mercoledì 7 febbraio 2024

febbraio 07, 2024

L'occasione sprecata della mostra su J. R. R. Tolkien


La storia della letteratura è piena di curiosità inspiegabili. Scrittori che vengono dimenticati perché il loro contributo è ritenuto poco rilevante nella storia culturale di un paese, altri che vengono fraintesi totalmente o interpretati sotto la lente sbagliata. Inspiegabile è anche il caso che riguarda J. R. R. Tolkien, scrittore, filologo, linguista inglese, padre di Il signore degli anelli, Lo Hobbit e una lunga serie di scritti sulla celebre Terra di Mezzo. Quando si tratta di Tolkien i discorsi si fanno un po’ complicati. La sua stessa figura di uomo e scrittore ci mette di fronte a questioni che intersecano la vita con la letteratura, se siamo in grado di cogliere queste sfumature. Tuttavia, quando si parla di Tolkien in Italia il discorso si complica ulteriormente e la letteratura viene messa quasi del tutto da parte. 

Qualche settimana fa, infatti, sono stata alla mostra “Tolkien. Uomo. Professore. Autore” allestita alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea (GNAM) di Roma, ovvero l’esempio lampante del complicato rapporto che il nostro paese ha con l’autore e della ormai lunga, lunghissima strumentalizzazione che una parte politica ne ha fatto dagli anni settanta a oggi. Per quel che mi riguarda, la mostra presenta due problematicità molto gravi che dimostrano non solo l’incapacità italiana (e dell’attuale governo) di allestire un’esposizione che tratta di letteratura, ma anche un ripetuto e perseverante sfruttamento ormai ben noto di Tolkien da parte di un ramo della nostra politica.

Partiamo dall’inizio, ignorando per un istante la direzione ideologica che si è voluto far prendere volutamente a questa mostra (costata 250.000 euro di fondi pubblici). La prima difficoltà è l’effetto stordente delle sale espositive, forse dovuto anche all’organizzazione concettuale della Galleria Nazionale. Le opere fisse esposte alla GNAM si adattano perfettamente alla concezione delle sale, le quali non hanno un vero e proprio percorso prestabilito e offrono un’esperienza museale totalmente diversa e contemporanea, per l’appunto, rispetto a un museo tradizionale. Tuttavia, le mostre temporanee non si adattano con la stessa facilità agli spazi espositivi perché spesso richiedono un percorso tracciato e chiaro per comprendere concettualmente ciò che viene esposto. Sfortunatamente, gli spazi espositivi della GNAM non consentono del tutto un’esperienza del genere.

Al di là della difficoltà, mi rendo conto probabilmente soggettiva, nel concepire una mostra temporanea alla Galleria Nazionale, mi appoggio alle parole di Wu Ming per cercare di capire perché la mostra non funziona. Alla mostra manca un allestitore. Questa raccoglie, infatti, una serie di oggetti soprattutto letterari, che sembrano essere messi lì per puro caso. Raccolte di cimeli, libri da collezione, quadri, illustrazioni e giochi (perché sì, c’è una sala dedicata al “fenomeno pop” de Il signore degli anelli) privi di un contesto, di una spiegazione e tantomeno di senso. Le sezioni che costituiscono la mostra (quelle del titolo altisonante “Uomo. Professore. Autore.”) sono piuttosto sbilanciate e non hanno a che vedere molto con le premesse della mostra stessa.

Non si percepisce una cura dedicata all’approfondimento di parti che dovrebbero essere fondamentali
: lo studio filologico di Tolkien sulle lingue  nella sezione “professore”, oltre ad essere stato oggetto di revisioni dopo l’inaugurazione, è quasi assente. La sezione si compone di una carrellata di ritratti degli amici letterari di Tolkien (e anche qui, ce ne sarebbe da dire, ma me lo lascio per dopo), e della scrivania di Tolkien, relegata in una saletta poco illuminata. Qual è il senso di esporre tutte le traduzioni delle opere di Tolkien e le primissime edizioni nella sezione “autore” se poi non viene spiegato nemmeno un po’ la genesi creativa dei suoi scritti più famosi? La mostra, in sintesi, è organizzata male e, come afferma Alessia De Antoniis su Exibart, è priva di una vera strategia espositiva.
Arriviamo, così, al secondo dato problematico di questa mostra. L’incapacità di creare un allestimento che possa chiamarsi tale è dovuta anche alla direzione ideologica che gli organizzatori hanno voluto far prendere alla mostra su Tolkien. Perché è indubbio che il dato su cui ci si è voluti soffermare è quello biografico, un dato che veicola una serie di messaggi cari a una specifica parte politica del nostro paese da più di quarant’anni. Non a caso, la prima sezione presa dal titolo della mostra (quella dedicata all’”Uomo Tolkien”) è la più sviluppata e dettagliata se messa a confronto con le altre due.

