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martedì 22 novembre 2022

novembre 22, 2022

Il Mississippi di Jesmyn Ward. "Salvare le ossa".


Sono i corpi a raccontare storie.


Autrice:
Jesmyn Ward
Titolo: Salvare le ossa
Titolo originale: Salvage the Bones
Edizione: NNEditore, 2018
Traduzione: Monica Pareschi

Esch è un’adolescente afroamericana, appassionata di storie e libri che legge grazie alle assegnazioni scolastiche con trasporto e una forte immedesimazione. L’estate del 2005, anno del tragico uragano Katrina, a Esch è stato assegnato Mythology, una raccolta di racconti della mitologia greca riadattati per i ragazzi. Esch ne rimane stregata, in particolare si interessa della storia degli Argonauti e della figura di Medea, audace e scaltra donna protagonista di una serie di miti tragici e d’amore e che arriva a uccidere i propri figli pur di assicurare che il suo sposo, Giasone, non possa avere discendenza. Esch si lascia trasportare dalle storie d’amore e passioni che vengono raccontate in quel libro, immaginando di poter essere amata come le donne protagoniste di quelle storie e di avere la loro audacia.

La storia di Salvare le ossa viene raccontata proprio da Esch in prima persona e si concentra nei dodici giorni precedenti al disastro dell’uragano Katrina tra il Mississippi e la Louisiana. Come per tutta la trilogia di Bois Sauvage, anche Salvare le ossa viene ambientato, per l’appunto, nella fittizia Bois Sauvage, una cittadina con una forte comunità afroamericana di cui la famiglia di Esch e i suoi amici fanno parte.

La storia di Salvare le ossa si svolge in un Mississippi che Ward conosce molto bene e in una realtà sociale altrettanto familiare. La famiglia di Esch è povera, e si tratta di una povertà che permea silenziosamente gli eventi narrati in queste pagine. Non ingombra, ma è sempre presente, violenta a volte come la potenza creatrice e distruttrice della natura. Non è un caso che i due elementi naturali che incorniciano tutto il romanzo dall’inizio alla fine siano la nascita e l’uragano.

Il romanzo si apre, infatti, con il parto sofferto di China, il cane del fratello di Esch, che la ragazza associa più a un combattimento, rimuovendo così ogni alone di romanticismo legato a quest’atto. Tuttavia, Esch non riesce a separare del tutto la nascita di una nuova vita dalla delicatezza a cui viene stereotipicamente associata. Allo stesso modo in cui racconta il parto di Junior, il più piccolo dei suoi fratelli, che “era viola e azzurro come un’ortensia: l’ultimo fiore di mamma” (10), anche China finisce per dare alla luce “un bulbo rosso-violaceo”, che Esch associa alla fioritura (12). La prospettiva ingenua e edulcorata di Esch sul parto, la nascita e la maternità inizia a sgretolarsi nell’istante in cui, a poche pagine dall’inizio del libro, la protagonista scopre di essere incinta. Con l’imminenza dell’uragano alle porte del Bayou e della “Fossa”, l’avvallamento tra i boschi che Skeet, Esch, Junior e il padre chiamano casa, la ragazza sarà costretta a confrontarsi con un corpo in continuo cambiamento, un corpo che racconta la sua storia

Sono inginocchiata sopra il lavabo. Il lavandino è di metallo duro, e dove si incassa nel mobiletto di plastica c’è un piccolo rialzo che si incide nelle mie ginocchia. Voglio controllare quanto sono ingrassata, per rendermi conto se si vede. […] devo vedermi con gli occhi, non solo con le mani, le mani che durante il sonno tengono la pancia e che quando mi sveglio trovo sempre infilate sotto l’elastico dei pantaloni. 

La storia apparentemente silenziosa, sofferta, degli afosi giorni che precedono l’uragano viene incorniciata da tutti gli elementi appena menzionati, che riguardano il rapporto con il proprio corpo, la propria femminilità – e cosa questa significhi per un’adolescente afroamericana di una famiglia povera -, la maternità e l’aspetto sociale che tutte queste tematiche portano inevitabilmente in superficie.

Esch sembra essere alienata, distante da sé e dal proprio corpo quando inizia il romanzo. La mancanza di romanticismo e di favola nell’atto sessuale sembra essere il motivo che spinge la ragazza ad avere quei comportamenti promiscui con i ragazzi che le ronzano attorno e che finiranno per incatenarla al proprio corpo con la scoperta della gravidanza. Anche nell’ignoranza delle conseguenze di questi comportamenti, Esch rimane incastrata nella povertà economica della sua famiglia e sembra uscirne solo quando, da narratrice, assume atteggiamenti quasi mistici, veggenti. Elevando il suo stesso tono narrativo, Esch si mette in fuga dalla realtà che vive quotidianamente per vivere un sollievo che, anche se spesso sfocia nell’alienazione, sa di poter trovare solo nelle sue storie mitiche. 

La gravidanza mette Esch in condizione di vedersi e vedere il suo corpo crescere, cambiare, assumere quelle forme tecnicamente femminili che la ragazza non aveva mai considerato. La maternità, anche quella mancata visto che Esch e i suoi fratelli sono orfani di madre, si fa strada nel romanzo come una presenza che non si palesa mai del tutto e che quando lo fa diventa quasi distruttiva. La madre di Esch è morta mettendo al momento Junior e a un disastro naturale la cui grandezza è solo vagamente percepibile viene dato il nome di una donna, Katrina. La potenza della natura diventa così creatrice e distruttrice allo stesso tempo e culminerà proprio con l’arrivo dell’uragano.

Se da una parte Salvare le ossa assume toni molto simili al misticismo delle pagine di Mentre morivo di Faulkner che Esch legge durante l’estate dell’uragano, elevando così il romanzo a una sfera decisamente poetica molto forte, la realtà sociale degradante di Ward non rimane in secondo piano. Il tema sociale nel romanzo è molto sottile, presentato in maniera che rimanga tra le righe letteralmente, che non venga nominato esplicitamente ma suggerito da alcuni elementi appena nominati. La fossa, il luogo dove la famiglia di Esch vive da generazioni, è il simbolo dell’avvallamento sociale che la comunità nera di Bois Sauvage è costretta a vivere ogni giorno e che, quasi per natura del territorio, sprofonda sempre di più verso il degrado e l’oblio. 

Il giorno prima di un uragano arriva sempre una telefonata. Quando era viva mamma, rispondeva lei. Sono quelli del governo, chiamano tutti gli abitanti delle zone minacciate. […] Non ricordo cosa dice esattamente, qualcosa come: «Ordine di evacuazione. L'arrivo dell'uragano è previsto per domani. Il governo declina ogni responsabilità nel caso in cui decidiate di rimanere nelle vostre case e non abbiate ancora evacuato la zona. Siete avvertiti». Segue una lista di quelle che «potrebbero essere le conseguenze delle vostre azioni». E non so se lo dice proprio in maniera esplicita, ma il senso è questo: «Rischiate di morire». 

Come giustamente afferma Serena Daniele, editor di NNEditore, Salvare le ossa è l’epica degli ultimi, coloro che vengono lasciati ai margini anche in situazioni tragiche nazionali come l’uragano. Non è un caso che quando il governo chiama i cittadini della zona per avvertire dell’imminente arrivo di Katrina, la responsabilità della fuga e della propria sopravvivenza sembri quasi essere addossata agli stessi abitanti della zona. Che possano permettersi o no di fuggire, di trovare un riparo, se muoiono è solo colpa loro. Come viene narrato in un altro episodio del romanzo, i bianchi a Bois Sauvage vengono solo in vacanza, i neri invece popolano la comunità e la mantengono viva, seppur in bilico tra assi di legno marce e furgoni abbandonati. La mitologia del romanzo in questo senso diventa un contraltare alla parte sociale degradante, ingiusta e razzializzata della realtà e eleva la narrazione quasi a un atto di purificazione dalla quotidianità.

L’uragano, Katrina, forza distruttrice della natura spazza via tutto, anche l’alienazione dalla realtà del quotidiano. Monica Pareschi, traduttrice della trilogia di Bois Sauvage, afferma che “[u]na riconciliazione degli opposti è possibile solo in un inventario finale di ciò che è inevitabilmente rotto, perduto, frammentato, distrutto, e nessuna riparazione sarà in grado di occultare le fratture.” Niente di più vero per un romanzo che ci tiene col fiato sospeso dalla prima all’ultima pagina, con la consapevolezza che qualcosa di grosso, maestoso, distruttivo sta arrivando e che scoperchierà tutto ciò che stiamo cercando disperatamente di evitare di vedere.

sabato 31 ottobre 2020

ottobre 31, 2020

In fondo al libro #1: le origini e le fonti dei romanzi.

Quando si parla delle sorelle Brontë sembra quasi obbligatorio parlarne come un’entità unica e inseparabile, sia dal punto di vista letterario che personale. Tuttavia, credo sia doveroso mettere in risalto alcuni aspetti che nel tempo hanno reso questa prospettiva un po’ viziata e, qualche volta, limitante.


Con la prima puntata di questa nuova edizione di #InFondoalLibro voglio affrontare con voi l’origine e le fonti dei tre romanzi in lettura, Agnes Grey, Cime tempestose e Jane Eyre e, laddove possibile, mettere in risalto proprio quella visione un po’ forzata del dover vedere più un quadro generale che i singoli dettagli al suo interno. Iniziamo.


Il contesto di Haworth.

Il primo aspetto da considerare quando si parla della produzione letteraria delle Bronte è proprio il contesto in cui le sorelle sono cresciute: Haworth.


Casa Brontë fu un luogo di ispirazione letteraria per le sorelle sin dall’infanzia. Per quanto isolata potesse essere la loro vita nella canonica di Haworth, le sorelle hanno avuto modo di sperimentare un altro tipo di fermento che non fosse quello propriamente sociale. Infatti il padre, Patrick, permetteva ai suoi figli e figlie di accedere a tutti i libri che la biblioteca di casa ospitava: la Bibbia, Le mille e una notte, Shakespeare, Milton, le poesie di Percy Bysshe Shelley, i versi scandalosi – per l’epoca - di Lord Byron e l’immaginario romantico di Wordsworth erano solo alcune delle letture che animavano la mente dei piccoli Brontë. Insieme alle letture condivise che venivano fatte a casa Brontë, Anne, Charlotte, Emily e Branwell, loro fratello, condividevano anche una strana passione per la lettura e il commento dei periodici e giornali locali, come il Blackwood’s Magazine.


