minimal Incipit sono dei poster di cartoncino pressato che riportano l'incipit, quindi le prime righe di un romanzo, accompagnato da una rappresentazione grafica minimale che ne racchiude l'essenza. Giancarlo, la mente geniale dietro a questi poster, è riuscito a creare un prodotto perfetto per noi lettori: un oggetto che vivacizzi l'idea di letteratura - e non solo, ma di questo te ne parlo tra poco - e rinforzi quel valore affettivo che si crea tra noi e i libri che leggiamo e che possiamo ammirare quando vogliamo. I Minimal Incipit danno voce ai nostri libri e contribuiscono anche a sottolineare la bellezza, anche quella estetica, della cultura letteraria che sì, diciamolo a gran voce, può anche essere esposta e ammirata.

Tuttavia, la produzione Minimal Inc. non si è fermata alla letteratura ma ha iniziato ad esplorare altri ambiti della cultura internazionale, finendo per lambire le coste del cinema, delle serie TV, della musica e coinvolgendo anche degli studenti di alcuni licei per realizzarne di nuovi. In questo modo, sono nati i Minimal Cult, i Minimal Songs e il progetto "A scuola con i Minimal Incipit".

Tanto per rimanere in tema Harry Potter, ho incontrato Giancarlo al Salone del Libro di Torino e ci siamo fatti una piacevolissima chiacchierata, alla fine della quale quest'uomo tanto geniale quanto gentile mi ha fatto un dono meraviglioso: il Minimal Inc. de La pietra filosofale. Ho deciso di incorniciarlo ed esporlo in bella vista in camera, accanto alla mia luminosa libreria.

Piccoli momenti di felicità a parte, la chiacchierata con Giancarlo si è conclusa anche sulle note di una promessa, che qui ti riporto fedelmente. Chi meglio del creatore può raccontare la creatura? Ecco l'intervista a Giancarlo Pasquali.

1- Il formato dei tuoi poster è minimale e, quindi, essenziale nella sua genialità e carica espressiva. Qual è stato il processo creativo dietro al “poster numero zero” e come lo hai sviluppato in seguito?
Innanzitutto grazie mille, visto che mi hai conosciuto sai bene quanto mi faccia piacere parlare dei Minimal Incipit e di quello che li circonda. Il poster numero zero è stato l’incipit di Moby Dick ed è nato, insieme ad altri 35, per arredare una serata di incontro con gli autori in un’associazione culturale. Ho fatto una ricerca riguardo gli incipit più amati dai lettori invece per l’illustrazione ho messo in campo la mia professionalità di grafico per i disegni in vettoriale (2D).
2- La prima edizione degli Incipit l’hai dedicata alla letteratura e questo legame è continuato anche nelle edizioni successive. Qual è il motivo di questo legame tra la grafica minimal e la letteratura?
La parola che lega tutto quello che faccio nelle produzioni Minimal è passione: passione per il mio lavoro e per la letteratura. La passione mi ha permesso di sviluppare il lato creativo che si era nascosto per parecchio tempo.
3- Che tipo di impronta personale hai deciso di dare a questo tipo di grafica minimale quando è arrivata l’idea degli Incipit e perché hai scelto proprio questo mezzo artistico di espressione?
Da sempre amo lo stile minimale nato da creativi visionari a metà degli anni ‘50 (Saul Bass su tutti). Ho scelto questo mezzo perché mi risulta il più semplice visto che utilizzo i software grafici da 30 anni e l’impronta personale credo sia quella patina di usato che applico (sempre digitalmente) sopra i miei disegni.
4- La mente di un creativo è sempre all’opera. Al Salone del Libro mi hai anticipato che ci sono dei progetti in corso e quindi, immagino, avrai in cantiere altri tipi di Minimal Inc non solamente legati alla letteratura ma anche al mondo del cinema e delle serie TV in generale. Bisogna aspettarsi novità in arrivo?
Da qualche anno ho lanciato delle finte locandine di film e serie tv, parallelamente ho creato dei poster dedicati ad alcuni aforismi sportivi. La novità di questo 2019, che ho anche presentato al Salone, riguarda i Minimal Songs: la riproduzione di disegni minimal che rappresentano alcune canzoni su un supporto di formato quadrato (30x30 cm) che ricorda il vinile.