Questo dato cozza con le parole del ministro Sangiuliano, che nei confronti della mostra parla del valore “dell’alta letteratura mondiale” (qualsiasi cosa questo significhi…) e del “messaggio metafisico e universale di Tolkien”. La mostra, tuttavia, non mette in risalto niente di tutto ciò, perché di letteratura e di messaggi metafisici non c’è traccia. La mostra si ferma al mero dato biografico e lo rigira a favore del messaggio che si è voluto veicolare, ovvero che Tolkien sia stato fondamentalmente un buon cristiano, un buon padre ma soprattutto un devoto figlio di Dio. Non è un caso, temo, che nella prima sezione si parli quasi esclusivamente del rapporto di Tolkien e della madre con il cattolicesimo, e che nella seconda l’unico dato letterario che poteva essere veicolato, ovvero quello del rapporto con C. S. Lewis sia stato ridotto alla conversione al cattolicesimo di quest’ultimo tramite Tolkien.

Nessuno mette in dubbio la profonda religiosità dell’autore, ma ritengo che esaltare il suo rapporto con la fede cattolica e la fatica di scontrarsi con il mondo brutto e cattivo dell’anglicanesimo sia una decisione che rende la figura di Tolkien monolitica. Come se la sua vita privata fosse legata in modo intrinseco alle sue opere e queste fossero solo il risultato della sua persona. Il rischio di fermarsi al mero dato biografico è che la letteratura sparisce, così come è sparita nella mostra. In più, associare in maniera unidirezionale e netta la biografia di un autore alla sua opera è l’azione più errata che si possa fare da un punto di vista critico-letterario.

Questo è il risultato di una strumentalizzazione sistematica della destra italiana nei confronti di Tolkien
che è, forse, l’autore più usato e abusato a livello ideologico dalla politica. Dagli anni settanta la destra se ne è appropriata elevandolo a baluardo del conservatorismo, della tradizione e della religione cattolica. Senza ombra di dubbio Tolkien non è mai stato un progressista, anzi. Wu Ming e molti altri studiosi dell’autore (perché a loro bisognerebbe chiedere pareri) lo confermano. Tuttavia, associare il conservatorismo di Tolkien all’opera e creare dei parallelismi diretti senza il contraddittorio del testo di cui si parla ha lo stesso valore di studiare l’opera solo attraverso la biografia. In questo senso, l’analisi di Wu Ming è illuminante. I simboli rappresentati da Tolkien sono letti dalla destra in modo a-storico, privati cioè del loro contesto storico e narrativo ed elevati a valori universali e immutabili. Il simbolo, tuttavia, ha la capacità come tale di adattarsi al contesto storico e narrativo nel quale viene inserito e deve essere letto e interpretato di conseguenza. Non solo dal punto di vista storico, ma anche e soprattutto da quello narrativo.

La direzione politica di questa mostra è chiara ed è resa tale anche dai contributi che le sono stati dati. Non c’è traccia dell’AIST (Associazione Italiana di Studi Tolkeniani), che da anni svolge un lavoro eccellente nella diffusione critica più affidabile possibile dell’opera di Tolkien. Non c’è traccia di studiosi di letteratura che per decenni hanno scritto e parlato di Tolkien (Piero Boitani e Loredana Lipperini sono due esempi, ma la lista è davvero lunga). Gli unici contributi che ci sono, dall’organizzazione, al mancato allestimento passando per gli interventi scritti sul catalogo mostrano chiaramente la formazione di chi ha partecipato. Quasi tutti individui politicamente e culturalmente schierati a destra se non oltre.

La cura dedicata a questa mostra è, in sintesi, alquanto scarsa. Non c’è traccia di ciò che il ministro della cultura ha decantato presentando l’allestimento nei mesi scorsi; non c’è traccia di letteratura né tantomeno viene data un'immagine completa di Tolkien. La mostra “Tolkien. Uomo. Professore. Autore.” è stata la dimostrazione che anche quando si tratta di cultura in Italia non si riesca a creare un allestimento che mostri criticamente il soggetto messo sotto analisi. Un’occasione sprecata di mettere su una mostra dedicata alla letteratura (sì, lo so, sono una sognatrice e un’illusa) e tanti, tantissimi soldi spesi per accontentare fondamentalmente una fetta di pubblico molto precisa. Tolkien e noi lettrici e lettori meritiamo altro.

sabato 20 gennaio 2024

gennaio 20, 2024

Time’s a goon, right? "Il tempo è un bastardo" di Jennifer Egan

Recensione pubblicata sul sito del Centro Studi Americani per il Bright Lights Bookclub.

Esistono universi narrativi inaspettati nei quali i personaggi appaiono nei modi più bizzarri con le loro ossessioni e paure. Mondi in cui la narrazione viene affidata a voci esterne, non del tutto identificate e che hanno, tuttavia, un potere enorme sulla storia che viene raccontata. Questi universi vengono maneggiati da autori di un certo calibro, che non hanno paura a sperimentare con la letteratura. Jennifer Egan è tra questi e Il tempo è un bastardo ne è la prova.

