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sabato 26 ottobre 2024

ottobre 26, 2024

Una sfida al mercato editoriale. "Yellowface" di Rebecca F. Kuang


C’è un romanzo di cui non si è smesso di parlare per un paio di mesi quest’estate ed è Yellowface di Rebecca F. Kuang. Autrice di grande fama sia negli Stati Uniti che in Italia, Kuang è esplosa con il genere fantasy che ha deciso di abbandonare dopo quattro romanzi proprio con la pubblicazione di Yellowface. Motivo questo, forse, per cui il romanzo ha una serie di elementi che non funzionano del tutto.


Il libro in sé ha una grande potenzialità, soprattutto per l’entusiasmo che è stato costruito per l’uscita, alimentato da una grafica di copertina accattivante: il giallo che domina davanti, in quarta e anche sul taglio delle pagine, due occhi orientali che sembrano ignorare volutamente lo sguardo del lettore e, per finire, la firma dell’autrice protagonista del romanzo “Juniper Song” di nuovo sul taglio giallo del libro. Insomma, la ricetta commerciale perfetta per spingere un romanzo. E non sarebbe nemmeno sbagliato, visto i successi precedenti di Kuang. Il problema, tuttavia, sussiste perché il romanzo funziona per certi versi e per molti altri no. O meglio, non regge la spinta che gli è stata data dal mercato.


La storia che viene raccontata è di taglio attuale e sicuramente conosciuta. È la trama del manoscritto rubato e ripubblicato, rivista in chiave contemporanea. June Hayward, giovane scrittrice con grosse difficoltà a farsi pubblicare, assiste alla morte dell’amica scrittrice di grande successo Athena Liu. Decide di rubarle l’ultimo manoscritto e di editarlo per la pubblicazione. June si firma con lo pseudonimo dal sentore asiatico Juniper Song e pubblica la storia del trauma bellico dei cinesi durante la Prima Guerra Mondiale. È un successo. Il segreto dietro al romanzo, tuttavia, inizia a rendere problematica la vita di June al punto che la giovane dovrà chiedersi fino a che punto è disposta a spingersi pur di tenere la verità per sé.


La scia di romanzi americani che raccontano la parte marcia della publishing industry è ricca, soprattutto negli Stati Uniti. Yellowface ci si inserisce senza troppi problemi, arricchendo il genere con discorsi sulla razza e sul privilegio che risuonano in molti altri romanzi attuali. Un miscuglio a tratti ben riuscito e che sin dall’inizio promette molto bene. Il posto delle minoranze nel mondo dell’editoria viene dissacrato e ribaltato, così che i ruoli razziali nella società siano messi a nudo e mostrati anche nell’ipocrisia che spesso li contorna. Il ruolo che Kuang dà a Twitter nel romanzo esemplifica alla perfezione il processo per cui, purtroppo, i discorsi sull’appropriazione e il privilegio culturale vengono resi vuoti e superficiali. June è personaggio centrale: creato ad hoc per essere detestabile e allo stesso tempo il fulcro di dubbi che, nel profondo, abbiamo tutti, e il suo ruolo mette in dubbio anche le premesse migliori sui discorsi più seri riguardo la razza degli ultimi vent’anni.


Purtroppo, però, la scarsa profondità che emerge dai nuclei tematici del romanzo colpisce anche la sua struttura e costruzione. Yellowface racconta una storia potenzialmente esplosiva, ma il detonatore non viene mai premuto del tutto. I dialoghi tra i personaggi risultano svuotati di profondità, rendendo spesso anche i personaggi stessi delle macchiette all’interno del mondo editoriale. 


La struttura con cui la storia travagliata di June viene raccontata risulta un po’ ripetitiva: June pubblica il romanzo rubato ad Athena e la notizia rischia di trapelare, ma la situazione si risolve per il meglio. Stesso schema per il secondo romanzo, che la porta di nuovo sulla cresta dell’onda e questo non fa che peggiorare la sua ansia e la sua situazione. Il problema non è tanto nella ripetizione, quanto il fatto che questo schema venga gonfiato fino alla fine per poi svuotarsi con una risoluzione che, a mio avviso, risulta un po’ banale. Qual è l’ultimo riscatto possibile di June e la conclusione perfetta per un romanzo che parla di libri? Ovviamente quello di far scrivere alla scrittrice un romanzo molto simile a quello che noi lettori stiamo leggendo.


Infine, una nota sui generi con cui Yellowface gioca in continuazione. Il romanzo ruota sul giallo a carte scoperte, a tratti sull’investigazione ossessiva, sul noir e, purtroppo, anche sul fantasy. Non mancano, infatti, delle incursioni sovrannaturali che rimangono isolate. Il problema non è nemmeno che non vengono spiegate, perché in un romanzo che basa la sua struttura su ciò che non è possibile spiegare funzionerebbero alla perfezione. La criticità si presenta nel momento in cui Yellowface non risponde a queste caratteristiche e quindi, il sovrannaturale macchia solamente la pagina di un dettaglio non pertinente.


Yellowface non è da buttare, anzi. È un’ottima prova per il mercato americano di come, forse, si possa iniziare a smontare la patina di superficialità che copre determinati discorsi sulla razza e sul privilegio. Bisogna riconoscere a Kuang un’audacia non da tutti, soprattutto da parte di una scrittrice donna, giovane e di origini cinesi, capace di guardare con occhi distanti un mondo che fa sempre più difficoltà a confrontarsi con la complessità.

martedì 16 aprile 2024

aprile 16, 2024

Diventare nere in America. “Americanah” di Chimamanda Ngozi Adichie


 

 

Princeton, d'estate, non aveva odore, e anche se a Ifemelu piacevano la verde tranquillità dei tanti alberi, le strade pulite e i palazzi imponenti, i negozi un filo troppo cari e la quieta, persistente aria di meritata grazia, era proprio questo, l’assenza di odore, ad attirarla di più, forse perché le altre città americane che conosceva bene avevano tutte un odore ben distinto. (5)

 

Ifemelu è una giovane nigeriana trapiantata negli Stati Uniti da ormai tredici anni. Scrive su un blog che ha milioni di visitatori giornalmente e ha una borsa di studio a Princeton. Nonostante la vita americana apparentemente appagante, Ifemelu decide di tornare a Lagos in via definitiva, dove ha lasciato sé stessa e Obinze, il ragazzo amato. La storia della protagonista inizia su un binario e si sposta rapidamente in un salone di acconciature che dà il via al suo racconto a ritroso nel tempo. Questa storia continua in Nigeria dove Ifemelu si scontrerà di nuovo con ciò che ha lasciato tredici anni prima, Obinze incluso.


La storia di Americanah sembra avere tutte le premesse per una fantastica storia d’amore. Tuttavia, il romanzo svela sin da subito una sottile trama incastrata tra le parole della storia narrata. Discorsi come l’identità, la razza e l’appartenenza prorompono sulla pagina e aiutano a dipingere un ritratto molto caustico degli Stati Uniti degli anni ’10 del nuovo millennio.


La visione sul paese che emerge è, infatti, quella di occhi esterni. In questo senso, Ifemelu si pone come spettatrice della vita oltreoceano, prima intrisa del sogno americano che condivide con Obinze, poi distante e infine partecipante attiva. La scossa alla vita negli Stati Uniti viene sferrata da un evento traumatico che toglie alla ragazza il contatto diretto con il suo corpo. Da quel momento in poi, questo diventerà uno mezzo per rappresentare l’immagine costruita che la accompagnerà per buona parte della sua esperienza americana. Ifemelu si crea la sua identità americana e la decostruirà passo passo.


Desiderava moltissimo capire tutto dell’America, indossare subito una nuova pelle che sapesse nell’ordine: tifare per una certa squadra al Super Bowl, capire cosa fosse un Twinkie e cosa significasse, in certi sport, la parola “blocco”, prendere le misure in once e piedi quadrati, ordinare un muffin senza pensare che in realtà era un dolce e dire “ho messo a segno un affare” senza sentirsi idiota. (140)

 

L’apice di questa decostruzione avviene quando Ifemelu si rende conto di essere diventata nera. Il discorso sulla razza si intensifica e con esso si delinea ancora meglio quel ritratto caustico degli Stati Uniti, dove le persone nere possono sentire “come se il loro mondo fosse avvolto nella garza” (308). Di conseguenza, in Ifemelu inizia a nascere la consapevolezza di quel vestito che l’identità razziale in America mette indosso ai neri, un aspetto che riguarda il modo in cui le persone non bianche si muovono nella società. L’incomprensione che Ifemelu sente di avere sull’argomento è così forte che la spinge ad aprire un blog nel quale riversare le sue riflessioni, Razzabuglio, o varie osservazioni sui Neri Americani (un tempo noti come negri) da parte di una Nera Non Americana.


Tuttavia, sembra che la stessa identità razziale sia solo un altro vestito che Ifemelu si ritrova a indossare in America e che all’inizio le aveva dato modo di rientrare in quel “sacro circolo americano” (5) nel quale si ritrova a vivere. La nostalgia che percepisce in apertura di romanzo riguarda, forse, proprio l’identità che sente di aver perduto.


Sebbene possa sembrare che la vita americana di Ifemelu sia fatta solo di successi, questi sono stati raggiunti pagando un caro prezzo. Oltre al rientro in Nigeria, l’unico modo apparente per riappropriarsi della sua identità è la scrittura del blog. Questo elemento metaletterario nel romanzo dà la possibilità all’autrice di essere tagliente ed estremamente ironica nei confronti del trattamento del tema della razza negli Stati Uniti. Un argomento che soprattutto i bianchi americani tendono a ignorare del tutto, mettendo tuttavia in risalto le differenze sociali tra neri e bianchi. Ecco qual è il mondo avvolto nella garza: uno tipicamente americano nel quale l’identità razziale governa le dinamiche sociali ma non viene mai nominata.


L’elemento più preponderante del romanzo è forse la metafora dell’identità: i capelli. Ancora una volta il corpo rappresenta al meglio il luogo privilegiato della rappresentazione di sé. Il romanzo inizia con il viaggio che la protagonista intraprende per farsi le treccine prima di tornare a Lagos. I capelli hanno un’importanza cruciale nel romanzo, sono la rappresentazione di una liberazione che avviene solo nel momento in cui ci si riappropria di uno stile naturale. Che siano africane o americane, alle donne nere negli Stati Uniti viene implicitamente richiesto di lisciarsi i capelli, una pratica che le avvicina alle loro concittadine bianche. Rifiutando questa pratica, Ifemelu si libera dalle costrizioni razziste e razzializzanti americane che tentano di rendere più bianche possibili le donne nere. Al contempo, tramite la scrittura, Ifemelu si libera anche di tutte quelle pratiche che rendono i neri, africani o americani, un agglomerato indistinto di persone.