Quindi, alle storie di finzione si legavano fatti storici a cui le Bronte, per quanto lontane dal fermento delle grandi città, vivevano con lo stesso ardore dal loro paesino nella brughiera inglese. A questi due poli opposti si aggiungono anche le letture di carattere più manualistico, ovvero libri di geografia che fornivano una base di realtà alle storie esotiche ambientate in luoghi lontani di cui le sorelle leggevano quotidianamente.


Tutto questo materiale venne rielaborato in quelli che ora vengono chiamati Juvenilia, ovvero una produzione letteraria delle sorelle risalente all’infanzia. Dalla collaborazione immaginativa delle Brontë vennero alla luce due mondi immaginari su cui le sorelle e Branwell scrissero bozzetti e poesie per tutta la vita: la competizione tra Charlotte e Branwell diede vita al regno africano di Angria. Emily e Anne, invece, crearono il regno di Gondal, situato nel Pacifico. La creazione delle avventure tra i due regni era legata in primo luogo alle espansioni coloniali del tempo e all’interesse che stavano suscitando nel pubblico inglese. In secondo luogo, i protagonisti delle avventure di Gondal e Angria prendevano liberamente ispirazione dai personaggi che abitavano i libri di storia nella biblioteca di casa. Non è un caso che questi fossero persone realmente esistite e che ogni personaggio portasse con sé la voce del proprio creatore: Emily era Parry, un esploratore inglese contemporaneo ai Bronte, Anne era Ross, un ufficiale della marina militare britannica ed esploratore anch’egli; Charlotte era il Duca di Wellington, Branwell invece Napoleone, e non a caso questi due personaggi storici erano rivali in guerra tanto quanto lo erano anche Charlotte e Branwell nell’ambiente creativo.


I punti in comune.

Ciò che spesso colpisce della produzione letteraria delle sorelle Brontë Ã¨ la loro somiglianza. Abbiamo visto poco fa che questa è giustificata anche dalle letture e dai Juvenilia prodotti nell’infanzia dalle sorelle. È per questo motivo che in tutti e tre i romanzi si possono trovare temi presi in prestito dagli scrittori romantici che le sorelle avevano letto e ammirato sin da piccole: trame sensazionali che tengono incollati i lettori alle pagine come nel caso di Cime tempestose, ambientazioni esotiche che fanno da sfondo a storie nascoste come nel caso di Jane Eyre e ambientazioni e modalità narrative tipiche del gotico che aleggiano silenziose in tutti e tre i romanzi citati. Tuttavia, è pur sempre vero che affrontare separatamente i tre romanzi può essere un’occasione utile per capirli singolarmente e, come suggeriscono molti critici letterari,  per decostruire una serie di miti, spesso sbagliati, legati all’immagine delle tre sorelle come nucleo letterario inseparabile.


Affrontati separatamente.

Per quanto riguarda le origini dei libri, è davvero difficile risalire a quelle che potrebbero essere state le intenzioni originarie delle singole scrittrici poiché, per quanto riguarda soprattutto Emily e Anne, non abbiamo praticamente nulla di scritto. Si può intuire che per i romanzi delle due sorelle minori ci siano degli elementi che non solo li allontanano narrativamente da Jane Eyre, ma fanno sì che si distinguano come opere indipendenti. Inoltre, quasi sicuramente queste differenze ricalcano i singoli approcci alla letteratura e l’atteggiamento alla vita delle loro scrittrici. Tuttavia, questo diventa un problema nel momento in cui per più di ottant’anni la critica si è basata su un solo elemento per decretare il valore letterario delle opere e per affrontare la vita delle sorelle prese separatamente: la testimonianza di Charlotte.


Le sorelle attraverso gli occhi di Charlotte.

Emily morì a soli trent’anni nel 1848 e la seguì l’anno successivo Anne, a soli ventinove anni. Fu sempre Charlotte a decidere di pubblicare i suoi romanzi e a convincere le sorelle a fare altrettanto; fu lei a farsi carico delle responsabilità letterarie delle sue opere e di quelle delle sorelle anche per le critiche rivolte alle stesse. La sua impronta ha creato non pochi problemi, soprattutto per la valutazione delle opere e della vita di Anne. Se per Emily la sorella maggiore riservò parole più chiare sul suo talento letterario, con Anne sembrò congedare il discorso affermando che la sorella non avesse particolari doti nella scrittura. Il fatto curioso che non sempre viene menzionato è che è la stessa Charlotte ad ammettere privatamente di non riuscire a capire completamente Anne: quando ne parla in riferimento al regalo di alcuni soldatini a Branwell con i quali giocarono lui e le sorelle insieme durante l’infanzia, Charlotte definisce i soldatini di Anne “a queer little thing, very much like herself” (“degli esserini strani, molto simili a lei”).


Anne era un enigma agli occhi di Charlotte. Anche in altre occasioni in età più adulta, Charlotte definisce “gentle” e “dear” la sorella, quando dall’ultima lettera scritta da Anne in punto di morte e dalla vita stessa condotta dalla più piccola delle sorelle, fuoriesce un ritratto del tutto diverso dalla fragile creatura che Charlotte descrive.


Anne e Agnes Grey.

Come abbiamo visto, Anne sembra essere la figura più enigmatica tra le tre, anche a livello letterario. I suoi due romanzi sono sempre stati ignorati dalla critica o recensiti negativamente, anche a causa dell’influenza di Charlotte.


Al contrario di quello che era stato raccontato da Charlotte, Anne era stata una scrittrice molto proficua e attenta sin da giovane. A ventisette anni scrisse della sua infanzia in un poemetto molto toccante, “Self-Communion”, in cui ricorda di essere stata una “bambina senza speranze”, “debole”, spaventata, ingenua, titubante e “anelante a un amore che la proteggesse”, perché era il “suo unico rifugio dalla disperazione”.


Più che consapevole di sé stessa, Anne aveva sempre desiderato l’indipendenza: a diciannove anni, molto ben prima delle sorelle maggiori, partì in cerca di un lavoro come istitutrice, un’esperienza che, come si può intuire, la ispirerà nella scrittura di Agnes Grey e influenzerà il suo atteggiamento nei confronti della professione. Come vedremo meglio nell’articolo sulle tematiche dei romanzi, Agnes Grey è il primo romanzo che affronta la figura dell’istitutrice, ancor prima di Jane Eyre, soprattutto da una prospettiva professionale. Infatti, ciò che interessa Anne della scrittura è il poter dire “la verità”, come annuncerà lei stessa nella prefazione al suo secondo romanzo, The Tenant of Wildfell Hall (La signora di Wildfell Hall). Che questa verità venisse espressa in maniera molto diretta è una qualità di Anne che veniva riconosciuta anche da Charlotte e che fu motivo di licenziamento per la famiglia per cui Anne lavorò come istitutrice. Non è un caso che quando si parla di Agnes Grey, si definisca il suo tono come “razionalismo illuminato”: da una parte questo riporta a un rigore razionale tipico di Anne, dall’altra parte però ci dà anche un’indicazione delle influenze letterarie dirette o meno sulla scrittrice: versi di poeti settecenteschi illuministi e testi religiosi le cui immagini e metafore si ritrovano spesso anche nel romanzo. Anche in questo rifiuto parziale dell’esperienza letteraria del Romanticismo, che era stata fondamentale per Emily e Charlotte, si trova la differenza tra Anne e le sorelle.


Emily e Cime tempestose.

Tra tutte le sorelle, quella di cui abbiamo meno informazioni è sicuramente Emily. Le testimonianze che abbiamo di lei sono poche ma fanno un ritratto bene o male coerente di una persona abbastanza introversa, taciturna e rigida. Tra Charlotte, Anne ed Emily fu proprio quest’ultima a rifiutarsi fino all’ultimo di dare alle stampe non solo le poesie che aveva composto ma anche l’unico romanzo scritto, che era proprio Cime tempestose.


Per quanto riguarda i documenti a noi giunti scritti da Emily, sappiamo che insieme ad Anne nel 1834 aveva iniziato un diario giornaliero da aggiornare ogni quattro anni. In una pagina di questo diario, si possono notare anche brevi bozzetti sul regno di Gondal, che poi Emily avrebbe riportato sotto forma di poesie negli anni successivi.


La vita e la produzione letteraria di Emily è quella più legata a Haworth rispetto alle sorelle. Questo interesse nella brughiera si nota molto bene in Cime tempestose, soprattutto se paragonato a Jane Eyre: se nel romanzo di Charlotte i paesaggi sono sì riconoscibili ma poco riconducibili a luoghi familiari, in quello di Emily i riferimenti alla brughiera e a paesaggi simili allo Yorkshire sono fin troppo evidenti. Alcuni dicono che per la proprietà di Wuthering Heights, Emily si fosse ispirata a quello che ora è il rudere di Top Withens che si trova proprio fuori Haworth. 


Quando nel 1835 Emily ritornò definitivamente a Haworth, dedicherà il resto della sua vita a scrivere le poesie del ciclo di Gondal e Angria. Il fatto curioso e rilevante di queste poesie è che ritraggono personaggi con passioni tanto violente e crudeli come quelle descritte in Cime tempestose. Emily ebbe all’incirca dieci anni di preparazione per scrivere il romanzo, che iniziò indicativamente verso ottobre del 1845 e terminò nel giugno del 1846. Ci sono alcune congetture sul fatto che prima di morire, Emily avesse iniziato una versione estesa di Cime tempestose, ma non è mai stato trovato alcun documento del genere, né riferimenti alla sua stesura.


Charlotte e Jane Eyre.