sabato 8 giugno 2019

giugno 08, 2019

"Le cose che accadono": leggere un'altra Virginia Woolf. Con un'intervista a Iolanda Plescia


Si è concluso ormai da un po' di settimane il progetto Le cose che accadono, la lettura e commento del secondo volume dell'epistolario di Virginia Woolf, nato dalla mente pazza e appassionata di Carmen. E' stato un percorso decisamente divertente, non leggero ma di estremo interesse per noi tutti Virginia Lovers. Condividere più di due mesi di confronti virtuali con Carmen, Federica, Federico, Lisa, Oriana e Serena è stata un'esperienza del tutto nuova per me che mi ha dato la possibilità di conoscere non solo una Virginia diversa, ma anche di approfondire quella che conoscevo già. L'anno scorso mi ero detta spesso che sarebbe stato l'anno di Virginia, perché era capitato che a Natale avessi ricevuto una serie di libri su e di Virginia che ho guardato avidamente per tanto tempo. Poi il Natale è passato e la mia vita ha preso una strada che non avevo preventivato; l'università ha preso prepotentemente il sopravvento e non mi ha lasciata fino ad aprile di quest'anno; ho fatto una serie di incontri più o meno fortunati e ho, spero, trovato una serenità tale che alla fine credo di essermi un po' meritata.

Anche Virginia, alla fine, è arrivata e lo ha fatto come fa lei: delicata, leggiadra ma decisa, chiara e senza troppi peli sulla lingua. In una giornata di inizio giugno del 2018 la mia copia Einaudi di Mrs Dalloway mi ha richiamata a sé esigendo di essere letta. Era giunto il momento. Tra gli ultimi esami da fare prima della laurea, la lettura dei libri per la tesi - Faulkner vi dice qualcosa? - e la ricerca bibliografica per la tesi stessa, Clarissa Dalloway è stata presa e abbandonata sul comodino più e più volte, finché a dicembre non ho deciso di immergermici definitivamente e finire il romanzo. Ti racconterò in un altro momento la mia esperienza con uno dei libri più famosi di Virginia, perché questo preambolo molto poetico sul mio primo incontro con Woolf serve come base per il progetto nel quale mi sono immersa un paio di mesi dopo.

Mrs Dalloway è stata una lettura intensa e profonda, che mi ha fatto capire ed entrare in una fase molto importante per la produzione letteraria di Virginia. Mrs Dalloway è un romanzo che, tra le tante cose che fa, inquadra varie scene di vita: quella di Clarissa, che decide di andare a comprare i fiori lei stessa, quella tormentata di Septimus, quella preoccupata della moglie di Septimus, la vita di rimorsi e di avventure di Peter Walsh e per finire una vita pericolosamente troppo normale di una Londra del dopo guerra. La visione che Virginia dà di questi attimi di vita è, nella sua poesia, il culmine di un tipo di vista sul mondo che ha usato prima nei suoi racconti. Il progetto sul volume dell'epistolario Le cose che accadono mi ha dato la possibilità di scoprire anche questi nella loro genesi, produzione e pubblicazione.

Nella diretta del 16 aprile io e Carmen abbiamo affrontato un'infinità di argomenti che avevamo ordinatamente raggruppato per temi, ma nonostante un'organizzazione impeccabile, l'ora e mezza di diretta non è stata sufficiente per affrontarli tutti. Riporto qui le parti più salienti e non affrontate di quella sera, le parti anche un po' più tenere che ci fanno scoprire una Virginia insicura, premurosa e curiosa.

Woolf e Joyce: un rapporto complicato.