Forse, nella struttura a incastro che domina il romanzo in cui vediamo la storia sia dalla prospettiva di Ifemelu che di Obinze su piani temporali diversi, i protagonisti perdono spessore. Anche il finale potrebbe sembrare privo di profondità agli occhi di chi è abituato al dramma del Romanzo americano. La storia d’amore, tuttavia, forse è un’altra. Come afferma la stessa autrice nell’introduzione all’edizione celebrativa dei dieci anni del romanzo, “what in the end is my story about being Black in America but a lush love story? One that lays bare my faith in love, in love undying.”

sabato 20 gennaio 2024

gennaio 20, 2024

Time’s a goon, right? "Il tempo è un bastardo" di Jennifer Egan

Recensione pubblicata sul sito del Centro Studi Americani per il Bright Lights Bookclub.

Esistono universi narrativi inaspettati nei quali i personaggi appaiono nei modi più bizzarri con le loro ossessioni e paure. Mondi in cui la narrazione viene affidata a voci esterne, non del tutto identificate e che hanno, tuttavia, un potere enorme sulla storia che viene raccontata. Questi universi vengono maneggiati da autori di un certo calibro, che non hanno paura a sperimentare con la letteratura. Jennifer Egan è tra questi e Il tempo è un bastardo ne è la prova.

Strutturato come un romanzo frammentario, uno short story cycle in cui storie apparentemente indipendenti creano un flusso di continuità percepibile tra le righe, Il tempo è un bastardo si inserisce in una linea di storie tipiche del nuovo millennio. Personaggi alla deriva, narrazioni che richiamano il postmoderno e, allo stesso tempo, se ne fanno gioco, disturbi che prendono il sopravvento e storie bizzarre incorniciate dagli Stati Uniti più crudeli di sempre.

I personaggi che abitano le storie di Egan sono individui alla deriva, disturbati da ossessioni che non permettono loro di vivere il presente perché troppo concentrati sul proprio passato o su un futuro la cui realizzazione fa paura e paralizza. Sasha e Bennie sono personaggi centrali nella maggior parte delle storie e sembrano essere il perno su cui gira il resto dei capitoli non dedicati direttamente a loro. Anche se non presenti in prima persona, i legami e le relazioni che gli altri personaggi intessono con loro nel passato, nel presente o nel futuro è così forte da tenere tutto legato da un filo invisibile molto sottile. Sono questi stessi personaggi che, attraverso narrazioni inaspettate, prendono la parola e danno voce al loro sbando.

Stephanie lo sapeva. Le sembrava quasi di sentire lo scroscio della speranza che fluiva nel fratello. «E quindi la risposta qual è?» gli chiese.

«Certo, sta per finire tutto,» disse Jules «ma non ancora.»


Si tratta, però, di un’intera generazione priva di prospettive e incapace di guardare al di là dei propri mostri, incapace anche solo di ammettere le proprie debolezze. Le reazioni sono svariate e diversificate. Bennie si rifugia nel lavoro, guarda coloro che una volta erano stati i propri amici (come nel caso di Scotty) con una distanza non solo sociale ma anche emotiva. Sasha scappa da casa e si rifugia in una Napoli pittoresca, dove pensa che nemmeno la sua famiglia la troverà. Il caso vuole che sia Ted Hollander a trovarla, lo zio e l’unico membro del suo nucleo familiare che non la cerca davvero. Tuttavia, le sue ossessioni non la lasceranno mai in pace davvero, perché è proprio con lei e la sua cleptomania che si apre il romanzo.

Egan sembra non lasciare scampo a nessuno. Uno spiraglio compare solo con le nuove generazioni che animano frammentariamente questo romanzo. Capaci, forse, di adattarsi al mondo con nuovi strumenti, Ally, Lincoln, Charlene e Lulu sembrano essere gli unici personaggi ad emergere vittoriosi. Tuttavia, non è la vittoria che i loro genitori o noi lettori ci aspetteremmo: Ally riesce a raccontarsi davvero attraverso una sezione narrata sotto forma di presentazione Power Point; Lincoln è l’unico personaggio a dare voce e importanza ai silenzi, creando così un legame invisibile a livello strutturale tra le sezioni dei romanzi; Charlene parla, si esprime e racconta una verità scomoda e tragica che nessuno sembra voler ammettere se non in punto di morte; Lulu, infine, sembra essere l’unica capace ad ascoltare davvero.

Molti dei personaggi rincorrono ossessivamente i loro sogni, non si rendono conto del tempo che passa sotto i loro occhi perché troppo concentrati su quelli che l’autrice definisce veri e propri “goons”: bastardi, scagnozzi criminali come il tempo infimo e silenzioso che deruba i personaggi della loro giovinezza e innocenza, lasciandoli in una spirale di infinita insoddisfazione.

Riempimi la vita di roba. Documentiamo ogni cazzo di umiliazione. Perché in fondo la realtà è questa, no? In vent’anni non diventi più bello, specie se nel frattempo ti hanno tolto metà dell’intestino. Il tempo è un bastardo, giusto? Non si dice così?

Il romanzo si intesse così sulle fila del tempo che scorre, passa e non risparmia nessuno. La musica, in questo senso, è il legante e la rappresentazione di come le cose possano cambiare e rovinarsi senza che nessuno se ne accorga. È il ritratto di un’America che non ce la fa, anche quando il romanzo si chiude su una visione di riconciliazione apocalittica in cui New York è condannata dal cambiamento climatico. La musica diventa l’unità di misura per la perdita di innocenza e dell’illusione giovanile dei protagonisti, dall’industria musicale di Bennie alla ripresa improvvisa e bizzarra nel finale che chiude circolarmente il romanzo.

In questo modo si crea un senso di unità non solo tra i capitoli del romanzo ma nell’intero universo narrativo. Tuttavia, è una continuità che viene costantemente messa in discussione. Le sezioni sono narrate in modo diverso, ci sono piani esistenziali inaspettati (come la sezione di Rob e la sua tragica fine), forme diverse come il capitolo del Power Point che sfidano la stessa definizione di narrazione. L’ironia che pervade le storie raccontate in Il tempo è un bastardo rende paradossalmente tutto meno definitivo. I racconti di instabilità rimangono tali: non crollano, non decollano, non mutano più di tanto. Una fine dolce amara.

giovedì 16 febbraio 2023

febbraio 16, 2023

L'ossessione della verità. "La versione della cameriera" di Daniel Woodrell

Alek ha dodici anni e si ritrova a passare l'estate del 1965 in compagnia di sua nonna Alma. Alma non è una figura facile da comprendere, ha lunghi capelli grigi che spazzola con ossessione ogni mattina all'alba e fa voti di mutismo per giorni per poi ricominciare a parlare come nulla fosse. Inoltre nasconde, fino a quell'estate, un passato che la tormenta ancora. Un pomeriggio, con l'arrivo quasi provvidenziale di un temporale, Alma inizia a raccontare al nipote la storia che la tortura da ormai oltre trent'anni. Si tratta dell'esplosione dell'Arbor Dance Hall avvenuta nel 1929 in cui perse la vita, oltre alle tante vittime, anche l'amata sorella Ruby.


La versione della cameriera si apre proprio con il racconto di Alek ormai adulto, che ricorda quel pomeriggio in cui la nonna decide di raccontargli la storia dell'Arbor Dance Hall. Non c'è molto spazio per l'interpretazione dei fatti: la storia dell'esplosione viene liquidata in qualche pagina all'inizio del romanzo, riassunta nei pochi attimi che hanno cambiato per sempre la fittizia cittadina di West Table, in Missouri. Cosa resta dell'esplosione? Sebbene questa storia possa sembrare esaurita nelle prime pagine del libro, il mistero rimane fissato al centro del romanzo dall'inizio alla fine. Silenzioso e calmo come l'occhio del ciclone, il mistero intorno all'esplosione è circondato da testimonianze, racconti sconnessi e ricordi che, come un tornado, scompongono ulteriormente la realtà dei fatti quasi finendo per distruggerla. 


I fatti sono lì, depositati nella memoria dei cittadini di West Table, di Alma ed ereditati da Alek quell'estate del 1965. Definito forse un po' impropriamente southern noir, La versione della cameriera porta con sé ben poco di quelle caratteristiche che hanno reso celebre il romanzo del mistero del sud (e l'ambivalenza del Missouri come stato a metà tra il nord e il sud non aiuta la classificazione), come la stessa centralità di un mistero da risolvere. Infatti, ciò che sconquassa gli eventi e diventa centrale in questo romanzo non è tanto il mistero in sé quanto l'esplorazione della psicologia di un trauma collettivo, ma non solo. Sono le storie che vengono ricucite dal racconto di Alma e dalla rivisitazione di un Alek ormai adulto che mettono insieme i pezzi del romanzo.


La struttura narrativa del romanzo permette di leggere, così, una storia che viene raccontata su diversi piani: quello di Alma verso Alek, Alek dodicenne che assorbe e filtra il racconto dell'esplosione, e un Alek adulto che aggiunge dettagli sul lascito degli eventi del 1929 sulla cittadina. Ciò che, forse, rende la narrazione un po' confusionaria è un ulteriore livello che non sembra avere giustificazione nella storia, ovvero l'inclusione di eventi raccontati e filtrati da personaggi esterni ai due narratori principali. Sebbene venga ribadito più volte che Alek sia il narratore principale e che sia dalla sua coscienza di membro esterno ai fatti che gli eventi dell'esplosione vengono filtrati, ci vengono raccontati fatti di cui lui verosimilmente non potrebbe essere a conoscenza. Fatti che non solo riguardano altri personaggi ma che vengono proprio focalizzati da loro stessi con una narrazione in terza persona. C'è Ruby, che racconta delle sue avventure amorose ai limiti della legalità per l'epoca; c'è Arthur Glencross, una delle figure più rilevanti della cittadina, al quale vengono affidate delle piccole confessioni che confluiranno nella rivelazione finale, ormai quasi irrilevante ai fini del romanzo che l'autore costruisce. Chi è che quindi filtra tutti questi dettagli aggiuntivi?


La confusione, per quanto presente per una buona metà del romanzo, non toglie troppo alla costruzione di suspense e del groviglio di testimonianze che si viene a creare - anche a causa o grazie alla confusione -. L'ossessione di Alma diventa quella di chi legge, ma non tanto per quel che riguarda cosa sia successo realmente la sera dell'esplosione e a chi darne la responsabilità, quanto per una questione di giustizia sociale anche più grande dell'esplosione stessa.


