venerdì 20 settembre 2019

settembre 20, 2019

Sull'utilità della letteratura e del leggere libri

È un dibattito aperto da anni e ormai le risposte che ci vengono date sono innumerevoli, ma è giusto continuare a parlarne: perché leggere? La letteratura è utile? I libri hanno qualche utilità nella nostra vita?

La domanda non potrebbe essere posta in tanti modi diversi e per alcuni lettori o lettrici la risposta è che l'utilità non esiste, la letteratura è inutile e leggere lo è altrettanto. Allora io, dalla mia umilissima sedia girevole - anche molto comoda - della camera da letto ti dico la mia e ti racconto perché, secondo me, la letteratura sia ancora utile e leggere libri sia importante nella vita.

Andiamo per gradi, perché è necessario fare delle premesse e definire soprattutto alcune questioni.

È chiaro, ma è sempre meglio specificare, che quando ci chiediamo se la letteratura sia utile non si può intendere la parola "utilità" in termini di ricavo materiale dall'uso dell'oggetto libro bensì bisogna estendere la definizione ad altri contesti che rendono la questione molto più interessante e complessa.

Esistono all'incirca tre risposte standard e più comuni alla domanda posta sopra che, in qualche modo, chiariscono la definizione di utilità in questo contesto. La prima risposta è sì, la letteratura è utile perché arricchisce la propria vita, il proprio bagaglio culturale, il lessico e soprattutto l'immaginazione. In questo caso non posso che concordare con una risposta del genere, anche se a mio parere rimane un po' troppo superficiale e poco esaustiva per i "non addetti ai lavori", ovvero i non lettori.

L'arricchimento personale e l'aumento del proprio bagaglio di conoscenze - grammaticali, culturali, lessicali e via dicendo - è un passaggio al quale si giunge gradualmente e del quale si ha una piena percezione solo dopo un bel po' di pratica. Passatemi il termine, ma per me è così: leggere è una pratica - o esercizio - che ha bisogno di essere coltivata e che, come le piante più belle del nostro giardino, metterà i fiori molto lentamente. In una società come quella in cui viviamo oggi ci stiamo sempre più abituando alla velocità e all'immediatezza di informazioni da captare che riceviamo e scartiamo con estrema facilità: la presenza sempre più massiccia delle serie TV, di film e di social network ci ha abituato a prediligere l'immediatezza e, in molti casi, la mancanza di una riflessione lenta sull'informazione che abbiamo recepito. Far leggere libri, soffermarsi sulle pagine e dare la stessa importanza delle serie TV o dei film alla letteratura sembra ormai a molti un'utopia.

Andare contro a questo nuovo sistema sarebbe una follia ed è per questo che secondo me è fondamentale e necessario dare delle risposte più esaustive possibili alla domanda posta sopra, non solo per rispetto nei nostri confronti ma anche e soprattutto di chi ci pone la domanda. Altro motivo per cui una risposta emotiva come questa prima proposta può essere migliorata.

Arriviamo alla seconda risposta più comune: la letteratura e i libri sono utili perché aiutano a risolvere i problemi della vita. E' capitato a tutti di leggere qualche pagina o finire un libro e sentirsi meglio, più leggeri o propositivi verso la vita. Penso alla famosa frase tratta da uno dei film preferiti di sempre, Matilda sei mitica (a sua volta tratto da Matilda di Roald Dahl):

" Da questi libri veniva a Matilda un messaggio di speranza e di conforto: tu non sei sola. "

E' chiaro a tutti noi lettori che i libri siano anche strumenti potentissimi di aiuto in momenti poco felici o che possano funzionare come integratori o aiuto per l'umore in periodi particolarmente positivi. Mi viene in mente anche il famoso libro Curarsi con i libri di Ella Berthoud e Susan Elderkin, le quali scrivono nella prefazione che "questo libro è un manuale di medicina con qualche differenza.". Al di là della provocazione - spero sia così - l'obiettivo di questo libro è consigliare una serie di romanzi o racconti che, a seconda dell'umore del lettore, dovrebbero "lavorare sulla psiche" per migliorare la sua situazione. Ho seguito solo una volta un consiglio delle due autrici: era il caso di Nuova grammatica finlandese di Diego Marani - recensito qui sul blog - che, a loro detta, era un romanzo ideale a chi avesse "problemi di identità". Sapevo che non mi avrebbe dato le risposte alle domande che avevo e così è stato, ma il libro mi è piaciuto comunque.