Le lettere che io e Carmen abbiamo letto risalgono all'anno 1918-1919, un periodo colmo di avvenimenti interessanti, tra cui l'incontro con James Joyce e il suo Ulysses, un romanzo che Virginia e Leonard rifiutano di pubblicare con la Hogarth Press, la casa editrice da loro creata nei mesi precedenti. La motivazione sembra essere di natura puramente economica perché il romanzo di Joyce aveva fin troppe pagine - un manoscritto di 300 pagine che all'epoca sarebbe costato troppo stampare per una piccola casa editrice. La verità, invece, è tutt'altra: Virginia legge l'Ulysses e lo detesta con tutta sé stessa, ne parla come un romanzo volgare del quale non capisce il senso. Cambierà comunque idea nei mesi successivi, anche grazie all'opinione di T. S. Eliot sul romanzo. La realtà di questa situazione si collega molto bene anche ad un profondo sentimento che Virginia prova in questi anni, ossia quello di non sentirsi riconosciuto il suo talento letterario; sa di averlo ma ne è estremamente insicura. Leggere un romanzo come quello di Joyce certo non aiuta la sicurezza in se stessa...
23 aprile 1918. A Lytton Strachey. [...] Ci è stato chiesto di stampare il nuovo romanzo del signor Joyce, dopo che tutti i tipografi di Londra e la maggior parte di quelli di provincia avevano rifiutato. Per cominciare c'è un cane che piscia - poi c'è un uomo che si masturba, e si può essere monotoni anche su quest'argomento. Inoltre, credo che il suo metodo, che è molto elaborato, voglia poi dire soltanto tagliar via le spiegazioni e mettere i pensieri tra virgolette. Perciò non penso lo stamperemo.
17 maggio 1918. A Harriet Weaver. [...] Abbiamo letto i capitoli del romanzo del signor Joyce con molto interesse, e vorremmo poter offrirci di pubblicarlo. Ma la lunghezza è un ostacolo insuperabile per noi al momento. 
Una piccola curiosità: se si confrontano le date delle lettere, Virginia Woolf sembra iniziare l'Ulisse intorno all'aprile del 1918, come riporta la lettera citata sopra. Porta avanti la lettura nonostante detesti il romanzo con tutta se stessa e stia anche leggendo in contemporanea anche Alla ricerca del tempo perduto di Proust, che, al contrario di Joyce adora e ammira profondamente. Virginia termina l'Ulisse solamente intorno al settembre del 1922, quasi ben due anni dopo averlo cominciato. Chi dice che i grandi scrittori non siano anche degli esseri umani come noi a cui può non piacere un libro come quello di Joyce e, per di più, metterci un bel po' di tempo per terminarlo?
3 ottobre 1922. A Vanessa Bell. [...] Mi incateno a quel libro [Ulisse di Joyce] come un martire al palo del supplizio, ed ora, grazie a Dio, l'ho finito. Il mio supplizio è terminato. 
L'ammirazione verso T. S. Eliot.
T. S. Eliot a Monk's House.

Al contrario di quanto accade con James Joyce, un'altra personalità letteraria del periodo fa breccia nel cuore di Virginia: si tratta di T. S. Eliot, che pubblicherà i suoi Poems per la prima volta proprio con la Hogarth Press. Virginia è affascinata da questo giovane talentuoso, lo invita a cena a casa Woolf e conversa con lui, anche se riconosce la sua lentezza nell'esprimere anche un semplice concetto.
18 novembre 1918. A Roger Fry. [...] Abbiamo avuto a cena quello strano giovane, Eliot. Ci mette tanto di quel tempo a dipanare le sue frasi che non siano arrivati molto lontano; ma abbiamo raggiunto Ezra Pound e Wyndham Lewis, e che grandi geni erano, e anche il signor Joyce lo è - su questo sono più propensa a trovarmi d'accordo; ma perché Eliot si è impantanato in questa melma? La sua cultura non può tirarlo fuori, o è la cultura che ti fa finire lì? Non che io abbia letto più di 10 parole di Ezra Pound, ma la mia convinzione della sua impostura è incrollabile.