La versione della cameriera, infatti, crea un'intersezione interessante tra le storie dei suoi personaggi e la loro posizione sociale nel piccolo microcosmo di West Table. Come è stato già più volte sottolineato da chi ha scritto di questo romanzo, c'è uno scontro alla base dell'ossessione di Alma per l'esplosione, ovvero quello tra le ingiustizie di chi non ha i mezzi per difendere sé stessi e i propri pari e la corruzione di un sistema che li mette ai margini, favorendo coloro che per soldi e fama possono avere la faccia salvata. Lo scontro, tuttavia, si sviluppa anche in modo positivo, facendo emergere non solo una compassione nei confronti di una donna ormai anziana e, nonostante tutto, determinata ad avere giustizia. Allo stesso tempo, grazie alla negatività delle ingiustizie sociali, emerge timidamente una parte positiva, fatta di una gentilezza fuori dall'ordinario che non conosce differenze sociali.


È da questo bagliore di positività che vengono costruite le basi per poter raccontare nuovamente la storia dell'esplosione dell'Arbor Dance Hall. Sebbene siano passati decenni e la comunità sembri essere guarita da un trauma collettivo incalcolabile, coloro che rimangono ad ascoltare la storia e sé stessi non vengono risparmiati di quel dolore, anche a distanza di anni. L'angelo nero di West Table gli ricorda non solo l'anno dell'esplosione, ma che la verità sarà sempre lì, pronta per essere ascoltata. Con la rivelazione finale, infatti, la storia di Alma, di West Table e dell'esplosione non si esaurisce. Rimarrà lì, per chi avrà voglia di ascoltarla.

martedì 27 dicembre 2022

dicembre 27, 2022

Il regalo di Faulkner con "Luce d'agosto"


 

Seduta sul bordo della strada, guardando il carro che viene su per la salita verso di lei, Lena pensa, 'Arrivata fino a qui dall'Alabama: una bella distanza. Tutto a piedi fin dall'Alabama. Una bella distanza'. Pensando non è neanche un mese che sono in viaggio e sono già in Mississippi, più distante da casa di quanto sono mai stata. Ora sono più distante dalla segheria di Doane di quanto sono mai stata da quando avevo dodici anni

 

Ambientato nella fittizia contea di Yoknapatawpha, Luce d’agosto si apre con un viaggio dove il Mississippi, luogo preferito da Faulkner per ambientare le sue storie, sembra essere solo una stazione di passaggio piuttosto di quella di arrivo. Pubblicato nel 1932, il romanzo è uno dei grandi titoli dell’autore sebbene ricordi solo in parte le grandi e complicate narrazioni dei due romanzi precedenti, Mentre morivo (1930) e il più celebre L’urlo e il furore (1929). Con la seconda lettura dell’anno, il Bright Lights Bookclub si avventura in uno spazio non denominato con precisione né temporalmente collocato con esattezza, tra le casupole fatiscenti di contadini, pastori, e liberi cittadini di Jefferson, capoluogo della contea di Yoknapatawpha.


Il romanzo, narrato in una terza persona da cui spesso si affacciano commenti diretti degli stessi personaggi, si apre con Lena Grove, una giovane ragazza incinta con una missione ben precisa: trovare un tale Lucas Burch, uomo di cui è innamorata e padre della creatura che porta in grembo. Nel “caldo, immobile silenzio del pomeriggio di agosto che sa di pino e di mosto” (15) Lena affronta con tenacia e coraggio un viaggio che si prospetta faticoso, non solo per via della percorrenza tra gli stati, ma anche a causa della sua permanenza a Jefferson. Una volta giunti in città, infatti, il lettore viene posto di fronte a una verità narrata attraverso le timide parole di Byron Bunch, che lavora alla segheria della città insieme a quello che sembra essere proprio Burch sotto un altro nome.


La narrazione cambia di continuo punto di riferimento, tornando a Lena solo nelle parti finali. Luce d’agosto è infatti un romanzo piuttosto corale da questo punto di vista, poiché cede la narrazione degli eventi, presentati solo parzialmente, a più voci e, soprattutto a occhi diversi. Veniamo così a conoscenza del passato tormentato del reverendo Hightower e della moglie adultera e poi suicida, ma soprattutto di uno dei personaggi forse meglio riusciti della narrativa faulkneriana. Si tratta di Joe Christmas, un uomo la cui origine è un mistero, la cui discendenza di sangue – e quindi razziale, – è in bilico tra ciò che in quel sud degli Stati Uniti provato dalle leggi segregazioniste è accettabile e ciò che non lo è. 


La storia di Christmas si intreccia a quella di Lucas Burch, ma è di fondamentale importanza in un romanzo che pone implicitamente al suo centro il rapporto identitario con sé stessi e quello tra comunità bianca e quella nera. I rapporti razziali sono rappresentati dalla lotta costante che Christmas vive dentro di sé e dalle conseguenze che un apparente omicidio ha sulla comunità tutta di Jefferson. Attraverso il personaggio di Christmas e le vicende che, come un domino, sembrano susseguirsi a catena nella sua vita, Faulkner riesce a ritrarre un quadro molto chiaro della “maledizione” del razzismo nel sud, un rapporto tra bianchi e neri che sembra essere dalla notte dei tempi destinato a restare subalterno.


Una razza condannata alla maledizione di essere in eterno per la razza bianca la maledizione e la condanna per i suoi peccati. Ricordatelo. La sua condanna e la sua maledizione. In eterno. Mia. Di tua madre. Tua, anche se sei solo una bambina. La maledizione di ogni bambino bianco, mai nato o che nascerà. Nessuno può sfuggirla

 

La condanna subita dai neri e imposta dai bianchi raggiunge il climax verso la fine del libro, e viene raccontato quasi a sottovoce, per sentito dire, mentre Lucas Burch si dà alla fuga da Lena e dalla legge di Jefferson. Nel frattempo, Byron Bunch e il reverendo Hightower si fanno carico della bomba che sta per esplodere nella comunità. Da una parte Hightower che, reduce da una storia familiare altrettanto complessa che si intreccia con la storia della schiavitù nel sud, si eleva a moralizzatore sebbene anche lui rimanga senza risposte effettive all’omicidio. Dall’altra Bunch, finito per innamorarsi di Lena ma incapace di pronunciare non solo l’amore che prova per lei ma anche semplici parole su ciò che sta succedendo a Jefferson.


La pace non è così frequente. Per cui si agitavano e facevano capannello, gridavano chiedendo vendetta, convinti che le fiamme, il sangue, quel corpo che era morto tre anni prima e soltanto adesso aveva ricominciato a vivere chiedessero vendetta, non sapendo che sia la rapita intima furia delle fiamme sia l'immobilità del corpo asseveravano il raggiungimento di una regione al di là delle ferite e del male dell'uomo.

 

La complessità delle pagine di Faulkner viene mascherata da una prosa questa volta apparentemente lineare – ma nemmeno troppo – e dà la possibilità a Faulkner di esplorare territori geografici, simbolici e sociali familiari da una prospettiva ancora diversa.


Per questo, il grande regalo che Faulkner fa ai suoi lettori riguarda proprio passato, il proprio, quello del sud, che ancora una volta viene filtrato da occhi nuovi, diversi. Per quanto tragico, controverso e orribile possa essere, il passato non può essere cancellato e il peso da portare è umano, indelebile e eterno.

martedì 22 novembre 2022

novembre 22, 2022

Il Mississippi di Jesmyn Ward. "Salvare le ossa".


Sono i corpi a raccontare storie.


Autrice:
Jesmyn Ward
Titolo: Salvare le ossa
Titolo originale: Salvage the Bones
Edizione: NNEditore, 2018
Traduzione: Monica Pareschi

Esch è un’adolescente afroamericana, appassionata di storie e libri che legge grazie alle assegnazioni scolastiche con trasporto e una forte immedesimazione. L’estate del 2005, anno del tragico uragano Katrina, a Esch è stato assegnato Mythology, una raccolta di racconti della mitologia greca riadattati per i ragazzi. Esch ne rimane stregata, in particolare si interessa della storia degli Argonauti e della figura di Medea, audace e scaltra donna protagonista di una serie di miti tragici e d’amore e che arriva a uccidere i propri figli pur di assicurare che il suo sposo, Giasone, non possa avere discendenza. Esch si lascia trasportare dalle storie d’amore e passioni che vengono raccontate in quel libro, immaginando di poter essere amata come le donne protagoniste di quelle storie e di avere la loro audacia.

La storia di Salvare le ossa viene raccontata proprio da Esch in prima persona e si concentra nei dodici giorni precedenti al disastro dell’uragano Katrina tra il Mississippi e la Louisiana. Come per tutta la trilogia di Bois Sauvage, anche Salvare le ossa viene ambientato, per l’appunto, nella fittizia Bois Sauvage, una cittadina con una forte comunità afroamericana di cui la famiglia di Esch e i suoi amici fanno parte.

La storia di Salvare le ossa si svolge in un Mississippi che Ward conosce molto bene e in una realtà sociale altrettanto familiare. La famiglia di Esch è povera, e si tratta di una povertà che permea silenziosamente gli eventi narrati in queste pagine. Non ingombra, ma è sempre presente, violenta a volte come la potenza creatrice e distruttrice della natura. Non è un caso che i due elementi naturali che incorniciano tutto il romanzo dall’inizio alla fine siano la nascita e l’uragano.

Il romanzo si apre, infatti, con il parto sofferto di China, il cane del fratello di Esch, che la ragazza associa più a un combattimento, rimuovendo così ogni alone di romanticismo legato a quest’atto. Tuttavia, Esch non riesce a separare del tutto la nascita di una nuova vita dalla delicatezza a cui viene stereotipicamente associata. Allo stesso modo in cui racconta il parto di Junior, il più piccolo dei suoi fratelli, che “era viola e azzurro come un’ortensia: l’ultimo fiore di mamma” (10), anche China finisce per dare alla luce “un bulbo rosso-violaceo”, che Esch associa alla fioritura (12). La prospettiva ingenua e edulcorata di Esch sul parto, la nascita e la maternità inizia a sgretolarsi nell’istante in cui, a poche pagine dall’inizio del libro, la protagonista scopre di essere incinta. Con l’imminenza dell’uragano alle porte del Bayou e della “Fossa”, l’avvallamento tra i boschi che Skeet, Esch, Junior e il padre chiamano casa, la ragazza sarà costretta a confrontarsi con un corpo in continuo cambiamento, un corpo che racconta la sua storia

Sono inginocchiata sopra il lavabo. Il lavandino è di metallo duro, e dove si incassa nel mobiletto di plastica c’è un piccolo rialzo che si incide nelle mie ginocchia. Voglio controllare quanto sono ingrassata, per rendermi conto se si vede. […] devo vedermi con gli occhi, non solo con le mani, le mani che durante il sonno tengono la pancia e che quando mi sveglio trovo sempre infilate sotto l’elastico dei pantaloni. 

La storia apparentemente silenziosa, sofferta, degli afosi giorni che precedono l’uragano viene incorniciata da tutti gli elementi appena menzionati, che riguardano il rapporto con il proprio corpo, la propria femminilità – e cosa questa significhi per un’adolescente afroamericana di una famiglia povera -, la maternità e l’aspetto sociale che tutte queste tematiche portano inevitabilmente in superficie.