Tra le tre sorelle, Charlotte era sicuramente quella dal carattere e dalla salute più forte. Che questa sicurezza nascondesse una fragilità di base si può intuire dal modo in cui si avvicinava ai giochi “letterari” che faceva insieme al fratello e alle sorelle durante l’infanzia. Lo spirito competitivo della giovane scrittrice la portava a sperimentare in continuazione con forme letterarie e personaggi diversi, ispirati dai suoi eroi romantici (soprattutto Byroniani) e dalle letture di avventure lontane nel tempo e nello spazio. Il gioco si trasformava in sfide che Charlotte prendeva con una serietà tale da risultare in resoconti della sua stessa attività letteraria. Uno di questi presenta anche modalità metaletterarie (i personaggi del regno di Angria narrano le loro stesse avventure consapevoli che ci sia un’autrice a guidarli) che definiscono Charlotte una scrittrice desiderosa di affermare la sua autorità creativa letteraria. Questo viene confermato da Charlotte stessa nel 1830, quando a soli quattordici anni affronta per iscritto il suo processo creativo:


“Quanto si illudono in genere molte persone nelle loro idee sui grandi autori. Ogni frase pensano sia l’espressione di una mente straripante di sublime e di bello. Ahimè, se solo conoscessero la difficoltà che spesso impiego per portare con cura a conclusione un passaggio splendido, per evitare le ripetizioni troppo frequenti della stessa parola, per ritoccare e rifinire il periodo e per fare molte altre cose. Abbasserebbero presto l’alto standard su cui la nostra reputazione è fissata.”

 

La serie di esperienze letterarie dell’infanzia e dell’adolescenza darà modo a Charlotte di raccogliere più materiale possibile per i romanzi dell’età adulta, soprattutto in relazione allo sviluppo di tematiche affrontate anche in Jane Eyre, come l’esplorazione dell’agire femminile in relazione al mondo esterno e alla propria identità. Sicuramente, l’esperienza più formativa per Charlotte fu il periodo di studio e insegnamento nella scuola di Roe Head, che le fornì ulteriore materiale per la prima parte delle vicende di Jane nell’omonimo romanzo.


Bibliografia di supporto:

Hoeveler, D. and Morse, D., 2016. A Companion To The Brontës. Blackwell Publishers.

Glen, H., 2003. The Cambridge Companion To The Brontës. Cambridge University Press.

Ingham, P., 2006. The Brontes. Oxford University Press.


Sitografia di interesse (clicca sul testo):

Melding fantasy and realism in Wuthering Heights

Emily Brontë's diary paper, 1837

Walking the landscape of Wuthering Heights

Fair copy manuscript of Charlotte Brontë's Jane Eyre

giovedì 1 ottobre 2020

ottobre 01, 2020

In fondo al libro: un viaggio letterario nella brughiera con le sorelle Brontë.

Qualche settimana fa su Instagram ti parlavo del fatto che avrei ricominciato a vivere in maniera normale verso la metà di settembre, non appena sarei tornata a Roma. Così è stato e la fine degli esami che tanto mi hanno spossata nei mesi scorsi ha portato con sé anche la voglia di creare nuovi contenuti e progetti per il blog.

Con questa incredibile - e anche abbastanza organizzata - voglia di fare, ho ritirato fuori dal cassetto un progetto che avevo iniziato un paio di anni fa e che è giunto il momento di riprendere.

In fondo al libro: un viaggio letterario.

Dal 1 ottobre 2020 riparte #InFondoAlLibro, un viaggio letterario a tappe in cui analizziamo e confrontiamo tre romanzi da diverse prospettive. Le tre scrittrici protagoniste di questo nuovo viaggio appartengono allo stesso ambiente famigliare e sono uno dei pochi esempi in letteratura in cui nella stessa casa si formano tre penne diverse di uguale valore letterario: le sorelle Brontë. In particolare, ho scelto i tre romanzi inclusi nella recente e bellissima edizione che la Oscar Vault mi ha inviato, I capolavori delle impareggiabili penne sororali: Jane Eyre di Charlotte, Cime tempestose di Emily e Agnes Grey di Anne.

Come si svolge il progetto?

Come dicevo qualche riga sopra, #InFondoalLibro si svolgerà a tappe qui sul blog, ma ci saranno degli approfondimenti sui canali social, in modo che ci possa essere un confronto saltuario ma costante sulla lettura - insomma, come avviene di solito su Instagram.

Ogni mese circa ci saranno degli articoli di approfondimento qui sul blog con una tematica specifica:
  • per ottobre è prevista la tappa sulla genesi e origine di ogni romanzo messo a confronto. Puoi farti un’idea in questo articolo di qualche anno fa in cui ti raccontavo la genesi di Frankenstein di Shelley, Dr. Jekyll e Mr. Hyde di Stevenson, e di Arthur Gordon Pym di Poe.
  • per novembre la tappa fissata riguarda la struttura narrativa dei romanzi. Quali differenze e analogie ci sono tra le diverse narrazioni? Quale influenza ha la struttura narrativa di ogni singolo romanzo sulla storia che viene raccontata? Anche qui, puoi vedere un esempio di ciò che leggerai in questo articolo.
  • a dicembre affronteremo insieme la parte più corposa del progetto, ovvero le tematiche che possiamo trovare all’interno dei romanzi. Con quelli delle sorelle Brontë c’è davvero molto di cui parlare.
  • la novità di quest’anno per #InFondoalLibro riguarda la tappa di traduzione: insieme, sia qui sul blog che su Instagram (la modalità ancora è da decidere) e a data da definire, metteremo a confronto le diverse traduzioni fatte negli anni degli incipit dei tre romanzi con le versioni originali.
Insomma, come puoi vedere il programma è fitto e io devo tenermi al passo con tutta la ricerca da fare. Se vorrai, potrai seguirmi.

Come posso partecipare?

#InFondoalLibro non è un gruppo di lettura, ma sono felicissima di poter comunque avere accanto delle persone che leggeranno i romanzi insieme a me. Non c’è un ordine e nemmeno una scadenza, ma ho qualche consiglio da darti per rendere questo viaggio un po’ più piacevole.

Questa volta non si tratterà di semplici recensioni ma di analisi dei testi e negli articoli e nei contenuti di approfondimento sarà inevitabile parlare dei romanzi nello specifico. Questo significa che se vuoi evitare i tanto odiati spoiler ti consiglio o di leggere i tre romanzi in contemporanea o di organizzarti in modo da non incappare in qualche sgradevole sorpresa.

Quale edizione scegliere?

Anche per quanto riguarda l’edizione da leggere hai piena libertà di scelta. Con l’occasione, io ho deciso di leggere i romanzi nell’edizione Oscar Vault, ma non è un vincolo al quale si è legati.

Tuttavia, sai che ci tengo particolarmente alla cura e alla traduzione dei testi, perciò le edizioni che ti consiglio a breve sono quelle con le traduzioni più recenti e di buona qualità.

Jane Eyre.
- Reali, Luisa, traduttrice. Jane Eyre. Charlotte Brontë, Mondadori, 2016. (questa è la stessa traduzione presente nel volume I capolavori delle impareggiabili penne sororali).
- Sacchini, Stella. Jane Eyre. Charlotte Brontë, Feltrinelli, 2014. Lamberti, Luca, traduttore. Jane Eyre. Charlotte Brontë, Einaudi, 2017.

Cime tempestose.
- Giacobino, Margherita, traduttrice. Cime tempestose, Emily Brontë, Mondadori, 2016. (questa è la stessa traduzione presente nel volume I capolavori delle impareggiabili penne sororali).
- Noulian, Laura, traduttrice. Cime tempestose, Emily Brontë, Feltrinelli, 2014.
- Masini, Beatrice, traduttrice. Cime tempestose, Emily Brontë, BUR Rizzoli, 2017.

Agnes Grey.
- Zazo, Anna Luisa, traduttrice. Agnes Grey, Anne Brontë, Mondadori, 2019. (questa è la stessa traduzione presente nel volume I capolavori delle impareggiabili penne sororali).
- Sestito, Marisa, traduttrice. Agnes Grey, Anne Brontë, Newton Compton, 2015.

Ciò detto, è chiaro che se vorrai leggere i romanzi in lingua originale hai il via libera (e tutta la mia approvazione!).

Se vorrai unirti ne sarò davvero felice. Intanto, diamo il via alle danze tra le brughiere nebbiose che ci accompagneranno per i prossimi mesi. Buona lettura e a presto!

Francesca, Le ore dentro ai libri.

lunedì 11 maggio 2020

maggio 11, 2020

"Harry Potter" e il confine sottile della letteratura.

È paradossale, ma quando si parla di letteratura bisognerebbe andarci con i piedi di piombo e anche con molta leggerezza. Il fatto è che parlare di letteratura per molti è diventato quasi un tabù, un argomento da maneggiare con cura e da non condividere. Forse il problema è proprio questo, perché per quanto la letteratura sia effettivamente un argomento complesso, importante e sì, anche delicato, non ci si può e né ci si deve aspettare che non possa essere di tutti.

Definire cosa sia letteratura è una questione spinosa e di certo non sarò io a dare una risposta definitiva (anche se in questo articolo ci ho provato in maniera molto personale), ma ci si può interrogare con più facilità su una questione emersa da una mia recente rilettura. Parlo di Harry Potter, il fenomeno letterario e commerciale più grande degli ultimi vent’anni. Considerandone il successo e il fatto che, anche passati decenni le storie del mago più famoso della nostra epoca continuano a stimolare lettori vecchi e nuovi, mi sembra giusto farsi una domanda: Harry Potter può essere considerato letteratura?

Perché chiedersi se Harry Potter sia letteratura?

Rileggere la saga di Rowling dopo un bel po’ di anni e ributtarsi tra le pagine con una consapevolezza letteraria più matura è stata una delle decisioni più stimolanti che abbia preso ultimamente in questo senso. Sono curiosa, sono una studiosa che nel mio piccolo si fa sempre – troppe – domande sul mondo e ci sono cascata anche con Harry Potter. Mi sono chiesta perché nonostante io legga Virginia Woolf, William Faulkner o Paul Auster, rileggere Harry Potter mi dà tanto piacere come aprire L’urlo e il furore o Trilogia di New York? Qual è l’elemento che rende Harry Potter tanto attraente ora quanto lo è stato ormai vent’anni fa?