Gli scritti e la guerra.

Una parte di queste lettere che ho trovato molto interessante - tra i vari intrighi di domestiche, torchi per stampare le illustrazioni e conflitti familiari - riguarda proprio il rapporto di Virginia con i propri scritti. Si chiede spesso se ciò che ha prodotto possa piacere al pubblico, scrive ai suoi amici del Bloomsbury se il racconto che ha appena finito sia di loro gradimento, per poi crollare e ammettere che "[o]ra mi sembra che il mio racconto sia bruttissimo…". Da questo quadro esce fuori una Virginia più umana ma soprattutto a contatto con la propria realtà, a dispetto di coloro che continuano a ritrarre la scrittrice come una suicida alienata ed estraniata dal mondo nel quale vive.

Questa caratteristica vitale di Virginia è fondamentale per capire la sua vita, la sua produzione letteraria e, se si vuole, anche il suo gesto finale. Nelle lettere lette, ad esempio, Woolf si preoccupa di molti aspetti della sua vita e nel momento in cui quella vitalità di cui lei stessa si nutre quotidianamente - odia restare chiusa in casa a causa della pioggia o del mal di testa - viene a mancare, lei si sente persa.

A conferma di ciò, Virginia partecipa attivamente all'osservazione di Londra e i dintorni nel periodo bellico e post-bellico. Assolutamente distante dalle questioni politiche, delle quali si occupa forse più Leonard di lei, Woolf è una persona che vive la guerra come chiunque altro, preoccupandosi del quotidiano ma anche del proprio futuro.
7 giugno 1918. A Molly MacCarthy. [...] Ti scrivo, posso ben dirlo, con enorme difficoltà, perché sto sostenendo con Leonard un'animata conversazione sulla vita in generale. E' felice? Abbiamo successo? Piacciamo alla gente? Cosa faremo quando sarà finita la guerra?
12 settembre 1918. A Vanessa Bell. Carissima, Leonard vuol provare a venire nonostante il tempo. [...] Vuoi che la signora Hammond porti tutte le sue tessere per il razionamento? Penso di sì.
Virginia Woolf intorno al 1920.
Londra, infatti, introdusse i cosiddetti food rationing, ossia il razionamento del cibo, nei primi mesi del 1918 per ridurre al minimo i consumi e la produzione di cibo. Nel momento in cui la guerra cessa per l'Inghilterra, Virginia non si smentisce e descrive con estremo divertimento di noi lettori una Londra bizzarra e folle dalla felicità che quasi disturba la sua concentrazione.
11 novembre 1918. A Vanessa Bell. Carissima, è mezzora che rimbombano i cannoni e suonano le sirene; perciò penso che siamo in pace, e non posso fare a meno di essere contenta del fatto che il tuo prezioso folletto [Angelica] nascerà in un mondo moderatamente ragionevole. Vedo che non ci sarà concesso di stare tranquilli tutto il giorno, perché sembra che la gente fischi ed inciti i cani ad abbaiare, anche se tutto è fatto in modo così intermittente da non avere alcun effetto, salvo disturbare. [...] Oh povera me, ora dei soldati ubriachi cominciano a lanciare grida di giubilo. Come faccio a scrivere il mio ultimo capitolo [di Night and Day] con tutto questo chiasso, e Nelly e Lottie [le domestiche] che irrompono a fare domande - ecco Nelly con 4 bandiere differenti che sta mettendo in tutte le stanze sul davanti. [...] Che chiasso fanno - e io, sebbene nel complesso sia piuttosto commossa, i sento anche enormemente malinconica. [...] C'è sicuramente anche un'atmosfera da letto di morte.

L'amore di una zia.