Esch sembra essere alienata, distante da sé e dal proprio corpo quando inizia il romanzo. La mancanza di romanticismo e di favola nell’atto sessuale sembra essere il motivo che spinge la ragazza ad avere quei comportamenti promiscui con i ragazzi che le ronzano attorno e che finiranno per incatenarla al proprio corpo con la scoperta della gravidanza. Anche nell’ignoranza delle conseguenze di questi comportamenti, Esch rimane incastrata nella povertà economica della sua famiglia e sembra uscirne solo quando, da narratrice, assume atteggiamenti quasi mistici, veggenti. Elevando il suo stesso tono narrativo, Esch si mette in fuga dalla realtà che vive quotidianamente per vivere un sollievo che, anche se spesso sfocia nell’alienazione, sa di poter trovare solo nelle sue storie mitiche. 

La gravidanza mette Esch in condizione di vedersi e vedere il suo corpo crescere, cambiare, assumere quelle forme tecnicamente femminili che la ragazza non aveva mai considerato. La maternità, anche quella mancata visto che Esch e i suoi fratelli sono orfani di madre, si fa strada nel romanzo come una presenza che non si palesa mai del tutto e che quando lo fa diventa quasi distruttiva. La madre di Esch è morta mettendo al momento Junior e a un disastro naturale la cui grandezza è solo vagamente percepibile viene dato il nome di una donna, Katrina. La potenza della natura diventa così creatrice e distruttrice allo stesso tempo e culminerà proprio con l’arrivo dell’uragano.

Se da una parte Salvare le ossa assume toni molto simili al misticismo delle pagine di Mentre morivo di Faulkner che Esch legge durante l’estate dell’uragano, elevando così il romanzo a una sfera decisamente poetica molto forte, la realtà sociale degradante di Ward non rimane in secondo piano. Il tema sociale nel romanzo è molto sottile, presentato in maniera che rimanga tra le righe letteralmente, che non venga nominato esplicitamente ma suggerito da alcuni elementi appena nominati. La fossa, il luogo dove la famiglia di Esch vive da generazioni, è il simbolo dell’avvallamento sociale che la comunità nera di Bois Sauvage è costretta a vivere ogni giorno e che, quasi per natura del territorio, sprofonda sempre di più verso il degrado e l’oblio. 

Il giorno prima di un uragano arriva sempre una telefonata. Quando era viva mamma, rispondeva lei. Sono quelli del governo, chiamano tutti gli abitanti delle zone minacciate. […] Non ricordo cosa dice esattamente, qualcosa come: «Ordine di evacuazione. L'arrivo dell'uragano è previsto per domani. Il governo declina ogni responsabilità nel caso in cui decidiate di rimanere nelle vostre case e non abbiate ancora evacuato la zona. Siete avvertiti». Segue una lista di quelle che «potrebbero essere le conseguenze delle vostre azioni». E non so se lo dice proprio in maniera esplicita, ma il senso è questo: «Rischiate di morire». 

Come giustamente afferma Serena Daniele, editor di NNEditore, Salvare le ossa è l’epica degli ultimi, coloro che vengono lasciati ai margini anche in situazioni tragiche nazionali come l’uragano. Non è un caso che quando il governo chiama i cittadini della zona per avvertire dell’imminente arrivo di Katrina, la responsabilità della fuga e della propria sopravvivenza sembri quasi essere addossata agli stessi abitanti della zona. Che possano permettersi o no di fuggire, di trovare un riparo, se muoiono è solo colpa loro. Come viene narrato in un altro episodio del romanzo, i bianchi a Bois Sauvage vengono solo in vacanza, i neri invece popolano la comunità e la mantengono viva, seppur in bilico tra assi di legno marce e furgoni abbandonati. La mitologia del romanzo in questo senso diventa un contraltare alla parte sociale degradante, ingiusta e razzializzata della realtà e eleva la narrazione quasi a un atto di purificazione dalla quotidianità.

L’uragano, Katrina, forza distruttrice della natura spazza via tutto, anche l’alienazione dalla realtà del quotidiano. Monica Pareschi, traduttrice della trilogia di Bois Sauvage, afferma che “[u]na riconciliazione degli opposti è possibile solo in un inventario finale di ciò che è inevitabilmente rotto, perduto, frammentato, distrutto, e nessuna riparazione sarà in grado di occultare le fratture.” Niente di più vero per un romanzo che ci tiene col fiato sospeso dalla prima all’ultima pagina, con la consapevolezza che qualcosa di grosso, maestoso, distruttivo sta arrivando e che scoperchierà tutto ciò che stiamo cercando disperatamente di evitare di vedere.

lunedì 5 settembre 2022

settembre 05, 2022

Una varietà di suoni umani: "Follie di Brooklyn" di Paul Auster

Per approfondire Brooklyn e il romanzo, ti consiglio di ascoltare la prima puntata del podcast Storie letterarie dedicata a Auster e il suo romanzo.












Autore: Paul Auster

Titolo: Follie di Brooklyn

Titolo originale: Brooklyn Follies

Edizione: Einaudi, 2014

Traduzione: Massimo Bocchiola


Nathan Glass sta cercando un posto dove morire. Un posto tranquillo, silenzioso. Curioso che scelga proprio Brooklyn sotto consiglio di un suo amico, un quartiere pieno di vita e cultura che si insinua silenziosamente in gran parte delle pagine di questo libro. Follie di Brooklyn sembra iniziare come il miglior romanzo di Samuel Beckett (al punto da sembrare un omaggio alle prime pagine di Malone muore, Malone Dies) e se non fosse per l’apertura che lo sfondo urbano di New York suggerisce al lettore, potrebbe proprio sembrare così. Se da un lato i romanzi di Beckett – soprattutto la famosa Trilogia – lasciano un senso di incompletezza e chiusura, Follie di Brooklyn fa tutto il contrario, pur aprendosi su un’apparente nota di una fine preannunciata.


Le spiegai che probabilmente entro l’anno sarei morto, e non me ne fregava un cazzo di fare progetti.

 

Nathan Glass si presenta come l’uomo più cinico e detestabile del quartiere, “un po’ cattivo a volte” (4) e abbastanza disilluso riguardo l’amore e gli affetti. Tuttavia, l’uomo quasi sessantenne e con un tumore, decide che è giunto il momento di fare qualcosa, “trovare un modo per ricominciare a vivere; ma anche se non fossi vissuto, ero costretto a fare qualche cosa di più che mettermi a sedere e aspettare la fine” (5). Follie di Brooklyn illude nuovamente il lettore, che pensa di star leggendo la storia di un uomo in attesa della morte, alle prese con un bizzarro progetto chiamato Il libro della follia umana in cui riversare “il racconto di tutti gli svarioni e i capitomboli, i pasticci e i pastrocchi, le topiche e le goffaggini in cui ero caduta nella mia lunga e movimentata carriera di uomo” (7).


Glass è il rocambolesco narratore di una storia più grande di lui che lo include solo marginalmente. Attraverso la ormai nota tendenza di Auster a far rivolgere il proprio narratore direttamente al lettore, Nathan sembra indirizzare la sua attenzione verso i personaggi che orbitano intorno alla sua vita. Sebbene questa sembri ormai sull’orlo della fine, paradossalmente saranno proprio il nipote e altre bizzarre figure che lo salveranno da questa caduta libera verso il baratro fisico, emotivo e psicologico.


Il progetto di Nathan di scrivere un libro sulla follia umana si trasforma ben presto nella storia che egli stesso, come narratore, racconta a noi lettori. La follia diventa quella bizzarra quotidianità e ordinarietà che è presente solo nei romanzi di Paul Auster. Non è un caso che insieme a Glass, altri strani personaggi dalle abitudini fuori dall’ordinario abitino le pagine di questo libro, esseri umani alla deriva che ritraggono un quadro più che realistico: un vecchio collezionista recidivo che ingenuamente si fa tentare da pratiche illegali che possano renderlo ricco e famoso; un ex dottorando di letteratura alla deriva finito a lavorare per il collezionista; una donna all’apparenza irraggiungibile e che poi si rivela essere la più ordinaria – e anche mediocre – figura di tutta la storia; una bambina che fa un voto di silenzio per amore della madre, capace di risvegliare due uomini ormai intorpiditi dalla vita.


Le vite di questi strani ma ordinari personaggi si intrecciano perfettamente al paesaggio urbano di una delle città preferite da Auster–New York. Come unico libro che l’autore ha deliberatamente scritto per essere una commedia (Auster e Siegumfeldt 229), la città non diventa una trappola per l’essere umano come succede, per esempio, in Trilogia di New York. La ragione si trova nella scelta, più che familiare per Auster, di concentrare il romanzo nella zona più artistica di New York, Brooklyn, che assume tratti per lo più positivi. Il titolo del romanzo diventa così più comprensibile, non solo per via dell’ovvio riferimento al borough newyorkese, ma grazie all’apertura e, allo stesso tempo, ambiguità del significato delle “follie”. Non sono dell’idea che queste si riferiscano in prima battuta al libro della follia umana di Glass. Per quello che lo riguarda, il manoscritto serve come trampolino di lancio per agganciare le vite “di ordinaria follia” alla quotidiana divergenza della vita del narratore e dei suoi compagni di viaggio. Al contrario, le follie del titolo sembrano proprio trovarsi in questo stato di ordinarietà che Auster decide di rappresentare nel colorato, storico e multiculturale distretto di Brooklyn.


Dopo tutti quegli anni nei sobborghi trovo che la città mi sia consona, e mi sono già affezionato al mio quartiere, con il suo mutevole calderone di bianchi e mori e neri, il suo coro a più strati di accenti esotici, i suoi bambini e i suoi alberi, le sue famiglie piccolo-borghesi che faticano, le coppie lesbiche, i negozi di alimentari coreani, il santone indiano barbuto in tunica bianca che si inchina ogni volta che ci incontriamo per la strada, i nani e gli storpi, i vecchi pensionati che arrancano a passettini sul marciapiede, le campane delle chiese e i diecimila cani, la popolazione sotterranea di rovistarifiuti senzacasa solitari che spingono i carrelli del supermercato lungo i viali e cercano bottiglie nella spazzatura. (157)

 

Non è un caso che tutti i personaggi ritrovino una parte di sé stessi in questo luogo abitato storicamente da persone eclettiche, artistiche, un po’ perse, forse, nel caos di una metropoli come New York. Brooklyn diventa in questo modo la follia ordinaria per eccellenza, uno spazio immaginato da Auster come un rifugio dalla perdita di sé, un luogo dove ritrovarsi e essere altro, uno spazio di opportunità per vivere identità -anche sessuali- diverse (Schaub 390).


La nipote di Glass ritrova sé stessa dentro la multiculturalità di Brooklyn, tanto quanto la figlia di lei, che si inserisce in un clima che, pur non avendo mai conosciuto prima, le sembra familiare, accogliente e caldo.