Tuttavia, un ragionamento simile deve essere fatto con cognizione di causa: come è successo nel caso precedente, anche ora una riflessione su questa utilità dei libri e della letteratura rimane un po' semplicistica e oserei dire anche ingenua come il buon proposito di Curarsi con i libri. Non ci si può aspettare ingenuamente che la lettura di un libro possa magicamente risolvere al posto nostro i problemi della nostra vita. Ciò che ci si può aspettare da un libro è che ci indirizzi verso una strada che saremo noi, in seguito, a dover scrutare e decidere se è quella giusta per noi. Ma a questo punto ci arriviamo a breve.

La terza e ultima risposta alla domanda "E' utile leggere i libri e la letteratura?" è "sì, per il puro piacere di farlo". Affermazione più che legittima ma che può essere approfondita: il piacere di leggere proviene essenzialmente dalla percezione del libro o come "mezzo di intrattenimento" o "mezzo di divulgazione". Tuttavia, quest'ultimo è un aspetto che non sempre deve essere per forza associato alla letteratura, perché non è detto che essa debba avere uno scopo e quindi essere "utile" (al di là del fatto che la letteratura è letteratura e non divulgazione).

Vi ho sconvolto? Era quello che volevo. L'utilità della letteratura in senso divulgativo abbraccia degli ambiti che sono sempre stati il punto di forza per chi ha voluto far passare la lettura come esercizio necessario e obbligatorio a priori: la lettura e la letteratura sono utili per scopi morali, etici, divulgativi ed educativi. Ma non è sempre così e un ragionamento del genere non può essere così semplice e autoconclusivo.

Ce lo diceva anche Oscar Wilde con una delle frasi più famose della storia: "L'arte è inutile". Come possiamo prendere una citazione del genere da un artista? Contestualizzandola e analizzandola. Wilde mette in atto una vera e propria provocazione all'interno dell'unico grande principio della tendenza decadente dell'Estetismo, ovvero "l'arte per l'arte": altro non è che una dichiarazione di indipendenza dell'arte dagli scopi preconfezionati, ovvero quelli morali, etici, educativi e divulgativi che le erano sempre stati imposti. Se è pur vero che per Wilde e gli Estetici l'arte deve essere fruita e osservata per quello che è e per la sua bellezza, è altrettanto vero che questa fruizione "estetica" deve avvenire anche e soprattutto in termini di giudizio di gusto, di rapporto tra oggetto e soggetto (un romanzo e un lettore) ma anche trovare un significato o un'interpretazione all'opera stessa.

Ora riuniamo i punti. E' proprio nell'interpretazione e nella capacità di dare significato ad un libro che si trova il centro della riflessione sull'utilità della letteratura e di leggere libri.

Nel momento in cui si legge un libro e si dà ad esso un'interpretazione personale si attiva quell'utilità della letteratura e del leggere i libri. Per questo, essi sono utili nel momento in cui ci permettono di analizzare e interpretare un libro. Per quale motivo ciò avviene? Perché i libri pongono domande e propongono riflessioni che a loro volta ne produrranno altre analoghe o contrarie a quella proposta. Credo che l'errore più grande che si possa fare quando si legge un libro e si affronta la letteratura sia aspettarsi delle risposte. I libri non danno risposte, al massimo ne suggeriscono alcune che il lettore o lettrice saranno in grado di cogliere e rielaborare personalmente solo se la loro mente sarà aperta e disponibile a riceverle.

In breve, i libri sono potenzialmente strumenti utilissimi solo se ne si conosce l'uso e questo processo conoscitivo può avvenire solo con il tempo, leggendo pagine e pagine, fino a sviluppare quella coscienza da lettrice o lettore di cui parlavo prima.

Concludo aggiungendo che una riflessione del genere può tornare utile anche per capire come far avvicinare i non-lettori ai libri. Credere di poterli convincere con poche parole perentorie che leggere sia utile a loro, al loro animo, alla loro educazione e al loro vivere consapevolmente nel mondo è un errore di molti che spesso porta il non-lettore o la non-lettrice ad allontanarsi dalle pagine e non fare mai più ritorno.

Non ci si può aspettare che l'utilità della lettura e della letteratura venga capita in questo modo, perché bisogna concedere loro il fatto che non conoscano il mezzo o strumento-libro. Bisogna conceder loro di passare questo percorso profondamente intimo verso il piacere della lettura in modo graduale e, qualche volta, anche l'idea che possa diventare per loro un'attività secondaria e non di prima scelta.