Alcuni aspetti da considerare.

Al di là di quel microscopico senso di colpa per cui se ti piacciono i mattoni da cinquecento pagine o più ti sembra strano farti piacere romanzi più “leggeri”, c’è anche altro da prendere in considerazione. Prima di tutto, la questione diventa spinosa se non consideriamo due aspetti che potrebbero influenzare il giudizio: la popolarità della saga di Harry Potter e l’effetto sociale che ha avuto e continua ad avere anche a vent’anni di distanza. Per quanto riguarda il primo aspetto, può essere concesso il beneficio del dubbio per cui se un libro ottiene un successo planetario come quello di Harry Potter possa comunque essere di buona qualità. Il secondo aspetto è legato al primo, perché quello stesso successo è stato scatenato da una serie di condizioni sociali ed economiche, tra cui il fatto che prima di Harry Potter la letteratura per ragazzi fosse ai suoi minimi storici per numero di lettori 1, ma ne ha anche create altrettante simili. Forse si è trattato di una vera e propria rivoluzione non tanto letteraria quanto economica e sociale. Il numero dei lettori bambini e adolescenti è cresciuto e la letteratura per ragazzi ha subito un’impennata notevole negli anni successivi – prima tra tutti la rinascita del tanto dibattuto Young Adult 2.


Come mi è stato giustamente fatto notare e come ho già sottolineato, Rowling non ha messo in moto una rivoluzione propriamente letteraria perché, se la consideriamo da questo punto di vista, la scrittrice non vanta di una prosa particolarmente raffinata né riconoscibile. Il punto è proprio che non avrebbe avuto senso e non ha senso considerare la questione sotto questo punto di vista per il semplice motivo per cui non si può far leggere a una bambina di dieci anni Le onde di Virginia Woolf o Mentre morivo di Faulkner. Non riuscirebbe ancora a seguire una prosa troppo complicata.
Spezzo una lancia a favore di Rowling anche con una certa difficoltà – sono anni che prende scelte e rilascia affermazioni che non condivido – dicendo che si tratta di una scrittrice la cui prosa è cresciuta in parallelo con l’uscita dei libri e con i lettori che li leggevano. Rileggendo Harry Potter mi sono resa conto di quanto la narrazione maturi allo stesso ritmo degli stessi personaggi e della storia. Non entro nel merito della consapevolezza autoriale di questa scelta, ma per quanta fiducia possa dare alla Rowling del 1997 dubito che sia stato un piano studiato a tavolino. Bisogna tenere in considerazione l’aspetto narrativo della saga se si vuole rispondere anche parzialmente alla domanda iniziale.

La vera abilità di J.K. Rowling.

Non meno importante, però, è l’aspetto della storia che si lega alla narrazione. A Rowling è stato spesso criticata una struttura ripetitiva e noiosa dei libri 3 4 5 ed è innegabile che di sette romanzi almeno tre siano praticamente uguali in termini di struttura. Tuttavia, è anche vero che una struttura tale è necessaria per la storia che è stata sviluppata e che non avrebbe potuto essere diversa da com’è: è proprio la ripetitività dello schema portante a tenere incollati i lettori, soprattutto quelli più piccoli che si possono trovarsi di fronte a un nuovo volume, magari anche a distanza di mesi o anni. Si tratta di una saga nata per bambini e che proprio quei bambini ha visto crescere. Con questo non voglio mettere J.K. Rowling sullo stesso piano di Lewis Carroll o di altri autori di letteratura per ragazzi sicuramenti più abili di lei – e dei quali io conosco veramente pochissimo – perché non sarei sincera. Rowling non è una scrittrice perfetta, non lo è mai stata ma bisogna riconoscerle il merito di aver preso come esempi scrittori più capaci e all’epoca grandi di lei – Astrid Lindgren o Roald Dahl, per citarne due – e di aver dato vita a quella piccola rivoluzione sociale che abbraccia anche alcuni aspetti della letteratura per l’infanzia più in generale.

La lezione dei grandi narratori dell'infanzia.

L’elemento vincente è lo stesso di quegli scrittori del XX secolo a cui Harry Potter deve molto, ovvero il fatto di aver trattato i propri lettori con il rispetto che meritavano. Rowling non ha infiocchettato la storia di Harry di una leziosità nauseante, né ha reso lo sviluppo della storia semplice da digerire sia per i lettori che per i personaggi stessi. È come se, tra le pagine, venisse detto ai bambini ciò che molti adulti non riescono ad accettare: la vita, che sia magica o no, ha i suoi punti di luce e di ombra con i quali bisogna convivere più o meno serenamente. Il pregio di un messaggio del genere è di aver dato prima di tutto il diritto ai bambini di conoscere cosa sia la vita, ma di farne esperienza secondo i loro tempi e modalità. Ai lettori di Harry Potter non vengono nascosti la morte, il dolore, la sofferenza, il male, la crudeltà ma vengono mostrati come aspetti reali, possibili e anche, come è giusto che sia, come entità che possono essere sconfitte.

Il confine della domanda posta all’inizio di questo articolo è davvero sottile e non credo esisterà una risposta definitiva che soddisferà tutti quanti. Tuttavia, è bene considerare tutti gli elementi di cui si è parlato per proporre e difendere la propria opinione. Harry Potter fa parte di una cultura e di un tempo ben preciso e molti lettori sono divisi tra chi afferma che tra cent’anni si parlerà ancora della saga e chi, invece, circoscrive il suo successo agli anni in cui è stata scritta. Io ho qualche dubbio riguardo i meriti letterari della saga di Harry Potter, soprattutto considerando gli aspetti narrativi, e ho anche riguardi nel considerarla meritevole di attenzione accademica letteraria come è successo in passato 6 7. Però è chiaro che i propri meriti, che ogni tanto superano quel confine sottile della letteratura, li ha per i motivi espressi nelle righe precedenti. Non ci si può rifiutare di vederne in un fenomeno come questo e nemmeno di negare l’etichetta di letteratura in senso lato a dei libri che, seppur in modo circoscritto, hanno plasmato più di una generazione. Non sarebbe giusto, né per la letteratura, né per i lettori.


Bibliografia di riferimento (con note).


[1] Ross, Lauren. "The State Of Publishing: Young People Are Reading More Than You". Mcsweeney's Internet Tendency, 2011, https://www.mcsweeneys.net/articles/young-people-are-reading-more-than-you.


[2] Grady, Constance. "The Outsiders Reinvented Young Adult Fiction. Harry Potter Made It Inescapable.". Vox, 2017, https://www.vox.com/culture/2017/6/26/15841216/outsiders-harry-potter-ya-young-adult-se-hinton-jk-rowling.


[3] Lezard, Nicholas. "Harry Potter's Big Con Is The Prose". The Guardian, 2007, https://www.theguardian.com/books/booksblog/2007/jul/17/harrypottersbigconisthep.


[4] de Vise, Daniel. "Is Harry Potter Classic Children’S Literature?". The Washington Post, 2011, https://www.washingtonpost.com/blogs/college-inc/post/is-harry-potter-classic-childrens-literature/2011/07/16/gIQA0RS1HI_blog.html


[5] Dickenson, Di. "As Harry Potter Turns 20, Let's Focus On Reading Pleasure Rather Than Literary Merit". The Conversation, 2017, https://theconversation.com/as-harry-potter-turns-20-lets-focus-on-reading-pleasure-rather-than-literary-merit-78333.


[6] Flood, Alison. "Harry Potter Course To Be Offered At Durham University". The Guardian, 2010, https://www.theguardian.com/books/2010/aug/19/harry-potter-course-durham-university.


[7] Rainey, Sarah. "You Can't Be Serious About Harry Potter!". Telegraph.Co.Uk, 2012, https://www.telegraph.co.uk/culture/books/9272352/You-cant-be-serious-about-Harry-Potter.html.


Un ringraziamento enorme va alla mia carissima amica Klara, lettrice sicuramente più brava di me e compagna di chiacchierate sempre stimolanti sulla letteratura. Senza di lei e il suo prezioso aiuto, questo articolo sarebbe un’accozzaglia di idee sparse.

lunedì 20 aprile 2020

aprile 20, 2020

Un libro per la solitudine: "Sostiene Pereira" di Antonio Tabucchi

Ci sono alcuni libri che ho letto in passato e dei quali non sono mai riuscita a scrivere nemmeno una parola. Pigrizia, paura o l'ignoto, Se una notte d'inverno un viaggiatore di Italo Calvino o Trilogia di New York di Paul Auster, ma anche il mio amato L'urlo e il furore di William Faulkner rientrano in questa lista. Ce n'è uno, però, che non ho mai affrontato per ragioni molto personali ed è Sostiene Pereira di Antonio Tabucchi. Visto il momento che tutti stiamo vivendo e il tempo passato che mi ha permesso di elaborare quello che mi frullava in testa, forse è arrivato il momento di parlarne.

Autore: Antonio Tabucchi
Titolo: Sostiene Pereira
Anno di pubblicazione: 1994
Edizione: Feltrinelli, 2014

Letto da: Sergio Rubini
Per: Emons Audiolibri

La mia storia con Pereira: 

L'aspetto più affascinante della mia storia con Sostiene Pereira Ã¨ che non l'ho mai letto in senso letterale, ma ascoltato. Era l'estate del 2018 e mi trovavo ormai da qualche giorno ricoverata in ospedale, da sola e molto triste. Capirete già a questo punto che ci sono un po' di punti di contatto con la situazione che stiamo vivendo tutti in questo periodo, presi molto alla lontana e soprattutto, per mia fortuna, dal punto di vista medico. Sto bene, sono sana e in salute e ciò che è successo nel 2018 fa parte solo del mio passato.