Da completa estranea alla vita della metropoli che era, si adattò in fretta al nuovo ambiente e si sentì quasi subito a casa nel quartiere. [...] Sentiva parlare in spagnolo e in coreano, in russo e in cinese, in arabo e in greco, in giapponese, in tedesco e in francese, ma invece di sentirsi intimidita o perplessa esultava di questa varietà di suoni umani. (197)

 

La leggerezza con cui Auster riesce a tessere le fila di questa storia rende il romanzo una “comedy” in cui la sofferenza umana è legata in modo naturale alla vita di tutti i giorni. È Auster stesso a chiarire che questa nostalgica prospettiva nei confronti dell’ordinario non è casuale, poiché era lui stesso ad avere bisogno di guardare alla vita da questa angolazione (Auster e Siegumfeldt 229). Forse è proprio questa sua necessità ad aver reso la rappresentazione di Brooklyn il più conforme possibile alle aspettative dei lettori e delle lettrici. Il ritratto urbano della metropoli, per quanto variegato e differenziato, ne esce un po’ appiattito dall’immaginazione del famoso “American Dream” (Schaub 397), che vede una New York e una Brooklyn sempre inclusive e multiculturali fino alla nostalgia di qualcosa che, forse, non è mai davvero esistito in questi termini.


Il romanzo non termina in modo prevedibile né coerente con la leggerezza con cui la storia viene narrata e forse è proprio il freno che viene tirato improvvisamente nelle ultime pagine a rendere il libro ancora più godibile. Visto dall’angolazione del finale, Follie di Brooklyn assume un ulteriore significato, ancora diverso ma allo stesso tempo coerente con gli altri possibili.

giovedì 9 giugno 2022

giugno 09, 2022

Tra perdita e appartenenza di sangue. "Uno di noi" di Larry Watson per il Bright Lights Bookclub


Autore:
Larry Watson 

Titolo: Uno di noi

Titolo originale: Let Him Go

Edizione: Mattioli, 2021

Traduzione: Nicola Manuppelli


[...]


Con il primo romanzo di Watson tradotto in Italia, Montana 1984, la regione occidentale emerge come protagonista sin dal titolo e con Uno di noi, sebbene non immediatamente riconoscibile, il paesaggio roccioso del Montana è lo scenario principale del romanzo. A riempire la cornice paesaggistica che, come argomenta il traduttore, non ha solo una funzione di contorno bensì dà ritmo alle azioni dei personaggi, è la storia di Margaret e George Blackledge (letteralmente la parte in piano di una parete rocciosa, da “ledge”). I due coniugi hanno perso il figlio in un incidente a cavallo e vengono privati anche del nipote Jimmy, l’unico che possa mantenere vivo il ricordo del defunto James.


Il romanzo si apre nel settembre 1951, mentre George sta tornando a casa dopo il lavoro. Tuttavia, l’uomo trova una casa spoglia, svuotata da Margaret in procinto di partire. La donna è decisa a seguire la nuora Lorna, risposatasi con un tale Weboy il cui comportamento violento nei confronti di Lorna e del piccolo Jimmy preoccupano Margaret.


Cristo, Margaret. Vuoi davvero farlo?

Sì. Gli occhi di Margaret Blackledge non hanno perso la loro capacità di sorprendere: grandi, liquidi, di un blu intenso e incastonati in un viso le cui superfici e angoli sembrano scolpiti nel marmo.

Con me o senza di me?

Con te o senza di te. È una tua scelta.


La fermezza della donna richiama non solo il suo viso marmoreo ma anche il suo carattere deciso. Determinata a ricongiungersi con il nipote, la donna parte con il marito, meno impaziente di lei a mettersi nei guai, in un viaggio scandito dai ritmi della natura e dal duro e freddo paesaggio tra North Dakota e Montana. Oltre a rendere il paesaggio centrale in una missione dai risultati più che incerti, Uno di noi rivela la diversità dei rapporti famigliari e mette in dubbio la facilità con cui il sangue possa determinare l’appartenenza a una famiglia piuttosto che a un’altra. Il viaggio dei Blackledge li porterà a uno scontro – tanto ideologico quanto letterale – con il famigerato clan dei Weboy.


L’elemento che scuote le sicurezze di Margaret è un’altra capo famiglia, Blanche Weboy, con la quale la donna mette in scena un vero e proprio teatrino in cui le regole sociali diventano un gioco di ruolo a cui solo Margaret sembra davvero credere. L’astuzia violenta e criminale di Blanche e della sua famiglia porterà al ribaltamento totale delle regole sociali che Margaret e George conoscono, minando l’esito positivo della loro missione e catapultandoli in una situazione dai risvolti tragici. 


mercoledì 2 dicembre 2020

dicembre 02, 2020

La solitudine di "Stoner", un romanzo senza epoca.


Autore:
John Williams

Titolo: Stoner

Anno di pubblicazione: 1965

Edizione: Fazi, 2016

Traduzione: Stefano Tummolini


Stoner è un libro semplice sotto diversi aspetti: la trama non presenta avvenimenti straordinari, il protagonista è lavoro da qualsivoglia rappresentazione di eroe letterario e anche la struttura narrativa di per sé non offre grandi novità a chi legge. Tuttavia, Stoner rappresenta per molti lettori, me compresa, uno dei libri più intensi e belli mai letti.


Stoner viene scritto nell'arco di cinque-sette anni e viene pubblicato nel 1965, senza disturbare troppo il mercato editoriale americano: vende poco più di duemila copie e viene quasi dimenticato fino alla pubblicazione dell'edizione inglese negli anni '70. Da quel momento Stoner inizia a farsi strada timidamente tra i lettori fino ai giorni nostri, e come allora, anche noi ci chiediamo ancora ancora perché questo romanzo non abbia mai avuto davvero il riconoscimento che merita. 


Da un punto di vista storico-letterario, potremmo spingerci abbastanza oltre da dire che Stoner è stato scritto e pubblicato nel periodo sbagliato. Una prosa come quella di Williams. non ha avuto abbastanza attrattiva per un mercato editoriale in piena transizione tra modernismo e postmodernismo. Accanto a un autore come Saul Bellow, che venne pubblicato nello stesso periodo dalla stessa casa editrice a cui John Williams aveva affidato Stoner, non c'erano molte speranze per uno scrittore come Williams; come non ce ne sarebbero state se fosse stato messo a confronto con qualsiasi altra opera letteraria del periodo. Anche per un pubblico ancora abituato alle strutture moderniste, Stoner risultava fin troppo semplice.


Nella situazione letteraria attuale, però, Stoner potrebbe davvero trovare i suoi lettori e lettrici.


Tuttavia, ancora oggi questo romanzo rimane un mistero per chi lo legge e per chi prova a trovare le ragioni dietro a tanto fascino. Come può un romanzo tanto semplice colpire così tanto a fondo nella sensibilità delle persone e rimanere nella memoria tanto a lungo? Sono domande che mi sono posta per mesi dopo averlo finito.


La risposta, sempre un po' parziale e mai troppo soddisfacente, è arrivata in un periodo di difficoltà profonda in cui mi sentivo davvero molto triste e sola. Stoner mi è tornato in mente con una velocità spaventosa e...mi sono sentita meglio. Ci sono libri, come Stoner, che non riesci a comprendere fino in fondo ma che toccano corde profonde come quella della solitudine. Perché William Stoner, il protagonista, l'eroe del romanzo (come è stato definito da molti critici) è una persona sola e solitaria e la sua vita ci viene presentata sin dall'inizio in maniera semplice e lineare.


La struttura del romanzo sfida narrativamente qualsiasi avanguardia letteraria, che sia di stampo modernista o postmodernista, e ci spinge a leggere ogni parola con calma, lentezza e pazienza. L'effetto che le parole hanno su di noi è dovuto allo stile semplice ("plain", come è stato spesso definito in passato) di Williams, ma nella sua semplicità si percepisce una cura nella scelta delle parole in ciò che viene narrato che ho riscontrato solo in Uomini e topi di Steinbeck. Quasi un altro caso di poesia in prosa, anche se le differenze nelle due tecniche narrative sono molto distinte.


William Stoner si iscrisse all'Università del Missouri nel 1910, all'età di diciannove anni. Otto anni dopo, al culmine della prima guerra mondiale, gli fu conferito il dottorato in Filosofia e ottenne un incarico presso la stessa università, dove restò a insegnare fino alla sua morte, nel 1956. Non superò mai il grado di ricercatore, e pochi studenti, dopo aver frequentato i suoi corsi, serbarono di lui un ricordo nitido. Quando morì, i colleghi donarono alla biblioteca dell’università un manoscritto medievale, in segno di ricordo. Il manoscritto si trova ancora oggi nella sezione dei “Libri rari”, con la dedica: «Donato alla Biblioteca dell’Università del Missouri in memoria di William Stoner, dipartimento di Inglese. I suoi colleghi». Può capitare che qualche studente, imbattendosi nel suo nome, si chieda indolente chi fosse, ma di rado la curiosità si spinge oltre la semplice domanda occasionale. I colleghi di Stoner, che da vivo non l’avevano mai stimato gran che, oggi ne parlano raramente; per i più vecchi il suo nome è il monito della fine che li attende tutti, per i più giovani è soltanto un suono, che non evoca alcun passato o identità particolare cui associare loro stessi o le loro carriere.


La storia di Stoner ci viene presentata attraverso un narratore in terza persona, che segue il personaggio in modo opposto a noi lettori: non si sbilancia troppo se non nell'esprimere candidamente una certa empatia per Stoner, pur riuscendo a mantenere una distanza che, paradossalmente, si scontra con il modo in cui Stoner viene caratterizzato e definito nel corso della storia. Se all'inizio la sensazione è quella di avere di fronte un vero e proprio personaggio apatico, una persona incapace di sentire emozioni o stimoli alla vita, con il passare delle pagine scopriamo un personaggio che dedica la sua intera esistenza al "sentire la vita". Per Stoner la vita è rappresentata soprattutto dalla letteratura, che fa sentire vivo lui e ciò che lo circonda. Dice bene Mel Livatino - e come lui tanti altri critici contemporanei - quando sottolinea che Stoner viene distrutto dalla vita che si trova a vivere, ma non viene sconfitto. Ed è una consolazione amara per noi che leggiamo, ma una possibilità per rivalutare la nostra condizione.


Stoner non viene sconfitto perché nonostante tutto è consapevole di sé stesso, non cede quando viene messo in dubbio il suo ruolo e il suo essere William Stoner.


Mentre sistemava la stanza, che lentamente cominciava a prendere forma, si rese conto che per molti anni, senza neanche accorgersene, come un segreto di cui vergognarsi, aveva nascosto un'immagine dentro di sé. Un'immagine che sembrava alludere a un luogo, ma che in realtà rappresentava lui. Era dunque se stesso che cercava di definire, via via che sistemava lo studio.