Strutturato come un romanzo frammentario, uno short story cycle in cui storie apparentemente indipendenti creano un flusso di continuità percepibile tra le righe, Il tempo è un bastardo si inserisce in una linea di storie tipiche del nuovo millennio. Personaggi alla deriva, narrazioni che richiamano il postmoderno e, allo stesso tempo, se ne fanno gioco, disturbi che prendono il sopravvento e storie bizzarre incorniciate dagli Stati Uniti più crudeli di sempre.

I personaggi che abitano le storie di Egan sono individui alla deriva, disturbati da ossessioni che non permettono loro di vivere il presente perché troppo concentrati sul proprio passato o su un futuro la cui realizzazione fa paura e paralizza. Sasha e Bennie sono personaggi centrali nella maggior parte delle storie e sembrano essere il perno su cui gira il resto dei capitoli non dedicati direttamente a loro. Anche se non presenti in prima persona, i legami e le relazioni che gli altri personaggi intessono con loro nel passato, nel presente o nel futuro è così forte da tenere tutto legato da un filo invisibile molto sottile. Sono questi stessi personaggi che, attraverso narrazioni inaspettate, prendono la parola e danno voce al loro sbando.

Stephanie lo sapeva. Le sembrava quasi di sentire lo scroscio della speranza che fluiva nel fratello. «E quindi la risposta qual è?» gli chiese.

«Certo, sta per finire tutto,» disse Jules «ma non ancora.»


Si tratta, però, di un’intera generazione priva di prospettive e incapace di guardare al di là dei propri mostri, incapace anche solo di ammettere le proprie debolezze. Le reazioni sono svariate e diversificate. Bennie si rifugia nel lavoro, guarda coloro che una volta erano stati i propri amici (come nel caso di Scotty) con una distanza non solo sociale ma anche emotiva. Sasha scappa da casa e si rifugia in una Napoli pittoresca, dove pensa che nemmeno la sua famiglia la troverà. Il caso vuole che sia Ted Hollander a trovarla, lo zio e l’unico membro del suo nucleo familiare che non la cerca davvero. Tuttavia, le sue ossessioni non la lasceranno mai in pace davvero, perché è proprio con lei e la sua cleptomania che si apre il romanzo.

Egan sembra non lasciare scampo a nessuno. Uno spiraglio compare solo con le nuove generazioni che animano frammentariamente questo romanzo. Capaci, forse, di adattarsi al mondo con nuovi strumenti, Ally, Lincoln, Charlene e Lulu sembrano essere gli unici personaggi ad emergere vittoriosi. Tuttavia, non è la vittoria che i loro genitori o noi lettori ci aspetteremmo: Ally riesce a raccontarsi davvero attraverso una sezione narrata sotto forma di presentazione Power Point; Lincoln è l’unico personaggio a dare voce e importanza ai silenzi, creando così un legame invisibile a livello strutturale tra le sezioni dei romanzi; Charlene parla, si esprime e racconta una verità scomoda e tragica che nessuno sembra voler ammettere se non in punto di morte; Lulu, infine, sembra essere l’unica capace ad ascoltare davvero.

Molti dei personaggi rincorrono ossessivamente i loro sogni, non si rendono conto del tempo che passa sotto i loro occhi perché troppo concentrati su quelli che l’autrice definisce veri e propri “goons”: bastardi, scagnozzi criminali come il tempo infimo e silenzioso che deruba i personaggi della loro giovinezza e innocenza, lasciandoli in una spirale di infinita insoddisfazione.

Riempimi la vita di roba. Documentiamo ogni cazzo di umiliazione. Perché in fondo la realtà è questa, no? In vent’anni non diventi più bello, specie se nel frattempo ti hanno tolto metà dell’intestino. Il tempo è un bastardo, giusto? Non si dice così?

Il romanzo si intesse così sulle fila del tempo che scorre, passa e non risparmia nessuno. La musica, in questo senso, è il legante e la rappresentazione di come le cose possano cambiare e rovinarsi senza che nessuno se ne accorga. È il ritratto di un’America che non ce la fa, anche quando il romanzo si chiude su una visione di riconciliazione apocalittica in cui New York è condannata dal cambiamento climatico. La musica diventa l’unità di misura per la perdita di innocenza e dell’illusione giovanile dei protagonisti, dall’industria musicale di Bennie alla ripresa improvvisa e bizzarra nel finale che chiude circolarmente il romanzo.

In questo modo si crea un senso di unità non solo tra i capitoli del romanzo ma nell’intero universo narrativo. Tuttavia, è una continuità che viene costantemente messa in discussione. Le sezioni sono narrate in modo diverso, ci sono piani esistenziali inaspettati (come la sezione di Rob e la sua tragica fine), forme diverse come il capitolo del Power Point che sfidano la stessa definizione di narrazione. L’ironia che pervade le storie raccontate in Il tempo è un bastardo rende paradossalmente tutto meno definitivo. I racconti di instabilità rimangono tali: non crollano, non decollano, non mutano più di tanto. Una fine dolce amara.

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