Ero sconsolata perché non si riusciva bene a capire cosa avessi, molto triste perché lontana nel quotidiano da mia madre e da mio padre ed era uno dei primi importanti allontanamenti da entrambi. Avevo paura di rimanere sola, perché seppure la stanza nella quale mi trovavo ospitava altri pazienti, mi sentivo terribilmente sola. Il mal di testa faceva ormai parte delle mie giornate e non riuscivo a leggere nemmeno una riga dei libri che mia madre mi aveva portato in ospedale per farmi sentire "più a casa". Quindi c'era anche una buona dose di frustrazione per non potermi portare avanti nelle letture, nello studio e...nella vita. Ho dovuto accettare un blocco improvviso alla mia quotidianità, era estate e mi stavo anche abbastanza godendo un periodo di certa spensieratezza; avevo esami da fare davanti a me che mi avrebbero portato alla laurea e non mi stavo minimamente prendendo cura del mio corpo. Insomma, vivevo da un po' di tempo in una specie di limbo dal quale entravo e uscivo per non sentire troppo il distacco da una vita passata che era finita bruscamente qualche mese prima, dall'idea che di lì a breve avrei dovuto prendere una scelta che, seppur piccola nell'assoluto, per me era importantissima: cosa fare dopo la laurea. Ero spaventata e non volevo sentirlo. Arrivata e bloccata in ospedale, perciò, ero stata un po' costretta a fare i conti non tanto con la mia situazione di salute che sul momento non mi preoccupava più di tanto - ci avrei fatto i conti dopo, tornata a casa con il terrore di ammalarmi di nuovo - ma con il fatto di dover improvvisamente cambiare le mie abitudini. Anche alimentari, visto il digiuno totale - sì, anche di acqua - che ho dovuto fare per cinque giorni buoni.

In questa complicata ma annebbiata situazione in cui sentivo i sintomi ma non la preoccupazione, un mio carissimo amico decise di venirmi a trovare portando con sé il suo iPod con dentro alcuni audiolibri, dopo aver saputo che non riuscivo a leggere niente. Per puro caso, portata dall'ispirazione e da un vago ricordo di quel titolo, decisi di iniziare l'ascolto di Sostiene Pereira, letto da Sergio Rubini. Fu amore.

Recensione:

Il primo elemento che attirò la mia attenzione durante l'ascolto dell'audiolibro fu il ritmo: il romanzo di Tabucchi letto da Rubini è forse la melodia più ben scandita che io abbia mai avuto il piacere di ascoltare; ritmi lenti ma sostenuti che danno un solido supporto alla storia di Pereira, un ritmo che riprende in parte anche la sua vita calma e ripetitiva. Anche lo stesso sintagma "Sostiene Pereira..." che apre paragrafi e capitoli del libro fa parte di quella musica che la narrazione crea in ogni pagina e che porta il lettore alla scoperta di questo uomo apparentemente mediocre.

Pereira non si scompone, non si agita, svolge diligentemente il suo lavoro che lo mette in un contatto quotidiano con la letteratura, soprattutto quella francese che adora. Pereira è un uomo abitudinario e anche un po' piatto, ma buono. Solo quando Monteiro Rossi fa capolino nella sua vita, il ritmo della narrazione e della vita del protagonista cambia radicalmente, perché Pereira è fondamentalmente bloccato in quella stessa quotidianità e ancorato a un passato del quale non riesce a liberarsi; infatti, tutti i giorni Pereira parla al ritratto della moglie morta anni prima, le chiede consiglio e si confida con lei.

Monteiro Rossi riesce inconsapevolmente a sbloccare una leva nell'animo di Pereira, il quale si risveglia da un torpore che inibisce tutte le sue facoltà più profonde. Il tempo in cui vive Pereira non è il presente, bensì un passato chiuso nella bolla della sua quotidianità. Il risveglio del personaggio è lento, graduale e accompagnato da una bellissima e nostalgica Lisbona che, con spirito molto umano, vive con la consapevolezza del passato rivolgendo sempre lo sguardo al futuro.

Questa è forse la lezione più importante che Sostiene Pereira mi ha insegnato nel tempo. Si è posata dentro di me, ha macerato e ha dato i suoi frutti. Il dottor Cardoso, da cui Pereira si reca per curare la sua obesità, gli rivolge un appunto che racchiude lo spirito non solo di Lisbona, ma di tutto il romanzo e dell'umanità intera:

"la smetta di frequentare il passato, cerchi di frequentare il futuro."

Pereira, bloccato nella fotografia della moglie, prenderà sempre più consapevolezza di sé, del mondo intorno a lui e della tragicità della vita che, lasciando il lavoro da colonnista di necrologi, aveva forse tentato di rimuovere dalla sua vita.

Ciò che, però, mi ha aiutata forse di più durante la degenza in ospedale è stata la presenza costante del cibo nel romanzo. Pereira ama mangiare e si gusta con una quasi religiosità le sue omelette e la sua limonata al Café Orquidea - che nella mia mente si materializzava come il Café A Brasileira di Lisbona che avevo visitato qualche mese prima in compagnia di mio papà e che compare anche nella copertina dell'edizione cartacea.

Il cibo diventa piano piano per Pereira un momento di confessione con sé stesso, di riflessione e, come se iniziasse gradualmente ad alzare la testa dal piatto per guardarsi intorno, l'atto del mangiare diventa anche un momento di condivisione con il mondo.

Dopo giorni intensi di digiuno, ascoltare di quelle deliziose omelette non faceva altro che farmi tornare la voglia di mangiare e di uscire da dove mi trovavo, ma in un modo inaspettato. Sapevo di avere qualcosa da fare dopo e in quei momenti di solitudine e tristezza era una grande consolazione. Perché sapere che c'è qualcosa dopo, qualcosa che siamo curiosi di scoprire e di fare è una bella spinta per andare avanti e non dimenticarsi che al di fuori della nostra esperienza di vita ce ne sono altre che non aspettano altro di essere scoperte.

giovedì 9 gennaio 2020

gennaio 09, 2020

Le creature della letteratura: provare a capire "Moby Dick" di Herman Melville

Autore: Herman Melville
Titolo: Moby Dick
Titolo originale: Moby-Dick; or, The Whale
Anno di pubblicazione: 1851
Edizione: Feltrinelli, 2016
Traduzione: Alessandro Ceni

E' sempre difficile parlare di classici, soprattutto se si tratta di romanzi con R maiuscola e anche molto lunghi, come nel nostro caso.

E' capitato che per un senso di dovere a settembre del 2019 abbia deciso di intraprendere la lettura di Moby Dick di Herman Melville prima di ricominciare l'università. Il pensiero dietro a questa importante decisione era che iniziare una magistrale in Studi Inglesi e Americani senza aver letto uno dei romanzi più importanti della letteratura americana mi sembrava un po' una contraddizione in termini. E così, in compagnia di un'amica con la quale ho avuto la fortuna non solo di condividere la lettura e le impressioni suscitate da essa ma anche e soprattutto la frustrazione, ho iniziato e terminato questo lungo romanzo.

La fortuna ha voluto che oltre ad una "semplice" lettura, questo romanzo sia stato sottoposto ad un'attenta analisi perché protagonista del primo esame di letteratura americana della magistrale. Ed ecco fatto che un libro che forse, senza critica, non avrei apprezzato a pieno ora è diventata una delle letture migliori dell'anno appena concluso.

Ma come si può parlare di un romanzo così vasto e così fitto? Non è facile e mai lo sarà, soprattutto se si tratta di una vera e propria creatura vivente come Moby Dick. Credo che i romanzi giusti - non perfetti, perché la perfezione non esiste ed è anche noiosa - riescano a darti quello che a me ha donato questo romanzo, ovvero un nuovo modo di vedere la letteratura, di capirsi e capire il mondo.

La trama di Moby Dick la conosciamo più o meno tutti: Ishmael, narratore omodiegetico - ovvero, presente nella storia narrata - si imbarca sulla baleniera Pequod in compagnia di un amico conosciuto in una locanda sull'isola di Nuntucket, Queequeg. Il desiderio di Ishmael di andare per mare è dovuto a quello che lui chiama hypos, un senso di depressione violenta a causa della quale deve impedirsi di "scendere intenzionalmente in strada e metodicamente sbatter giù il cappello dal capo alla gente" [1] e il cui unico rimedio è mettersi in mare il più presto possibile. Il capitano della baleniera è un personaggio che rappresenta l'emblema del paradosso, Ahab, con il quale Ishmael non solo non interagirà mai ma sarà anche il centro del suo sforzo di capire la sua esperienza a bordo della baleniera.

Moby Dick è, infatti, una narrazione retrospettiva, il che significa che il narratore - nel nostro caso Ishmael - racconta i fatti dopo averli vissuti. Di solito, questo implica una serie di problematiche che rendono tutte le narrazioni retrospettive le più interessanti da analizzare. Una di queste è l'affidabilità del narratore: come possiamo sapere che ciò che Ishmael ci racconta sia ciò che è accaduto realmente e non solo la rappresentazione di ciò che il narratore pensa di aver vissuto? Una problematica ulteriore da affrontare è la motivazione della narrazione: perché Ishmael decide di iniziare a raccontare la sua tragica e traumatica esperienza sul Pequod?

Non disperarti, perché non c'è una risposta del tutto esatta a queste domande. Si possono fare delle ipotesi, però, soprattutto sulla seconda domanda. Una delle ragioni per cui Ishmael decide di narrare la sua avventura è scritta tra le pagine che egli stesso scrive ed è la motivazione della maggior parte delle narrazioni retrospettive: la volontà di capire ciò che è successo e il tentativo di interpretarlo. Questo è ciò che succede al nostro protagonista-narratore.

Moby Dick Ã¨ romanzo che si presta a diverse e, forse, infinite interpretazioni ma ciò che forse fuoriesce dalla lettura di questo immenso tomo della letteratura è proprio la difficoltà di arrivare una soluzione definitiva.