La solitudine e la tristezza di Stoner non possono sconfiggere nemmeno noi che leggiamo con trasporto la vita di un uomo raccontata nell'unico modo in cui sarebbe potuta essere raccontata. Leo Robson non pensa che la riscoperta del valore di Stoner sia dovuta a un cambiamento culturale e in parte sono d'accordo con lui. Stoner è stato sicuramente figlio di una visione dell'esistenza umana diversa da quella dei contemporanei di John Williams, ma è c'è un altro punto importante da sottolineare.


Stoner è un romanzo che non avrà mai un'epoca "giusta" per essere apprezzato veramente. Tuttavia, avrà sempre dei lettori pronti a seguire pagina dopo pagina la vita di un uomo semplice che, in ogni sua piccola sfumatura, rappresenta un po' tutti noi. In passato, ora o in futuro, Stoner non verrà mai sconfitto definitivamente perché, come il suo protagonista, rappresenta il "mood of proud forbearance" (Robson), e che rimane intrappolato nella sua stessa bellezza che gli impedisce di trovare un posto specifico nel mondo e nella storia della letteratura.


Ma è proprio grazie alla sua bellezza che Stoner troverà sempre qualcuno disposto a iniziarne la lettura.


Bibliografia:

Livatino, Mel. "Revaluation: A Sadness Unto The Bone: John Williams’S Stoner". The Sewanee Review, 2010, pp. 417-422.

Robson, Leo. "John Williams And The Canon That Might Have Been". The New Yorker, no. March 18, 2019, 2019, pp. 71-77.

Wakefield, Dan. "John Williams, Plain Writer". Ploughshares, vol 7, no. 3/4, 1981, pp. 9-22.

giovedì 5 novembre 2020

novembre 05, 2020

Gli Stati Uniti attraverso la letteratura: "Un paese lontano" di Franco Moretti.

 Esistono diversi modi per insegnare la letteratura agli studenti universitari: lezioni frontali, lettura e analisi dei testi, lunghi monologhi sulla storia della letteratura o illuminanti discorsi che intrecciano tutto ciò appena nominato e un aperto dibattito su cosa sia la letteratura. Avere degli insegnanti che riescono a coniugare queste abilità è uno dei regali più belli che si possa ricevere quando si studia. Credo che gli studenti di Franco Moretti, nel corso degli anni e indipendentemente dal luogo di provenienza, abbiano vissuto un’esperienza simile.


Un paese lontano è la dimostrazione in breve di cosa significhi per Moretti non solo conoscere a fondo la letteratura ma anche e soprattutto saperla insegnare bene. Non si tratta solo di un insegnamento appassionato, che a Moretti non manca, ma anche di una capacità di saper connettere diverse discipline e cogliere tutta una rete di elementi che rendono gli Stati Uniti il paese che è oggi.


Un paese lontano parte proprio da un ciclo di lezioni sulla Literary History che Moretti ha tenuto sia a Stanford che a Salerno – una linea rossa che mette in contatto due mondi tanto distanti che a detta dell’autore non dovrebbero presentare differenze per colui che è tenuto a insegnare la storia letteraria. È apprezzabile che in poche pagine di introduzione l’autore sottolinei una necessità che va al di là dell’argomento del libro in sé, ma che include un’idea dell’apprendimento universitario come un vero e proprio arricchimento, sia dalla parte del docente che da quello degli studenti. Il discorso si intreccia con perfezione al nucleo del saggio, ovvero la cultura americana: l’idea che tutti un po’ abbiamo di una società basata generalmente sul consumismo è riassunta dall’espressione usata nelle università americane – come Stanford – a inizio semestre, quando gli studenti devono fare lo “shopping for classes” e scegliere di conseguenza i corsi da frequentare. Il collegamento è presto fatto.


Il fatto che cultura e apprendimento – della letteratura in questo caso ma il discorso può abbracciare altre discipline – siano così legate, è il punto di partenza di una riflessione che Moretti porta avanti con una schematicità di struttura necessaria al mezzo. Riflettere sulla storia della letteratura americana significa dover e poter riflettere non solo sulla storia americana ma anche sulla cultura che viene creata e che è allo stesso tempo alla basa di quella stessa storia.


'Forma' in Literary History significava in primo luogo: stile. Estrarre brani da un testo, e analizzarne il linguaggio funzionava bene in classe, e divenne una prassi prima ancora che me ne rendessi pienamente conto.

 

Non è un caso che Moretti tenga particolarmente al concetto di “forma” e di “stile” intese come elemento che in letteratura dà riconoscibilità all’opera: partire da loro non è solo il metodo che l’autore utilizza nel costruire questo saggio ma è anche il suo approccio preferito nel racconto delle opere letterarie e culturali al suo interno. In ogni capitolo Moretti parte da un dettaglio e analizza l’intera opera culturale anche con un certo trasporto che rende la lettura sicuramente meno noiosa di quanto potrebbe apparire.


La ragione principale stava nella letteratura stessa: dove, negli ultimi due secoli, il rapporto tra intreccio e stile si era progressivamente sbilanciato a favore di quest'ultimo.

 

Si tratta di un approccio che unisce una lettura molto ravvicinata dal testo e lo sforzo interpretativo per dare una ragione al testo stesso. Ecco che dalla lettura dei versi di Whitman e di Baudelaire messi a confronto fuoriescono due visioni opposte della modernità che si battono tra gli spettri della città di Parigi e il progresso di una nazione nascente. Entrambe le prospettive sono giustificate da una serie di eventi storici e culturali senza i quali quegli stessi testi non sarebbero probabilmente mai esistiti.


Di modernità se ne parla anche nel capitolo dedicato a Hemingway e all’estetica del nuovo secolo. Moretti si sofferma su un tema che a me è sempre stato molto caro: l’insolubilità del linguaggio quando è messo al servizio dell’inesprimibile, ovvero la situazione in cui poeti e scrittori si sono trovati davanti gli orrori e l’incomprensibilità del primo conflitto mondiale.

Quando si tratta di analizzare altre opere culturali, Moretti si rivolge al cinema, al teatro e all’arte. Dedica un capitolo al confronto tra film Western e Noir come generi cinematografici che rappresentano dei veri e propri “miti” americani, oggi radicati nell’immaginario culturale nel quale siamo tutti immersi.


Immancabili all’appello anche Hopper e Morte di un commesso viaggiatore, anch’essi inseriti in una poetica in cui l’indugio nella forma letteraria e di ciò che ci viene mostrato si unisce alle diverse rappresentazioni degli Stati Uniti.


Tutte le opere culturali nelle quali Franco Moretti ci guida in Un paese lontano sono rappresentative di una sfumatura specifica della cultura americana nello stile e nella forma in cui sono sviluppate. Moretti sembra provare a condurci all’idea che forma e contenuto sono due aspetti inseparabili in un’opera, soprattutto quando l’unione tra i due riesce a cogliere un dettaglio di qualcosa di più grande nella realtà esterna all’opera stessa.


Il saggio di Moretti non è lungo ma è denso di informazioni che in passato l'autore ha avuto la possibilità di spalmare in una serie di corsi seminariali per l'università. La resa è comunque ottima anche se ridotta per cause di forza maggiore, ma è anche e soprattutto accessibile a chi non ha la minima idea nemmeno di cosa sia la Literary History.

martedì 6 ottobre 2020

ottobre 06, 2020

Prendersi cura della lingua con "Potere alle parole" di Vera Gheno.

Sono sempre stata convinta che le parole abbiano una certa importanza: il modo in cui le usiamo, il tono con il quale diamo loro voce e le infinite possibilità espressive che da esse possiamo trarre quotidianamente sono solo alcuni dei punti su cui si potrebbe riflettere per ore. Paradossalmente, al desiderio di migliorare le mie competenze linguistiche su tutti i fronti corrisponde una capacità innata di fare figuracce dicendo parole per altre – vi ho mai raccontato di quando su una recensione scrissi che un ristorante mi era sembrato un po’ “fatiscente” quando intendevo che fosse solo un po’ “vistoso”?

Anche se il mio non voleva essere proprio un gran complimento, i sensi di colpa per quel povero ristoratore mi perseguitano ancora oggi, ma di esempi potrei farne davvero tanti e credo ne abbiate anche voi un numero considerevole nascosto da qualche parte. Uno dei libri con cui mi sono dilettata quest’estate in piena sessione d’esami, mi ha aiutato a capire un po’ meglio non solo che certe figuracce sono più comuni di quanto si pensi, ma soprattutto che si può lavorare affinché accadano con sempre meno frequenza.

Un saggio sulla lingua che riguarda noi.

Potere alle parole è un saggio divulgativo sulla lingua, ma non si tratta del solito librone in cui ci viene spiegato perentoriamente come dovremmo parlare. Al di là del fatto che ci troviamo di fronte a un libro di poco più di centocinquanta pagine, con il saggio di Vera Gheno, sociolinguista che ha collaborato con l’Accademia della Crusca e con Zanichelli, le parole noia e paura dell’argomento perdono il loro potere. Ironico con un titolo del genere, vero?

Non credo di aver mai letto un saggio divulgativo di questo tipo: conciso e chiaro nell’esposizione tanto quanto nel messaggio che vuole portare a chi ha preso coraggio e ha iniziato a leggere. Infatti, chiunque può rendersi conto dalla prima pagina che Vera Gheno è ben lontana dall’immagine mitica e paurosa del Linguista che, forse, abbiamo sempre avuto un po’ tutti (ascoltarla dal vivo, poi, è una sorpresa ancora migliore).

Vera Gheno è capace di rendere piacevole e soprattutto accessibile anche alla persona più distante della materia un argomento tanto ostico come quello della linguistica e della riflessione sulla lingua. I motivi per cui questi discorsi risultano lontani dall’interesse comune sono tanti e diversi quanto i motivi per cui la sociolinguista riesce a renderli semplici, interessanti e anche divertenti.

È lei stessa ad affrontare un tasto dolente per tanti – me compresa – per cui è difficilissimo accettare non solo di poter sbagliare ma anche di poter cambiare anche nelle proprie competenze linguistiche. Non si tratta di essere “professoroni” della lingua e nemmeno “whateveristi” (termine coniato da Naomi Baron per parlare dello scarso interesse per la forma della comunicazione), ma di essere consapevoli del proprio strumento linguistico. L’obiettivo del saggio di Gheno non è insegnare a comunicare correttamente, quanto proporre una riflessione collettiva sul modo in cui usiamo quotidianamente il linguaggio. Nel libro si parla di situazioni comuni in cui tutti noi ci troviamo a muoverci ogni giorno.