Se questa vitalità di Virginia viene presa come il fondamento della sua esistenza, si comprende anche un altro particolare evidente contenuto nelle lettere lette. Virginia non è mai diventata madre nonostante desiderasse dei figli; il medico, non si capisce con quale scusa, aveva consigliato a lei e a Leonard di non provare ad averne per la condizione psicofisica di Virginia. Il desiderio di maternità della scrittrice si dirige, comunque, verso un altro obiettivo, ovvero gli adorati nipoti, i figli della sorella Vanessa.

Virginia è una zia meravigliosa: si prende cura dei nipoti quando questi le vengono a far visita, li porta in giro, conversa con loro come fossero adulti e ne riconosce le abilità oratorie, soprattutto quelle di Quentin.
31 dicembre 1918. A Vanessa Bell. [...] Comunque, come dico, i bambini stanno benissimo, e non danno alcun fastidio. [...] Sono estremamente interessanti, oltre che simpatici. Julian, naturalmente, sa molte più cose sulla scienza, la storia e la geografia di me. Lui e Leonard ieri hanno avuto una discussione a proposito di cosa succederebbe se si mettesse un barometro sott'acqua in profondità. Leonard è rimasto molto colpito dalla sua intelligenza, e mi accorgo che si sta affezionando molto a loro. La mente di Quentin è, credo, assai simile alla mia. [...] Come fanno ad acquisire una tale ricchezza di linguaggio non lo so; mi pare una cosa straordinaria - a dire il vero, le loro menti nel complesso mi sembrano più svelte e intelligenti delle nostre.
Nel momento in cui Vanessa resta nuovamente incinta, Virginia, premurosa e accudiente com'è, si fa carico di una serie di compiti per allegerire lo stress della sorella, tra cui il prendersi cura dei nipoti nel periodo di Natale. Virginia è entusiasta, non solo di loro, bensì anche - e forse soprattutto - della nuova arrivata: Angelica Bell - poi conosciuta come Garnett, ma questa è un'altra storia... - nasce il 25 dicembre 1918 e la felicità di zia Virginia è incontenibile.
25 dicembre 1918. A Vanessa Bell. [...] Non ti puoi immaginare come ero eccitata, quando ho sentito di mia nipote. A dire la verità anche tu ti saresti commossa se avessi saputo come la gioia che provo qui s'era dileguata completamente, finché non mi hanno detto che era tutto finito. Come vedi sto diventando una vecchia zia ipersentimentale (sto già adottando il linguaggio di zia Mary) nei suoi confronti. Dev'essere la creaturina più adorabile dell'universo.
8 maggio 1919. A Violet Dickinson. [...] L'altro giorno ho visto mia nipote, Angelica; è deliziosa, con gli occhioni blu e le dita lunghe.
La bellezza e la profondità di Virginia Woolf fuoriesce prepotentemente dalle lettere che abbiamo letto e io non potrei essere più felice di aver avuto la possibilità di leggerle insieme ai miei compagni di avventura. Virginia parla per sé in queste lettere, mostra i suoi lati peggiori e quelli migliori senza alcun filtro ed è questo il motivo per cui è fondamentale e importante leggerle se la si vuole capire fino in fondo. Il resto sono chiacchiere che non hanno motivo di esistere.

L'intervista.

Ti lascio con una piccola postilla di chi Virginia Woolf l'ha studiata per una vita. Grazie al progetto, ho avuto la possibilità di conoscere e chiacchierare di questa scrittrice con Iolanda Plescia, professoressa di lingua inglese alla Sapienza, l'università dove studio. Il suo intervento è perfetto per concludere questa panoramica su una delle scrittrici più importanti del secolo scorso.