Ishmael prova, con non poche difficoltà e fallimenti, a sviscerare questioni insolubili della natura umana universale, come il problema del giudizio e del pregiudizio indirizzati rispettivamente sui personaggi di Queequeg e di Ahab. Con il primo, il narratore mostra il processo di presunta eliminazione del pregiudizio nei confronti di ciò che nel mondo occidentale viene considerato un "selvaggio", anche se, alla fine dei conti, la situazione si ribalta: è Queequeg, il cannibale proveniente da un mondo non civilizzato, ad accettare serenamente la coesistenza di più civiltà e ad affrontare, come un vero antropologo, i misteri della vita e della morte.

Con Ahab, la situazione si complica perché, come ho scritto prima, il capitano del Pequod rappresenta l'emblema del paradosso. Ahab ha il potere di attrarre a sé, come un magnete, ciò che lo circonda. Ha abilità oratorie non caratteristiche di un capitano di una baleniera, il che lo rende non solo meno plausibile come presenza su una baleniera ma anche un personaggio di una tragicità profonda in partenza. Ahab intimorisce perché misterioso, "inaccessibile" [2] e autoritario nel costringere - o convincere - tutto l'equipaggio a perseguire il suo scopo ultimo; trovare la Balena Bianca. Ma è soprattutto nell'autorità che Ishmael cerca la componente più umana e meno demoniaca di questo personaggio. Ahab, infatti, è anche un uomo con una storia ben precisa seppur mostrata velatamente e con maestria durante la narrazione, un uomo per il quale lo stesso Ishmael prova compassione e che comunque non riesce a interpretare e capire del tutto. Ahab rappresenta il paradosso in quanto personaggio narrativamente tragico da qualsiasi prospettiva lo si guardi.

Lo stesso Moby Dick, la balena contro la quale Ahab cerca maniacalmente vendetta, può essere inclusa nella rappresentazione di qualcosa di indefinibile. Due sono i capitoli in cui si vede chiaramente lo sforzo di Ishmael nel tentare di capire questa creatura che infesta il romanzo come uno dei migliori fantasmi della finzione letteraria che mai appare ma è sempre presente. "Moby Dick" e "La bianchezza della balena" sono due capitoli antitetici che completano il quadro: il primo rientra a pieni titoli nel gruppo dei capitoli più tecnici sulle balene, che per molti lettori sono strazianti e infiniti - per non dire anche un po' pallosi, a tratti - e ci mostra il tentativo di ridimensionare l'argomento "balena" a qualcosa che possa dare conforto, come un discorso di natura storica su coloro che hanno incontrato la terribile creatura.

Il secondo capitolo citato, invece, si muove su binari completamente diversi, rivelando da una parte l'impossibilità di definire qualcosa di così maestoso e sublime come la Balena Bianca e dall'altra la paura di non riuscirci. Moby Dick, la balena dalla bianchezza che è "nella sua essenza non tanto un colore quanto la visibile assenza di colore" [3], rappresenta un po' quello spazio di "sconosciuto" con il quale ogni essere umano, prima o poi, deve confrontarsi.

Insomma, credo che Moby Dick rappresenti molte cose, molte letture che ogni persona che vi si avvicina anche solo parzialmente può dare al romanzo. Tuttavia, ritengo che proprio per questa capacità di offrire molteplici soluzioni - senza mai offrirne una definitiva, tra l'altro - di lettura e sensazioni contrastanti, questo romanzo rientri a pieni e meritati titoli nella definizione di letteratura. Non è facile e non lo sarà mai, ma credo che se letto attentamente, Moby Dick possa offrire ad ogni lettore qualcosa sempre di diverso. Questo fa Moby Dick ma questo fa, soprattutto, la Letteratura.

Nota sulla traduzione: 

Moby Dick Ã¨ un romanzo di difficile lettura, figuriamoci di traduzione. Alessandro Ceni, il traduttore che ha curato l'edizione Feltrinelli del romanzo, ha fatto un buon lavoro, a mio avviso. Ha deciso coraggiosamente di improntare i riferimenti di Ishmael al lettore - sin dal famoso incipit "Call me Ishmael" - con una seconda persona singolare anziché una seconda plurale. Discutibili, invece, le scelte traduttive dei dialoghi tra personaggi dalle parlate caratteristiche. L'oste della locanda a Nantucket finisce per prendere un vago sentore toscano, un regionalismo probabilmente usato per riprendere la trascrizione del linguaggio orale - e per forza sgrammaticato - dell'oste in lingua originale. Nel complesso, la ritengo una buona traduzione che non appiattisce per nulla lo stile mutaforma di Melville, un lavoro filologicamente attento e curato. La prefazione del traduttore, poi, è la ciliegina sulla torta da leggere assolutamente prima e anche dopo la lettura.

[1] Capitolo 1. Parvenze (p. 21).
[2] Capitolo 34. La mensa della cabina (p. 185).
[3] Capitolo 42. La bianchezza della balena (p. 231)

venerdì 20 settembre 2019

settembre 20, 2019

Sull'utilità della letteratura e del leggere libri

È un dibattito aperto da anni e ormai le risposte che ci vengono date sono innumerevoli, ma è giusto continuare a parlarne: perché leggere? La letteratura è utile? I libri hanno qualche utilità nella nostra vita?

La domanda non potrebbe essere posta in tanti modi diversi e per alcuni lettori o lettrici la risposta è che l'utilità non esiste, la letteratura è inutile e leggere lo è altrettanto. Allora io, dalla mia umilissima sedia girevole - anche molto comoda - della camera da letto ti dico la mia e ti racconto perché, secondo me, la letteratura sia ancora utile e leggere libri sia importante nella vita.

Andiamo per gradi, perché è necessario fare delle premesse e definire soprattutto alcune questioni.

È chiaro, ma è sempre meglio specificare, che quando ci chiediamo se la letteratura sia utile non si può intendere la parola "utilità" in termini di ricavo materiale dall'uso dell'oggetto libro bensì bisogna estendere la definizione ad altri contesti che rendono la questione molto più interessante e complessa.

Esistono all'incirca tre risposte standard e più comuni alla domanda posta sopra che, in qualche modo, chiariscono la definizione di utilità in questo contesto. La prima risposta è sì, la letteratura è utile perché arricchisce la propria vita, il proprio bagaglio culturale, il lessico e soprattutto l'immaginazione. In questo caso non posso che concordare con una risposta del genere, anche se a mio parere rimane un po' troppo superficiale e poco esaustiva per i "non addetti ai lavori", ovvero i non lettori.

L'arricchimento personale e l'aumento del proprio bagaglio di conoscenze - grammaticali, culturali, lessicali e via dicendo - è un passaggio al quale si giunge gradualmente e del quale si ha una piena percezione solo dopo un bel po' di pratica. Passatemi il termine, ma per me è così: leggere è una pratica - o esercizio - che ha bisogno di essere coltivata e che, come le piante più belle del nostro giardino, metterà i fiori molto lentamente. In una società come quella in cui viviamo oggi ci stiamo sempre più abituando alla velocità e all'immediatezza di informazioni da captare che riceviamo e scartiamo con estrema facilità: la presenza sempre più massiccia delle serie TV, di film e di social network ci ha abituato a prediligere l'immediatezza e, in molti casi, la mancanza di una riflessione lenta sull'informazione che abbiamo recepito. Far leggere libri, soffermarsi sulle pagine e dare la stessa importanza delle serie TV o dei film alla letteratura sembra ormai a molti un'utopia.

Andare contro a questo nuovo sistema sarebbe una follia ed è per questo che secondo me è fondamentale e necessario dare delle risposte più esaustive possibili alla domanda posta sopra, non solo per rispetto nei nostri confronti ma anche e soprattutto di chi ci pone la domanda. Altro motivo per cui una risposta emotiva come questa prima proposta può essere migliorata.

Arriviamo alla seconda risposta più comune: la letteratura e i libri sono utili perché aiutano a risolvere i problemi della vita. E' capitato a tutti di leggere qualche pagina o finire un libro e sentirsi meglio, più leggeri o propositivi verso la vita. Penso alla famosa frase tratta da uno dei film preferiti di sempre, Matilda sei mitica (a sua volta tratto da Matilda di Roald Dahl):

" Da questi libri veniva a Matilda un messaggio di speranza e di conforto: tu non sei sola. "

E' chiaro a tutti noi lettori che i libri siano anche strumenti potentissimi di aiuto in momenti poco felici o che possano funzionare come integratori o aiuto per l'umore in periodi particolarmente positivi. Mi viene in mente anche il famoso libro Curarsi con i libri di Ella Berthoud e Susan Elderkin, le quali scrivono nella prefazione che "questo libro è un manuale di medicina con qualche differenza.". Al di là della provocazione - spero sia così - l'obiettivo di questo libro è consigliare una serie di romanzi o racconti che, a seconda dell'umore del lettore, dovrebbero "lavorare sulla psiche" per migliorare la sua situazione. Ho seguito solo una volta un consiglio delle due autrici: era il caso di Nuova grammatica finlandese di Diego Marani - recensito qui sul blog - che, a loro detta, era un romanzo ideale a chi avesse "problemi di identità". Sapevo che non mi avrebbe dato le risposte alle domande che avevo e così è stato, ma il libro mi è piaciuto comunque.

Tuttavia, un ragionamento simile deve essere fatto con cognizione di causa: come è successo nel caso precedente, anche ora una riflessione su questa utilità dei libri e della letteratura rimane un po' semplicistica e oserei dire anche ingenua come il buon proposito di Curarsi con i libri. Non ci si può aspettare ingenuamente che la lettura di un libro possa magicamente risolvere al posto nostro i problemi della nostra vita. Ciò che ci si può aspettare da un libro è che ci indirizzi verso una strada che saremo noi, in seguito, a dover scrutare e decidere se è quella giusta per noi. Ma a questo punto ci arriviamo a breve.

La terza e ultima risposta alla domanda "E' utile leggere i libri e la letteratura?" è "sì, per il puro piacere di farlo". Affermazione più che legittima ma che può essere approfondita: il piacere di leggere proviene essenzialmente dalla percezione del libro o come "mezzo di intrattenimento" o "mezzo di divulgazione". Tuttavia, quest'ultimo è un aspetto che non sempre deve essere per forza associato alla letteratura, perché non è detto che essa debba avere uno scopo e quindi essere "utile" (al di là del fatto che la letteratura è letteratura e non divulgazione).