“Un uomo apre, con trepidazione, una busta che contiene l’atteso referto medico. Legge che il risultato è negativo, ma non riesce a capire se esserne sollevato o se si deve preoccupare. […] Un cittadino, nella cabina elettorale, fissa con perplessità la scheda referendaria davanti a lui: non capisce il quesito, e di conseguenza non riesce a decidere se per esprimere la sua opinione deve barrare il ‘sì’ o il ‘no’. Una signora riceve una contravvenzione per essere entrata con l’automobile in una zona a traffico limitato. Eppure, il cartello luminoso oltre cui era passata, sicura di avere il via libera, diceva ‘varco attivo’.”

I falsi miti dell'educazione linguistica da sfatare.

L’autrice tocca argomenti “caldi” nel dibattito pubblico – e aggiungerei anche animalesco, a volte – che riguardano la lingua, il modo in cui ci mettiamo in rapporto con essa e la bistrattiamo non solo usandola male ma anche tentando di salvarla anche a scapito del suo inevitabile cambiamento. Nel libro vengono affrontati i “falsi miti dell’educazione linguistica”, che ci portano a pensare in due modi opposti: da una parte troviamo “disdicevole” parlare il dialetto in qualsiasi circostanza o tendiamo a correggere gli altri per il bene del “io l’ho imparato così” credendo in una sola lingua corretta; dall’altra, invece, ci appropriamo indistintamente di parole non italiane quando quelle parole già esistono nella nostra lingua (“weekend” vi dice qualcosa? Che fine ha fatto il nostro caro “finesettimana”?) o ne usiamo altre senza mai considerare il loro contesto d’uso. Non c’è una direzione più giusta dell’altra, tanto meno se ci dimentichiamo dell’importanza di continuare a riflettere sulla lingua anche individualmente.

“Usare bene la lingua, oggi più che mai, non è una posa, non è un vezzo da ‘professorone’, ma una necessità per tutti”

Gli spunti di riflessione sulla responsabilità di noi parlanti nel creare e mantenere viva la lingua sono forse il regalo più bello che Vera Gheno possa fare a chi legge il suo libro. Nel parlare dei grammarnazi, di piuttosto che usati nel modo sbagliato, nel ruolo che i giovani e l’inglese hanno nel modificare apparentemente la lingua, Gheno risponde a una serie di domande che ci poniamo tutti, o meglio, tutti coloro che si chiedono se stiano usando le parole giuste.

La parola chiave: curiosità.

Avere la curiosità di scoprire la propria lingua e di impararne di altre è il concetto chiave delle riflessioni di Vera Gheno in Potere alle parole, perché “più parole conosciamo, più siamo liberi di muoverci sopra la tastiera dell’espressione linguistica”. Le risposte di Vera Gheno non sono quelle di cui avremmo bisogno, ovvero delle rassicurazioni sul fatto che parliamo bene – quelle prescrizioni in stile ricetta del medico ma sulla lingua -, bensì ci invitano a una riflessione collettiva da una parte e individuale dall’altra sul nostro rapporto quotidiano con l’italiano, ricordandoci che "la vera libertà di una persona passa dalla conquista delle parole: più siamo competenti nel padroneggiarle […], più sarà completa e soddisfacente la nostra partecipazione alla società della comunicazione.”.

Inizialmente la conclusione delle riflessioni dell'autrice lascia un po’ l’amaro in bocca, ma risulta essere un gran consiglio alla fine: noi tutti siamo responsabili nel preservare la lingua nel nostro piccolo spazio individuale, ma è proprio in quest’ultimo luogo non fisico che possiamo migliorare la consapevolezza dell’uso che facciamo della lingua influenzando positivamente chi ci sta attorno.

Con Potere alle parole Vera Gheno si rivela proprio l’esperta di cui abbiamo bisogno, ovvero una sociolinguista capace di accorciare le distanze tra una materia spesso poco considerata e un dibattito collettivo sulla lingua al quale tutti noi dobbiamo prendere parte.

Come ho scoperto Vera Gheno:

mercoledì 5 agosto 2020

agosto 05, 2020

Tra Irlanda, spazi interiori e autofiction: "Acqua salata" di Jessica Andrews.

C'è stato un libro che ho letto negli ultimi mesi dal quale non mi aspettavo molto e, nonostante ciò, ha saputo sorprendermi nel profondo.

Autrice: Jessica Andrews
Titolo: Acqua salata
Titolo originale: Saltwater
Anno di pubblicazione: maggio 2019
Edizione: NNEditore, 2020
Traduzione: Silvia Rota Sperti

[Libro inviato dall'editore]

Acqua salata di Jennifer Andrews è un romanzo che è stato più volte paragonato ai libri dell'irlandese Sally Rooney ma con la quale, secondo me, condivide davvero poco. La mia è una sensazione anche insaporita da un pregiudizio nei confronti di Rooney che non ho mai letto, ma che mi è stata confermata da chi, invece, ha letto entrambi.

La storia che Jessica Andrews porta all'attenzione del lettore potrebbe rientrare in quella auto-fiction che ora sembra dominare il mercato editoriale, ma nasconde molto di più di ciò che a prima vista potrebbe sembrare un'autobiografia romanzata (cosa che l'autofiction non è, tra l'altro1).

Andrews riesce a costruire una storia abbastanza solida soprattutto attraverso l'originalità della struttura narrativa, un mélange tra diario personale e intimo e le memorie di una giovane ragazza, e la credibilità di un personaggio ben costruito. Di solito le narrazioni in prima persona come quella di Jessica Andrews non sono le mie preferite, ma devo ammettere che il modo in cui l'autrice ha saputo gestire questa modalità narrativa funziona bene. Quella che può sembrare una contraddizione che muove la vicenda, ovvero l'età della protagonista, Lucy, che sembra affrontare un vero e proprio percorso terapeutico auto indotto attraverso la scrittura, è l’elemento che regge tutta la storia.

Infatti Lucy si muove in modo sconnesso tra gli eventi del suo presente e del suo passato ai quali cerca di dare voce. A livello narrativo, ciò porta a una apparente frammentazione dell'io che viene mostrato a chi legge come la realtà che avviene sul momento ma che, molto probabilmente, è una rielaborazione del personaggio a distanza di anni. Il fatto che la rielaborazione - o manipolazione - degli eventi presenti e passati avvenga attraverso gli occhi di una giovane ragazza rende, paradossalmente, la storia ancora più credibile.

Tuttavia, Acqua salata non è la tipica storia della ricerca di un significato nascosto nella propria infanzia, bensì quella di un doloroso tentativo di dirsi le verità più nascoste che non si ha mai avuto il coraggio di tirare fuori. Non a caso prima ho parlato di un percorso terapeutico auto-indotto, perché la frammentazione temporale e narrativa che Jessica Andrews ha tentato di mettere in atto con Acqua salata sembra muoversi proprio su questi binari. La scrittura di Andrews è reale in questo senso e "di un'onestà disarmante"2 nel mettere nero su bianco una delle fasi di crescita più dolorose della vita di una persona e in particolare di una ragazza.

A riempire questa cornice narrativa anche ben bilanciata c'è un forte legame affettivo presente sin dall'inizio del romanzo. Il prologo propone subito lo stile della scrittrice che, sin dall'inizio, assorbe chi legge e fa ben sperare per quello che riguarda la struttura della narrazione. Uno stile del genere può non piacere, ma ciò non toglie che sia coerente - e anche ben usato - con la storia che viene narrata.

Comincia con i nostri corpi. Pelle contro pelle. Il mio corpo esplode dal tuo. (p. 7)

Sembra come se Andrews giochi continuamente con il confine metanarrativo della sua storia nella quale la scrittura stessa viene resa parte attiva di ciò che viene raccontato. Lucy si interroga spesso sull'importanza del linguaggio e delle parole - suo fratello è nato con una quasi totale sordità ed è, quindi, incapace di comunicare - ma soprattutto su quello del narrare.

Così tante parole. Da modellare sulle labbra o formare con le dita. Mi vanno di traverso le sillabe. (p. 68)

Oppure:

La mia amica fa la parte di Maria nella recita scolastica, mentre io sono il narratore. Ho delle parole da dire e lei no. Mi dici che è la parte migliore, ma non ne sono sicura. (p. 75)

Le sillabe vanno di traverso e la comunicazione diventa impossibile anche quando si hanno tutti gli strumenti per metterla in atto. Ciò di cui Lucy è alla costante ricerca è il suo modo di comunicare, tant'è che nel momento in cui si trasferisce nel Donegal qualcosa in lei sembra cambiare silenziosamente.

Credo che uno dei motivi per cui qui [nel Donegal] sono più calma sia il fatto di poter scegliere le mie parole. A Londra ero continuamente bombardata da messaggi pubblicitari sulla metro, tabelloni, manifesti, musica, annunci e frammenti di conversazioni altrui. Qui ci sono meno parole. [...] Devo cercare attivamente il resto del mondo per ricordarmi che esiste. (p. 68)

In questo modo, l'Irlanda sembra diventare la controparte dello spazio interiore che Lucy sta ricercando. Lucy si sente vuota e allo stesso tempo troppo piena di qualcosa che la opprime e dalla quale è dovuta scappare quando si è trasferita a Londra per frequentare l'università. Il "guscio" materno è il nucleo da cui si dipanano tutte queste riflessioni, il centro dei legami familiari che rendono questo libro tanto intimo. Lucy rielabora e racconta tutte le problematiche insieme a chi legge di lei, senza conoscere troppo bene la direzione di questo percorso interiore.

Sembra come se Lucy avesse bisogno di riprendere un contatto sano con gli oggetti e le cose intorno a sé dopo essersi allontanata dall'involucro caldo ma opprimente della madre. La narrazione si bilancia bene tra le sezioni del libro che riflettono le fasi di questo percorso: dalla dimensione più interna e primitiva in cui Lucy desidera la madre, all'allontanamento violento che Lucy inizialmente giustifica come reazione al rifiuto di un legame da parte della madre. L'iniziale dimensione interna da cui Lucy fugge viene ricercata sotto i "cieli infiniti" d'Irlanda durante quel processo doloroso in cui anche il contatto con sé stesse diventa "claustrofobico" e doloroso.

L'elemento portante, la dominante, di questo romanzo è sicuramente la forte componente sensoriale. Quasi tutto quello che viene narrato, sensazioni, emozioni e preoccupazioni vengono filtrate e narrate attraverso percezioni tattili, sonore, olfattive e di gusto. In alcuni punti del libro questo tipo di scrittura diventa forse troppo costruito, ma la rapidità tipica dei frammenti su cui la storia è costruita rende la lettura sicuramente più scorrevole.