Consigli di lettura per l'argomento:

  • Perché leggere i classici, Italo Calvino (Mondadori). Nell'introduzione, Calvino ci ricorda quanto sia importante non solo leggere i classici ma farlo secondo i nostri tempi. Seguono a questa dei saggi su vari scrittori del passato, sia lontano che recente.
  • Di che cosa parliamo quando parliamo di libri, Tim Parks (UTET). Saggio provocatorio sulla letteratura e i suoi libri, ben costruito nella struttura e anche nei contenuti.
  • Lezioni di letteratura, Vladimir Nabokov (Adelphi). Nell'introduzione, Nabokov esprime con una certa schiettezza la sua personale idea di letteratura e di come dovrebbero essere letti i libri per costruire una buona identità di "lettore".
  • Granito e arcobaleno, Virginia Woolf (Nuova Editrice Berti). Raccolta di scritti in cui l'autrice parla non solo della sua idea di letteratura ma anche della sua personale esperienza con la lettura. Sono consigliati tutti i saggi di Virginia Woolf in cui si parla di tali argomenti, come Voltando pagina (a cura di Liliana Rampello, Il Saggiatore).
  • Oltre abita il silenzio, Enrico Terrinoni. Saggio sulla traduzione della letteratura in cui si percepisce l'amore e la necessità di avere la letteratura nelle nostre vite.

sabato 14 settembre 2019

settembre 14, 2019

#LeOreconTolkien: creare un intero universo con "Le due torri"

Giunge un po' in ritardo il secondo appuntamento con #LeOreconTolkien, in cui ti aggiorno più che posso sulla lettura dei tre volumi de Il Signore degli Anelli (ti reindirizzo a questo primissimo articolo in cui ti spiego il progetto).

Se l'effetto di essermi avvicinata a questo grande romanzo dopo Lo Hobbit era stato disorientante e impegnativo, con la lettura del secondo volume (The Two Towers) sono andata verso un netto miglioramento della situazione.

Non ti nascondo che intraprendere la lettura di questo grande romanzo in inglese non è cosa facile, perché per quanto possa conoscere e maneggiare la lingua mi risulta sempre più complesso tenere alta la concentrazione durante la lettura, soprattutto se si tratta di Tolkien. Non è impossibile, ma è comunque impegnativo come leggere qualsiasi libro in qualsiasi altra lingua che non sia la nostra.

Il problema non è stato comunque la lingua, se non per il fatto che mi sono presa più tempo per leggere tutto con attenzione, perché questo secondo volume, al contrario del primo, è decisamente più complesso sotto vari punti di vista.


La struttura narrativa del secondo volume

Il volume si apre con il Libro III con il quale ci accorgiamo di un elemento che ritroveremo da ora per tutto il romanzo, ovvero la divisione tra la narrazione del percorso di ciò che rimane della Compagnia dell'Anello - Aragorn, Legolas e Gimli, ai quali poi si uniranno Pipino, Merry e Gandalf - e la narrazione del percorso di Frodo e Sam. Quindi, non ci troviamo di fronte ad una narrazione sullo stile di Manzoni, in cui le avventure separate dei personaggi si intrecciano nella narrazione di uno stesso capitolo, bensì proprio il contrario.

Un tipo di narrazione come quella che Tolkien ha deciso di usare ne Il Signore degli Anelli è di sicuro più impegnativa, soprattutto nel Libro III. Se nel volume de La compagnia dell'Anello il lettore si era trovato di fronte ad un continuo movimento dell'azione alternato a profonde riflessioni da parte dei personaggi - vedi ne Il consiglio di Elrond -, nel Libro III de Le due torri troviamo inizialmente poca azione e molte, moltissime riflessioni. Il personaggio più tormentato in questo momento è sicuramente Aragorn, il quale sente pesare su di sé non solo la responsabilità della buona riuscita della missione da parte di Frodo ma anche il salvataggio dei due hobbit, Merry e Pipino, caduti nelle mani degli orrendi Uruk-hai, gli orchi di Saruman.

Verso la fine di questo Libro III l'azione torna al suo apice in due dei momenti più belli del secondo volume: la battaglia del Fosso di Helm - la prima, epica descrizione di una battaglia dell'intero romanzo - e l'incontro con Saruman sconfitto nella sua Isengard ormai distrutta dagli Ent. Riporto qui sotto due passi tratti dal capitolo "Helm's Deep", "Il fosso di Helm", nel quale viene narrata la famosa battaglia.

"The sky was now quickly clearing and the sinking moon was shining brightly. But the light brought little hope to the Riders of the Mark [la battaglia è combattuta in piena notte, elemento che arricchisce la narrazione di epicità e tumulto dello sconosciuto]. [...] Orcs and hillmen swarmed about its feet from end to end. Ropes with grappling hooks were hurled over the parapet faster than men could cut them or fling them back."