Virginia Woolf tesse una rete molto intensa di relazioni a vari livelli - intellettuali, amorose, amicali - con molti scrittori e scrittrici a lei contemporanei, come i membri del “Bloomsbury Group”, James Joyce, Katherine Mansfield o Vita Sackville-West. Che tipo di rapporto intrattiene Virginia con questa cerchia di scrittrici e scrittori, i quali spesso ottengono più riconoscimenti a livello letterario di lei?
Virginia Woolf ha vissuto quel che potremmo definire una vita di relazione, e pensa spesso a se stessa in relazione alle persone a lei più vicine.
Sin dalla decisione giovanile di lasciare Hyde Park Gate per andare a vivere con la sorella Vanessa e i fratelli Thoby e Adrian in un quartiere molto meno aristocratico di Londra, a Gordon Square appunto nel distretto di Bloomsbury, Virginia pensa a se stessa come al membro di una comunità, prima ancora che di una famiglia, e questa è un’impronta che ha dato alla sua vita e che vedremo continuare fino alla sua morte, come testimoniano le sue numerosissime lettere, scritte agli amici e alle persone che ha più amato lungo l’arco di una vita intera.
Particolarmente interessanti sono proprio le lettere e le testimonianze che ritroviamo nel suo diario, rivolte o dedicate ad altri intellettuali, non sempre necessariamente al centro del suo gruppo, che scrivono e si muovono nella sfera pubblica in quella loro epoca di grande trasformazione.
In realtà gli appartenenti al ‘gruppo’ non si definiscono come tali in senso formale, e si sentono più uniti da interessi condivisi e una comune passione per l’Arte: è difficile dunque delimitare il ‘gruppo’ con molta nettezza.
Oltre ai coniugi Woolf possiamo ricordare Keynes, grande economista che elaborò il concetto di pace economica, Strachey, che si occupò soprattutto di scrittura biografica trasformando profondamente il genere, lo scrittore Forster, il critico d’arte Clive Bell, Vanessa, la sorella di Virginia a lui sposata, Duncan Grant
Questi intellettuali intrecciano le loro vite in modo così profondo che è difficile parlare di influenza dell’uno sugli altri separando i rapporti, ed è probabilmente per questo che sono stati percepiti come un movimento, un gruppo compatto.
Certo è che condividono l’antipatia per le convenzioni sociali, per l’ipocrisia, e una volontà di mettere in gioco la loro arte o il loro sapere per scandagliare a fondo l’esperienza umana. Ma anche con altri intellettuali, che potremmo definire non al centro ma on the fringe, cioè che ruotano intorno al nucleo del gruppo (ma anche qui si tratta spesso di percezioni a posteriori dei critici), Woolf intrattiene relazioni molto profonde.
Il rapporto con Vita Sackville West è per lei fondamentale, come sappiamo, e più che ripercorrerlo qui consiglierei un libro appena uscito che riprende la loro corrispondenza offrendone una selezione tradotta in italiano, in cui i sentimenti delle due donne emergono in modo molto vivido: Scrivi sempre a mezzanotte, con traduzioni di Nadia Fusini e Sara De Simone, a cura di Elena Munafò (Donzelli editore).
Famosa è anche l’amicizia con Katherine Mansfield, un rapporto ambivalente, ma molto importante: si conoscono solo dal 1917 al 1923, anno della morte di Mansfield, ma intrecciano un’amicizia fortissima ma anche molto sincera, non priva di momenti di disagio, dissapore, anche crudeltà in un certo senso.
Virginia paragonerà Katherine, che viene dalle colonie, dalla Nuova Zelanda, a una gattaccia randagia; Mansfield scriverà una recensione sfavorevole a un lavoro della sua amica; ma entrambe sanno che sono donne impegnate in una ricerca molto affine, e la Hogarth Press dei coniugi Woolf pubblicherà il Preludio di Mansfield nel 1918.
Quando Mansfield muore di tubercolosi all’età di 34 anni, Woolf scrive nel suo diario: Ero invidiosa della sua scrittura – la sola scrittura di cui sia mai stata invidiosa.