I frammenti scorrevoli:

Ero sempre stata la prima a svegliarmi e salivo in cima allo scivolo vestita dei miei pantaloni con le fragole, imparando la forma silenziosa del mattino. (p. 45)

Vorrei costruire un muretto a secco. [...] Sarà un muretto piccolo, facile da scavalcare. Non voglio rinchiudere nessuno né escludere nessuno. [...] Tornerò a trovare il mio muretto di tanto in tanto. Dirò ad amici e amanti: "L'ho costruito io". E anche se non mi crederanno, mi passerò i pollici sulle cicatrici dei polpastrelli e saprò che è vero, e questo mi basterà. (p. 207)

Uno dei frammenti meno scorrevoli:

Faccio fatica a dormire nel cottage. Credo sia perché non ho molta gente con cui parlare e i pensieri mi restano intrappolati sottopelle come vesciche. Non sanno dove altro andare e vagano per il mio corpo mentre sono sdraiata a letto, sfregando contro i bordi. (p. 55)

Il finale mi ha soddisfatta: si percepisce che l'ultimo frammento, non meno doloroso degli altri, non sia la fine di quel percorso iniziato da Lucy ma che il cambiamento più importante sia comunque già avvenuto.

Leggere questo libro è stato un po' come rivivere lo stesso percorso di distacco e riavvicinamento alle proprie origini e, devo ammettere, Jessica Andrews è riuscita a riproporre lo schema in maniera convincente e a tratti anche toccante.

Una piccola postilla per finire. Ho trovato curioso che nel mondo anglosassone questo romanzo sia stato portato agli occhi dei lettori come la storia dell'ingresso nell'età adulta di una giovane ragazza del Nord dell'Inghilterra. Mi ha sorpreso scoprire quanto il pubblico si sia legato a questa definizione di "working-class-girl novel" (un romanzo con protagonista una ragazza della classe operaia) e sia rimasto sconvolto nello scoprire che non si tratta di nulla di tutto ciò. O meglio, è la stessa Jessica Andrews a scrivere sul suo blog che tra le tematiche trattate nel romanzo ci sia anche quella della classe sociale, ma ci tiene a specificare che più che la classe sociale in senso politico, si tratti più del luogo da dove proveniamo come persone, quello che definisce le nostre storie e noi stessi in quanto esseri umani.

My novel (that word again) is mostly about bodies, desire and intimacy and the way that our perceptions of these things are influenced by the past and social class (or the places we come from, I suppose).3

Nello stesso passaggio, Andrews ritorna anche sulla questione dell'autofiction che ho menzionato sopra, sottolineando il fatto che quando leggiamo auto-fiction bisogna soffermarsi più sulla fiction che sull'auto, ovvero trattare ciò che leggiamo come fatti finzionali, come letteratura; non come biografia.

Here are a series of 'choice' extracts that are still in early stages and not in any kind of chronological order. It is autofiction which means that it is rooted in my experiences but it is still fictional. That is an important thing to remember. 4

Nel libro di Andrews non ho trovato grandi riflessioni sulle difficili condizioni delle famiglie del nord dell'Inghilterra - Lucy nasce e cresce a Sunderland - in riferimento anche al trasferimento della protagonista a Londra. Sebbene Jessica Andrews sia riuscita comunque a costruire uno sfondo sicuramente molto realistico dell'Inghilterra del nord-est negli anni '90, non credo che sia un aspetto particolarmente rilevante ai fini della storia che viene raccontata.

[1] Sturgeon, J., 2020. 2014: The Death Of The Postmodern Novel And The Rise Of Autofiction. [online] Flavorwire.


[2] Cosslett, R., 2019. Saltwater By Jessica Andrews Review – A Coming-Of-Age Debut Novel. [online] The Guardian.


[3] Andrews, J., 2017. Process — Jessica Andrews. 14th March 2017. [online] jessica-andrews.com.


[4] Ibidem.

lunedì 20 aprile 2020

aprile 20, 2020

Un libro per la solitudine: "Sostiene Pereira" di Antonio Tabucchi

Ci sono alcuni libri che ho letto in passato e dei quali non sono mai riuscita a scrivere nemmeno una parola. Pigrizia, paura o l'ignoto, Se una notte d'inverno un viaggiatore di Italo Calvino o Trilogia di New York di Paul Auster, ma anche il mio amato L'urlo e il furore di William Faulkner rientrano in questa lista. Ce n'è uno, però, che non ho mai affrontato per ragioni molto personali ed è Sostiene Pereira di Antonio Tabucchi. Visto il momento che tutti stiamo vivendo e il tempo passato che mi ha permesso di elaborare quello che mi frullava in testa, forse è arrivato il momento di parlarne.

Autore: Antonio Tabucchi
Titolo: Sostiene Pereira
Anno di pubblicazione: 1994
Edizione: Feltrinelli, 2014

Letto da: Sergio Rubini
Per: Emons Audiolibri

La mia storia con Pereira: 

L'aspetto più affascinante della mia storia con Sostiene Pereira è che non l'ho mai letto in senso letterale, ma ascoltato. Era l'estate del 2018 e mi trovavo ormai da qualche giorno ricoverata in ospedale, da sola e molto triste. Capirete già a questo punto che ci sono un po' di punti di contatto con la situazione che stiamo vivendo tutti in questo periodo, presi molto alla lontana e soprattutto, per mia fortuna, dal punto di vista medico. Sto bene, sono sana e in salute e ciò che è successo nel 2018 fa parte solo del mio passato.

Ero sconsolata perché non si riusciva bene a capire cosa avessi, molto triste perché lontana nel quotidiano da mia madre e da mio padre ed era uno dei primi importanti allontanamenti da entrambi. Avevo paura di rimanere sola, perché seppure la stanza nella quale mi trovavo ospitava altri pazienti, mi sentivo terribilmente sola. Il mal di testa faceva ormai parte delle mie giornate e non riuscivo a leggere nemmeno una riga dei libri che mia madre mi aveva portato in ospedale per farmi sentire "più a casa". Quindi c'era anche una buona dose di frustrazione per non potermi portare avanti nelle letture, nello studio e...nella vita. Ho dovuto accettare un blocco improvviso alla mia quotidianità, era estate e mi stavo anche abbastanza godendo un periodo di certa spensieratezza; avevo esami da fare davanti a me che mi avrebbero portato alla laurea e non mi stavo minimamente prendendo cura del mio corpo. Insomma, vivevo da un po' di tempo in una specie di limbo dal quale entravo e uscivo per non sentire troppo il distacco da una vita passata che era finita bruscamente qualche mese prima, dall'idea che di lì a breve avrei dovuto prendere una scelta che, seppur piccola nell'assoluto, per me era importantissima: cosa fare dopo la laurea. Ero spaventata e non volevo sentirlo. Arrivata e bloccata in ospedale, perciò, ero stata un po' costretta a fare i conti non tanto con la mia situazione di salute che sul momento non mi preoccupava più di tanto - ci avrei fatto i conti dopo, tornata a casa con il terrore di ammalarmi di nuovo - ma con il fatto di dover improvvisamente cambiare le mie abitudini. Anche alimentari, visto il digiuno totale - sì, anche di acqua - che ho dovuto fare per cinque giorni buoni.

In questa complicata ma annebbiata situazione in cui sentivo i sintomi ma non la preoccupazione, un mio carissimo amico decise di venirmi a trovare portando con sé il suo iPod con dentro alcuni audiolibri, dopo aver saputo che non riuscivo a leggere niente. Per puro caso, portata dall'ispirazione e da un vago ricordo di quel titolo, decisi di iniziare l'ascolto di Sostiene Pereira, letto da Sergio Rubini. Fu amore.

Recensione:

Il primo elemento che attirò la mia attenzione durante l'ascolto dell'audiolibro fu il ritmo: il romanzo di Tabucchi letto da Rubini è forse la melodia più ben scandita che io abbia mai avuto il piacere di ascoltare; ritmi lenti ma sostenuti che danno un solido supporto alla storia di Pereira, un ritmo che riprende in parte anche la sua vita calma e ripetitiva. Anche lo stesso sintagma "Sostiene Pereira..." che apre paragrafi e capitoli del libro fa parte di quella musica che la narrazione crea in ogni pagina e che porta il lettore alla scoperta di questo uomo apparentemente mediocre.

Pereira non si scompone, non si agita, svolge diligentemente il suo lavoro che lo mette in un contatto quotidiano con la letteratura, soprattutto quella francese che adora. Pereira è un uomo abitudinario e anche un po' piatto, ma buono. Solo quando Monteiro Rossi fa capolino nella sua vita, il ritmo della narrazione e della vita del protagonista cambia radicalmente, perché Pereira è fondamentalmente bloccato in quella stessa quotidianità e ancorato a un passato del quale non riesce a liberarsi; infatti, tutti i giorni Pereira parla al ritratto della moglie morta anni prima, le chiede consiglio e si confida con lei.

Monteiro Rossi riesce inconsapevolmente a sbloccare una leva nell'animo di Pereira, il quale si risveglia da un torpore che inibisce tutte le sue facoltà più profonde. Il tempo in cui vive Pereira non è il presente, bensì un passato chiuso nella bolla della sua quotidianità. Il risveglio del personaggio è lento, graduale e accompagnato da una bellissima e nostalgica Lisbona che, con spirito molto umano, vive con la consapevolezza del passato rivolgendo sempre lo sguardo al futuro.

Questa è forse la lezione più importante che Sostiene Pereira mi ha insegnato nel tempo. Si è posata dentro di me, ha macerato e ha dato i suoi frutti. Il dottor Cardoso, da cui Pereira si reca per curare la sua obesità, gli rivolge un appunto che racchiude lo spirito non solo di Lisbona, ma di tutto il romanzo e dell'umanità intera:

"la smetta di frequentare il passato, cerchi di frequentare il futuro."

Pereira, bloccato nella fotografia della moglie, prenderà sempre più consapevolezza di sé, del mondo intorno a lui e della tragicità della vita che, lasciando il lavoro da colonnista di necrologi, aveva forse tentato di rimuovere dalla sua vita.

Ciò che, però, mi ha aiutata forse di più durante la degenza in ospedale è stata la presenza costante del cibo nel romanzo. Pereira ama mangiare e si gusta con una quasi religiosità le sue omelette e la sua limonata al Café Orquidea - che nella mia mente si materializzava come il Café A Brasileira di Lisbona che avevo visitato qualche mese prima in compagnia di mio papà e che compare anche nella copertina dell'edizione cartacea.

Il cibo diventa piano piano per Pereira un momento di confessione con sé stesso, di riflessione e, come se iniziasse gradualmente ad alzare la testa dal piatto per guardarsi intorno, l'atto del mangiare diventa anche un momento di condivisione con il mondo.

Dopo giorni intensi di digiuno, ascoltare di quelle deliziose omelette non faceva altro che farmi tornare la voglia di mangiare e di uscire da dove mi trovavo, ma in un modo inaspettato. Sapevo di avere qualcosa da fare dopo e in quei momenti di solitudine e tristezza era una grande consolazione. Perché sapere che c'è qualcosa dopo, qualcosa che siamo curiosi di scoprire e di fare è una bella spinta per andare avanti e non dimenticarsi che al di fuori della nostra esperienza di vita ce ne sono altre che non aspettano altro di essere scoperte.

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