Vi ho sconvolto? Era quello che volevo. L'utilità della letteratura in senso divulgativo abbraccia degli ambiti che sono sempre stati il punto di forza per chi ha voluto far passare la lettura come esercizio necessario e obbligatorio a priori: la lettura e la letteratura sono utili per scopi morali, etici, divulgativi ed educativi. Ma non è sempre così e un ragionamento del genere non può essere così semplice e autoconclusivo.

Ce lo diceva anche Oscar Wilde con una delle frasi più famose della storia: "L'arte è inutile". Come possiamo prendere una citazione del genere da un artista? Contestualizzandola e analizzandola. Wilde mette in atto una vera e propria provocazione all'interno dell'unico grande principio della tendenza decadente dell'Estetismo, ovvero "l'arte per l'arte": altro non è che una dichiarazione di indipendenza dell'arte dagli scopi preconfezionati, ovvero quelli morali, etici, educativi e divulgativi che le erano sempre stati imposti. Se è pur vero che per Wilde e gli Estetici l'arte deve essere fruita e osservata per quello che è e per la sua bellezza, è altrettanto vero che questa fruizione "estetica" deve avvenire anche e soprattutto in termini di giudizio di gusto, di rapporto tra oggetto e soggetto (un romanzo e un lettore) ma anche trovare un significato o un'interpretazione all'opera stessa.

Ora riuniamo i punti. E' proprio nell'interpretazione e nella capacità di dare significato ad un libro che si trova il centro della riflessione sull'utilità della letteratura e di leggere libri.

Nel momento in cui si legge un libro e si dà ad esso un'interpretazione personale si attiva quell'utilità della letteratura e del leggere i libri. Per questo, essi sono utili nel momento in cui ci permettono di analizzare e interpretare un libro. Per quale motivo ciò avviene? Perché i libri pongono domande e propongono riflessioni che a loro volta ne produrranno altre analoghe o contrarie a quella proposta. Credo che l'errore più grande che si possa fare quando si legge un libro e si affronta la letteratura sia aspettarsi delle risposte. I libri non danno risposte, al massimo ne suggeriscono alcune che il lettore o lettrice saranno in grado di cogliere e rielaborare personalmente solo se la loro mente sarà aperta e disponibile a riceverle.

In breve, i libri sono potenzialmente strumenti utilissimi solo se ne si conosce l'uso e questo processo conoscitivo può avvenire solo con il tempo, leggendo pagine e pagine, fino a sviluppare quella coscienza da lettrice o lettore di cui parlavo prima.

Concludo aggiungendo che una riflessione del genere può tornare utile anche per capire come far avvicinare i non-lettori ai libri. Credere di poterli convincere con poche parole perentorie che leggere sia utile a loro, al loro animo, alla loro educazione e al loro vivere consapevolmente nel mondo è un errore di molti che spesso porta il non-lettore o la non-lettrice ad allontanarsi dalle pagine e non fare mai più ritorno.

Non ci si può aspettare che l'utilità della lettura e della letteratura venga capita in questo modo, perché bisogna concedere loro il fatto che non conoscano il mezzo o strumento-libro. Bisogna conceder loro di passare questo percorso profondamente intimo verso il piacere della lettura in modo graduale e, qualche volta, anche l'idea che possa diventare per loro un'attività secondaria e non di prima scelta.

Consigli di lettura per l'argomento:

  • Perché leggere i classici, Italo Calvino (Mondadori). Nell'introduzione, Calvino ci ricorda quanto sia importante non solo leggere i classici ma farlo secondo i nostri tempi. Seguono a questa dei saggi su vari scrittori del passato, sia lontano che recente.
  • Di che cosa parliamo quando parliamo di libri, Tim Parks (UTET). Saggio provocatorio sulla letteratura e i suoi libri, ben costruito nella struttura e anche nei contenuti.
  • Lezioni di letteratura, Vladimir Nabokov (Adelphi). Nell'introduzione, Nabokov esprime con una certa schiettezza la sua personale idea di letteratura e di come dovrebbero essere letti i libri per costruire una buona identità di "lettore".
  • Granito e arcobaleno, Virginia Woolf (Nuova Editrice Berti). Raccolta di scritti in cui l'autrice parla non solo della sua idea di letteratura ma anche della sua personale esperienza con la lettura. Sono consigliati tutti i saggi di Virginia Woolf in cui si parla di tali argomenti, come Voltando pagina (a cura di Liliana Rampello, Il Saggiatore).
  • Oltre abita il silenzio, Enrico Terrinoni. Saggio sulla traduzione della letteratura in cui si percepisce l'amore e la necessità di avere la letteratura nelle nostre vite.

sabato 10 novembre 2018

novembre 10, 2018

In fondo al libro #2: una lettura ravvicinata di "Frankenstein", "Gordon Pym" e "Dr. Jekyll & Mr. Hyde"

Buongiorno! Eccoci al nostro secondo appuntamento con la rubrica #infondoallibro, una lettura più da vicino di tre classici della letteratura adatti alla spaventosa settimana in cui è iniziata la rubrica: Frankenstein di Mary Shelley, Le avventure di Gordon Pym di Edgar Allan Poe e Lo strano caso del Dr. Jekyll e Mr. Hyde di Robert Louis Stevenson.

Nei tre anni di università credo di aver imparato a fare una cosa, ossia divertirmi nell'analisi di ciò che leggo. Che divertimento, eh? E bene, se hai letto l'articolo sulle mie confessioni da lettrice, saprai che il modo in cui solitamente leggo i libri per l'università è un po' più approfondito da quello con cui affronto i libri che leggo per interesse personale. Nel tempo, però, questo metodo un po' più analitico è diventato più interessante e sono riuscita ad applicarlo in parte al resto delle mie letture. Perché, mi son detta, non portare questa parte della mia vita anche sul blog?

Dopo la prima "puntata" incentrata su una lettura più ravvicinata della struttura narrativa, in questo secondo appuntamento andremo alla ricerca dell'origine di questi tre spaventevoli scritti e delle fonti letterarie e culturali di cui i loro autori si sono serviti più o meno coscientemente.

Sono sempre stata affascinata dal processo creativo dietro ad un'opera letteraria, perciò ora capirai il motivo per cui sono stata molto contenta di ritrovare molti riferimenti ad esso per tutti e tre i testi affrontati. Ma iniziamo.

Manoscritto di Frankenstein, con note di Percy
Shelley ai margini.
© Bodleian Library, University of Oxford
Le fonti e l'origine

Frankenstein - Mary Shelley

Cronologicamente parlando, il primo romanzo dei tre ad essere stato pubblicato fu Frankenstein, nel 1818. Tutti i più appassionati lettori della Shelley conoscono la storia del "concepimento" del romanzo - tema, quello del concepimento in generale che affronteremo nel prossimo appuntamento -.

E' Mary stessa a raccontare, o meglio, narrare questo processo creativo nell'introduzione del 1831 al romanzo, edizione che viene pubblicata, stavolta, con il suo nome. Durante un soggiorno a Villa Diodati nel 1816, in un'atmosfera decameronica, Mary, Percy Shelley, Claire Clairmont, Lord Byron e John Polidori decidono di sfidarsi a comporre ognuno una storia di fantasmi come quelle che per giorni si erano raccontati.

Lunghe e frequenti erano le conversazioni tra Lord Byron e Shelley, a cui io assistevo con devozione ma quasi sempre in silenzio. Durante uno di questi incontri vennero discusse varie dottrine filosofiche, tra cui la natura del principio vitale, e se vi fossero probabilità che venisse scoperto e divulgato.

Forse influenzata dai discorsi di carattere scientifico che la compagnia di amici aveva fatto quel giorno, di notte Mary ha un incubo e sogna la famosa scena in cui il creatore osserva terrorizzato la sua creazione ormai in vita. Sarà Mary Shelley l'unica a portare a compimento quell'impresa proposta da Byron e il risultato, naturalmente, sarà proprio Frankenstein.

La serata trascorse in questa conversazione, ed era passata anche l'ora delle streghe quando ci ritirammo per riposare. Quando posai la testa sul cuscino, non mi addormentai, ma non si può dire che stessi pensando. La mia immaginazione, non richiesta, mi pervase e mi guidò, donando alle immagini che si affacciavano alla mia mente una lividezzza di gran lunga superiore alle solite visioni delle fantasticherie. Vidi - con gli occhi chiusi, ma con una percezione mentale acuta - il pallido studioso di arti profane inginocchiato vicino alla cosa che aveva assemblato. Vidi l'orrenda sagoma di un uomo disteso, poi, all'entrata in funzione di un qualche potente macchinario, lo vidi dar segni di vita e fremere con un movimento impacciato, vivo solo a metà. 

 Nella famosa introduzione, la Shelley sembra essere molto cosciente degli elementi che l'hanno portata a concepire la storia della creatura, ma è ancora più interessante scoprire altri elementi di influenza che ritroviamo sparsi e un po' nascosti all'interno del romanzo stesso. Primo tra tutti, il Paradise Lost di John Milton: l'epigrafe che troviamo ad inizio romanzo non solo ci fornisce un'informazione fondamentale per capire parte delle origini di questa storia, ma anticipa in maniera abbastanza esplicita il nucleo della storia stessa.


Chiuso entro la mia creta, t'ho forse chiesto io,

Fattore, di diventar uomo?

T'ho forse chiesto io di trarmi dalle tenebre? 