È forte in Woolf appunto la sensazione che le menti più geniali intorno a lei siano impegnate in una ricerca simile alla sua, ognuna con il suo linguaggio, con il suo tono. T.S. Eliot, che a noi appare tanto austero, è per Virginia semplicemente ‘Tom’: saranno amici per vent’anni, condivideranno letture e opinioni, si leggono l’un l’altra, offrendo critiche e consigli, pur percorrendo strade diversissime dal punto di vista dell’espressione estetica; anche ‘Tom’ sarà pubblicato nel 1919 dalla Hogarth Press.
Più distante il rapporto con l’‘altro’ grande modernista, James Joyce: qui davvero si può parlare di mondi diversi, anche se di nuovo la ricerca è in fondo la stessa.
Ma il lavoro rivoluzionario sulla lingua portato avanti da Joyce non è particolarmente affine alla ricerca stilistica di Woolf, e lei lascia nei diari e nelle lettere impressioni molto dure sull’Ulisse – impressioni che qualcuno ha voluto leggere come frutto d’invidia per la fama raggiunta dallo scrittore irlandese, ma dovute in realtà al fatto che Woolf non apprezza ciò che considera degli ‘stunts’, dei mezzucci, dei trucchetti spettacolari con il linguaggio che trova pretenziosi: A first-rate writer respects writing too much to be tricky; startling; doing stunts.
D’altra parte, ricordano i maligni, i coniugi Woolf avevano ricevuto la proposta di pubblicare l’Ulisse e avevano rifiutato, e dunque… Celebre è rimasta l’immagine con la quale Woolf liquida Joyce come un giovane ‘brufoloso’, che per rinnovare il romanzo si comporta come un ragazzino disperato: per far entrare aria in una stanza non si limita ad aprire una finestra, ma si mette a spaccare tutti i vetri.
Eppure, in un altro passo del diario, Woolf esprime la consapevolezza che in fondo stanno entrambi cercando di raccontare l’esperienza della vita dal punto di vista interno, innovando la forma del romanzo.
Da tutti questi rapporti, così complessi, così vitali, improntati a volte alla sincerità più brutale, Woolf impara, trae spunti; osserva e si sente osservata; dialoga; le interessa l’opinione delle persone che ha attorno: la scrittura è anche condivisione. Sapere di essere letta, apprezzata, dagli amici ma anche da un pubblico più vasto, è per lei importante, e Virginia ci lascia varie testimonianze nel diario ad esempio sulle copie che ha venduto, sui progetti di pubblicazione in America…
Non si tratta di sterile ambizione, ma di una volontà di sentirsi ‘connessa’, diremmo oggi, è lo spirito di un’epoca di grande ricerca.
È anche per questo che nella Woolf Society italiana facciamo un lavoro che sottolinea molto la parola ‘comunità’, ed è per questo che nella prossima giornata “Tutta per lei”, che dedicheremo a Woolf presso la Casa Internazionale delle Donne il prossimo 9 giugno, abbiamo immaginato una sezione apposita che chiameremo ‘amicizie stellari’, in cui studiosi e appassionati ci racconteranno, in pillole, di alcune amicizie per lei fondamentali, non limitandosi a quelle da lei coltivate realmente, ma allargando anche alle affinità elettive che la legano a personaggi che non ha mai incontrato.
Iolanda Plescia

Consigli di lettura su Virginia:
- Virginia Woolf, Vita Sackville-West, Scrivi sempre a mezzanotte, a cura di Nadia Fusini, Sara de Simone ed Elena Munafò.
- Leonard Woolf, La mia vita con Virginia, a cura di Leonard Woolf.
- Virginia Woolf, Lunedì o martedì. Tutti i racconti, raccolta dei racconti scritti da Virginia negli anni delle lettere e citati spesso in queste ultime.
- Virginia Woolf, Granito e arcobaleno, estratti dalla raccolta pubblicata postuma da Leonard di saggi, articoli e riflessioni perduti di Virginia.

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Virginia&Vanessa, Vanessa&Virginia (con un mio piccolo intervento sui racconti di Woolf...)
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