"Il cielo schiariva rapidamente e la luna che si accingeva a coricarsi brillava intensamente. Ma la luce portò poca speranza ai Cavalieri del Mark. [...] Orchi e Uomini delle montagne brulicavano da un'estremità all'altra della cinta. Corde con ramponi venivano lanciate al di qua del parapetto con tale destrezza e rapidità che i combattenti non facevano in tempo a tagliarle né a respingerle."

Per citare il titolo di un famoso film di qualche anno fa...e alla fine arriva Gandalf:

"There suddenly upon a ridge appeared a rider, clad in white, shining in the rising sun. Over the low hills the horns were sounding. Behind him, hastening down the long slopes, were a thousand men on foot; their swords were in their hands. Amid them strode a man tall and strong. His shield was red. As he came to the valley's brink, he set to his lips a great black horn and blew a ringing blast."

"Ivi improvvisamente su una cresta apparve un cavaliere biancovestito, e splendente nel sole appena nato. Sui colli più bassi squillavano corni. Sui lunghi declivi alle sue spalle arrivavano a piedi mille Uomini brandendo la spada. Fra loro incedeva un Uomo alto e possente. Il suo scudo era rosso. Giunto all'orlo della vallata, si portò alle labbra un grande corno nero e ne trasse uno squillo vibrante."

Nel Libro IV l'azione è diluita in maniera più movimentata nella narrazione ed è qui che i lettori iniziano a rendersi conto del fardello che Frodo deve portare fino al Monte Fato. E' come se la narrazione di questo peso che inizia a farsi sentire sia riflessa nelle lande desolate che Frodo, Sam e Gollum - che si è unito a loro all'inizio del libro - attraversano.

Un'attenzione particolare ai personaggi


Per quel che riguarda il Libro IV, ma più in generale tutto il secondo volume, uno dei temi ricorrenti nella narrazione è sicuramente quello della crescita dei personaggi. Molti di loro prendono sempre più coscienza di loro stessi, delle loro capacità e responsabilità via via che il viaggio si fa sempre più complesso.

Aragorn, ad esempio, ha un ruolo secondario rispetto a Gandalf in termini di guida fino alla caduta del mago alle Grotte di Moria. Ne Le due torri, invece, Aragorn è costretto a fare i conti con le sue responsabilità come guida di un gruppo, il che lo porterà ad una consapevolezza tale da poter assumere le sembianze proprie di un Re nell'ultimo volume.

Anche un altro personaggio di minor "statura" intraprende lo stesso cammino. Parlo di Samvise Gamgee, il cui apice di maturazione verrà però raggiunto nel terzo volume, nel quale il personaggio dovrà confrontarsi con pericoli e responsabilità molto importanti. La scena più toccante in cui Sam è indiscusso protagonista è quella in cui Sam si accascia in lacrime sul corpo apparentemente senza vita di Frodo - trafitto da Shelob - e inizia a chiedersi cosa avrebbe dovuto fare e se proseguire il cammino senza il suo padrone. Il susseguirsi di domande e riflessioni che Sam costruisce nelle pagine successive è a tratti anche comico ma rende alla perfezione la maturazione - esplicita - di questo ingenuo ma fondamentale personaggio.

Tra i personaggi più interessanti di questo secondo volume c'è sicuramente Faramir, che Frodo e Sam incontrano nel Libro IV. L'incontro segna un punto molto importante nella narrazione delle vicende dell'anello: Faramir è il fratello di Boromir, morto subito dopo essere caduto in tentazione e aver desiderato l'anello mettendo a rischio anche la vita di Frodo. In modo molto scaltro Faramir capisce che Frodo nasconde un segreto e, attraverso delle domande mirate, scopre dell'anello. Al contrario di Boromir, però, Faramir per quanto attratto non cede alla tentazione di possederlo e prende, inconsapevolmente, le distanze dal fratello. Pur essendo molto simili fisicamente - al punto che a Pipino per un momento sembra di vedere proprio Boromir - i due fratelli presentano sostanziali differenze caratteriali: Boromir cede alla tentazione dell'anello perché forse troppo ambizioso, al contrario di Faramir che non solo non desidera quella gloria decantata dal fratello ma rivela una nobiltà d'animo che Tolkien descrive in questo modo:
"[...] whatever be his descent from father to son, by some chance the blood of Westernesse runs nearly true in him [Gandalf parla di Denethor, padre di Boromir e Faramir]; as it does in his other son, Faramir, and yet did not in Boromir whom he loved best."
"[...] quali che siano i suoi avi e i suoi padri, per uno strano caso il sangue dell'Ovesturia scorre quasi puro nelle sue vene e in quelle dell'altro suo figlio, Faramir; non così invece in quelle di Boromir, che pur era il suo preferito."
La citazione vuole sottolineare non tanto una discendenza di sangue effettivamente esistente, quanto l'integrità e il valore degli uomini di Númenor (Westernesse) che scorre anche nel sangue di Faramir.
La nobiltà d'animo del personaggio viene dimostrata nel momento in cui rifiuta l'anello:

"But fear no more! I would not take this thing, if it lay by the highway. Not were Minas Tirith falling in ruin and I alone could save her, so, using the weapon of the Dark Lord for her good and my glory. No, I do not wish for such triumph, Frodo son of Drogo."