Illustrazione per il frontespizio dell'edizione del 1831.
Altro grande autore inglese che possiamo ritrovare tra le fonti letterarie della Shelley è Samuel Taylor Coleridge e in particolare La ballata del vecchio marinaio (The Rime of The Ancient Mariner). Echi di quello che diventerà il manifesto del Romanticismo si possono ritrovare in due momenti: in primo luogo, nella descrizione che Walton fa di Victor Frankenstein una volta salvato dai ghiacci possiamo notare la somiglianza dell'espressione "selvaggia, quasi folle" degli occhi sia di Victor che del vecchio marinaio. In secondo luogo, l'inseguimento finale tra creatura e creatore nelle regioni polari non può che far tornare la mente indietro proprio alla ballata di Coleridge, la cui storia è ambientata proprio negli stessi luoghi. Riprenderemo comunque nella prossima puntata l'influenza di Coleridge e Milton in Frankenstein da un punto di vista tematico.

In realtà, le fonti letterarie per questo romanzo sono molteplici e avremmo bisogno di un articolo dedicato per elencarle e spiegarle tutte. Ci basti sapere, in ogni caso, che l'ambiente letterario e culturale nel quale è cresciuta e vissuta Mary Shelley non ha fatto che aumentare l'interesse della scrittrice per determinati temi: l'educazione e la sua influenza, ripreso dalla madre, Mary Wollstonecraft, la quale le ha anche insegnato a mettere in dubbio la categoria del "mostruoso" (da A Vindication of The Rights of Men e A Vindication of The Rights of Woman, 1790 e 1792); le idee di provenienza paterna sulle ingiustizie fatte dalle istituzioni sociali (da Enquiry Concerning Political Justice, William Godwin, 1793) e le teorie estetiche sulla frammentazione delle parti (dagli scritti di Burke, Schiller e Coleridge).

Le avventure di Arthur Gordon Pym - Edgar Allan Poe

Anche per Edgar Allan Poe, l'ambiente culturale e letterario ha riservato molteplici fonti di ispirazione per il suo unico romanzo completo, Le avventure di Arthur Gordon Pym, pubblicato nel 1838.

L'ambiente letterario, soprattutto quello inglese, del secolo precedente era stato dominato dalla letteratura di viaggio, spesso fantastico e/o immaginario. Basta citare nomi come Daniel Defoe o Jonathan Swift, autori con i quali Poe lettore avrà avuto sicuramente modo di venire a contatto. E' particolarmente interessante, poi, notare come molti racconti di viaggio fossero ambientati in una fantomatica terra del sud, narrata da Tolomeo e smentita dopo il secondo viaggio di James Cook nell'emisfero boreale. Anche in Gordon Pym, perciò, come succede per Frankenstein, ritroviamo non solo il motivo del racconto di viaggio - ricordiamoci che Pym racconta in prima persona la sua storia sotto forma di diario di bordo -  ma anche e soprattutto il motivo del viaggio verso l'emisfero sud del mondo, terra sconosciuta dai tratti misteriosi e quasi mitici.

Le prime due puntate del romanzo di Poe
nel Southern Literary Messenger, giornale
di cui lo scrittore era editor.
©Cornell University Library
E' lo stesso Poe che si rivela un appassionato lettore di questo genere nel 1837, nel Southern Literary Messenger di Baltimora, nell'entusiasta recensione di South Sea Expedition, il resoconto di un viaggio nel Sud Pacifico dell'esploratore Jeremiah N. Reynolds. C'è chi ha anche affermato che Poe abbia addirittura copiato parte del testo di Reynolds nel suo romanzo, ma è certo che lo scrittore americano conoscesse molto bene il genere letterario.

Letteratura di viaggio e resoconti di esploratori si incontrano perfettamente in Poe insieme ad un altro grande autore già citato nelle influenze di Frankenstein. Sì, sto parlando di Coleridge e la sua ballata. Infatti, proprio nei capitoli finali del romanzo di Poe, il viaggio di Pym assume caratteristiche molto simili al viaggio compiuto dal marinaio.

Un elemento più interessante è l'influenza che Poe ha su se stesso. Molti temi presenti in Gordon Pym, infatti, erano stati anticipati in un racconto del 1833 dello stesso scrittore americano, Manoscritto trovato in una bottiglia (M.S. Found in a Bottle): un narratore-personaggio che narra incredibilmente il suo viaggio sotto forma di diario, un naufragio improvviso al quale solo il narratore sopravvive, una nave che procede insistentemente verso sud ed elementi gotici e macabri che a loro volta anticipano la famosa cifra stilistica di Poe.

Lo strano caso del Dr. Jekyll e Mr. Hyde - Robert Louis Stevenson

La genesi di Dr. Jekyll e Mr. Hyde ha molti tratti in comune con quella di Frankenstein.

Come accadde per Mary Shelley, anche per  Robert Louis Stevenson la visione geniale e centrale del romanzo viene da un sogno. E' proprio la moglie di Stevenson, Fanny Van de Grift, nell'introduzione del 1905 al romanzo, a raccontare che
Nelle prime ore del mattino fui svegliata dalle sue [di Stevenson] grida di terrore. Io, pensando che stesse facendo un incubo, lo svegliai. Lui mi disse, arrabbiato 'Perché mi hai svegliato? Stavo sognando una bella storia di paura.'
"A Chapter on Dreams" pubblicato sullo Scribner's Magazine del 1888.
©British Library
Questa notizia è confermata dallo stesso Stevenson in un saggio scritto qualche anno prima, nel 1888, A Chapter on Dreams. Lo scrittore spiega, in maniera forse fin troppo razionale - un po' come aveva fatto Poe in The Philosophy of Composition - il suo genio creativo e di come questo sia stato costantemente influenzato dai diversi sogni e incubi che hanno accompagnato la sua vita sin da piccolo. Stevenson, infatti, cagionevole di salute, aveva passato gran parte della sua vita confinato a letto. Nel saggio, Stevenson rivela che quegli incubi tremendi potessero avere origine nelle letture che faceva - tra cui i racconti di Poe - e che nella sua testa fossero presenti delle "personcine" (little people) che sviluppavano i sogni. Insomma, questi piccoli attori erano i motori della sua immaginazione:

Posso fornire solo qualche esempio di quanta parte venga svolta durante il sonno e quanta durante la veglia e lascio che sia il lettore a decidere a chi spettino gli allori, fra me e i miei collaboratori. Prenderò in considerazione, pertanto, un libro che un certo numero di persone ha gentilmente voluto leggere, Lo strano caso del Dr. Jekyll e di Mr. Hyde. Da tempo cercavo di scrivere una storia su questo argomento, di trovare un contenitore, un veicolo, poiché quel forte senso della doppiezza che si annida nell'uomo è qualcosa che a tratti cattura e domina la mente di ogni creatura pensante. [...] Per due giorni mi tartassai il cervello per trovare qualche trama; e durante la seconda notte sognai la scena della finestra, e una che viene dopo, divisa in due parti, in cui Hyde, perseguito per qualche delitto, trangugiava la pozione e intraprendeva il mutamento sotto gli occhi degli inseguitori. Tutto il resto venne eseguito da sveglio, in piena coscienza.

Manoscritto di Dr. Jekyll e Mr. Hyde
© The Pierpont Morgan Library, New York. MA 1202.
Photography, Graham S. Haber, 2012
Altre fonti interessanti per la creazione del racconto sono, perciò, sicuramente le letture di R.L. Stevenson. Siamo molto fortunati ad avere libero accesso alla biblioteca personale dello scrittore, disponibile e consultabile online. Dalle numerose note scritte a penna ai margini, possiamo anche capire che lettore attento fosse Stevenson. Appassionato di Shakespeare - lesse l'Amleto e il Re Lear) e lettore di Bunyan e di The Pilgrim's Progress, Stevenson aveva letto anche il suo contemporaneo Poe e il famoso A Vindication di Mary Wollstonecraft. Curioso notare che tra i libri letti non risulta nulla della figlia della Wollstonecraft, Mary Shelley, nonostante le numerose affinità tra i rispettivi scritti più famosi.

La religione Ã¨ sicuramente un altro punto di influenza per la redazione del racconto. Bisogna considerare che Stevenson era stato cresciuto in una famiglia di devoti presbiteriani e in particolare era stato educato dalla bambinaia che gli leggeva e interpretava testi di Bunyan, di Calvino e la Bibbia. Il calvinismo, in particolare, si può ritrovare nel testo nell'apparente mancanza di una forza "buona" moralmente: per i calvinisti, nessun uomo è buono perché tutti siamo peccatori e allo stesso modo si potrebbe intuire che nel romanzo nessun personaggio, alla fine, sia moralmente intatto.

Un po' più presenti e rilevabili nel testo, sono, però, le influenze scientifiche. Il contesto culturale nel quale Dr. Jekyll e Mr. Hyde viene redatto è quello di un forte contrasto tra due correnti di pensiero: da una parte un dilagante positivismo, quindi una fiducia quasi cieca nella scienza e nel suo potere di creare, trasformare e indagare la realtà; dall'altra, una forte paura di queste nuove scienze che mettevano pericolosamente in dubbio il potere e la forza di Dio. Questo fu un motivi per cui le nuove teorie darwiniane sull'evoluzione avevano creato forti polemiche. Dove può portare la ricerca scientifica? Di certo, nel racconto di Stevenson, a nulla di buono ed è per questo che Dr. Jekyll e Mr. Hyde interpreta perfettamente il quesito sulla pericolosità del sapere scientifico. Ma di questo ne parleremo più approfonditamente nel prossimo appuntamento.

Grazie per essere arrivata/arrivato alla fine dell'articolo, spero sia stato di tuo gradimento.
Ci leggiamo alla prossima puntata di #infondoallibro!

Francesca, Le ore dentro ai libri.

Sitografia e bibliografia: 
Mary Shelley. I miei sogni mi appartengono. (L'orma Editore, 2015)
A Routledge Literary Sourcebook on Mary Shelley's Frankenstein, Timothy Morton (Routledge, 2002)
Frankenstein, Mary Shelley (Einaudi, 2016)

Agghiaccianti simmetrie: dinamiche testuali in The narrative of A. Gordon Pym di Edgar Allan Poe, Ugo Rubeo (Lozzi & Rossi, 2000)

Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde, Robert Louis Stevenson (Mondadori, 2017)
Lit2Go - A Chapter on Dreams, Robert Louis Stevenson
The British Library Online Catalogue

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