"Ma non avere più timore! Io non m'impadronirei di codesto oggetto, neppure se lo trovassi lungo la strada, neppure se Minas Tirith stesse cadendo in rovina e io solo potessi salvarla, usando così l'arma dell'Oscuro Signore per il bene della mia città e per la mia gloria. No, non desidero tali trionfi, Frodo figlio di Drogo."

Le lingue della Terra di Mezzo

Le due torri segna un passaggio importante anche per quel che riguarda la creazione di un'intero universo da parte di Tolkien. A mano a mano che si va avanti con la lettura si iniziano a notare differenze sostanziali nelle descrizioni che vengono fatte della Terra di Mezzo: come in universo verosimile, le terre e i popoli che la abitano si caratterizzano per linguaggio, usi e costumi. Il primo aspetto è quello che ho trovato più interessante e che avevo notato già durante la lettura del primo volume, nel quale si possono vedere le differenze linguistiche tra i popoli che abitano la Terra di Mezzo da un punto di vista scritto - vedi l'incisione nell'Anello che Gandalf spiega essere scritta nella lingua di Mordor, il Linguaggio Nero (Black Speech).

Ne Le due torri i diversi linguaggi e le differenze tra essi vengono alla luce nel loro uso abituale, ovvero ne facciamo esperienza attraverso gli stessi personaggi. Si iniziano a notare non solo veri e propri linguaggi finzionali creati ad-hoc da Tolkien, ma a livello narrativo l'autore riesce a trasformarli nei vari aspetti linguistici dell'inglese moderno o quello più antico. Mi spiego meglio:

Da un punto di vista della struttura della storia, nelle Appendici Tolkien si pone come autore "finzionale", colui che ha tradotto il famoso Libro Rosso scritto prima da Bilbo, poi completato da Frodo, curato da Sam e tramandato dai discendenti di Pipino e Merry fino ai giorni nostri. Il Tolkien "autore finzionale" spiega nell'Appendice F.II A proposito della traduzione che nel riportare a noi lettori la storia ha dovuto lavorare sul testo originale e tradurlo nell'inglese moderno, rispettando le varie sfumature linguistiche.

Ecco che gli Hobbit parlano il Common Speech (Lingua Corrente), una lingua traslitterata nell'inglese moderno. Nell'Appendice F.II A proposito della traduzione Tolkien ci dice che:

"In questo processo la differenza fra i diversi tipi di Ovestron (Westron) si è inevitabilmente affievolita, malgrado i tentativi di rappresentare tali differenze con variazioni nella nostra lingua; ma la divergenza fra pronuncia e idioma della Contea e Ovestron parlato dagli Elfi o dagli alti Uomini di Gondor era assai maggiore di quanto non risulti da questo libro. Gli Hobbit infatti parlavano per lo più un dialetto rustico, mentre a Gondor e a Rohan era in uso un linguaggio più antico, più puro e formale."
L'inglese dei nani, ovvero il Common Speech che essi parlano in presenza di altre razze, presenta un enunciato "gutturale" e molto aspro; il linguaggio di Rohan assomiglia ad un inglese antico e formale perché come ci dice Tolkien "era abbastanza vicino alla Lingua Corrente e strettamente collegato all'antica lingua degli Hobbit settentrionali, e simile in qualche modo all'arcaico Ovestron."

Il Tolkien autore "vero" (quello esterno al testo, non più finzionale) ha invece creato un vero e proprio impianto linguistico sul quale si appoggia un universo intero. Le lingue che l'autore ha creato sono così ben costruite e articolate anche a livello grammaticale o morfologico da essere del tutto verosimili.


Le traduzioni dei passaggi citati o quelli direttamente riportati in italiano fanno riferimento a J.R.R. Tolkien, Il Signore degli Anelli, Bompiani, 2011. L'edizione è curata da Quirino Principe, l'introduzione è di Elémire Zolla e la traduzione di Vicky Alliata di Villafranca (con la quale non concordo su alcune scelte traduttive, ma questo è tutto un altro discorso...)

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